
C’è un orologio fermo alle 10.45 in una cucina di Torino, all’inizio di questo romanzo. Non è un dettaglio decorativo: è il cuore di tutto. Maurizio Testa, capitano del Reparto Investigazioni Scientifiche dei Carabinieri, ha perso la moglie nell’esplosione di un’autobomba, o almeno così gli è stato detto. E da quel momento il tempo, per lui, ha smesso di girare. Angela Maria Diano costruisce questo secondo romanzo del suo ciclo Testa con una solidità narrativa che colpisce soprattutto nella prima parte, quando l’atmosfera della città è quasi un personaggio a sé: Torino fredda, geometrica, con le sue gallerie e il lungopò dove Testa cammina di notte cercando qualcosa che non sa nominare. La biologa calabrese dimostra di conoscere bene i meccanismi dell’indagine forense, e questo si sente nella precisione con cui costruisce le scene della Scientifica, gli interrogatori, i referti. L’intreccio tra il caso Merante e la rete di narcotraffico che emerge sullo sfondo è solido, e la figura del maresciallo Lorena Gentile, che prende corpo nella seconda metà, aggiunge una prospettiva nuova al romanzo. Qualche passaggio nella parte finale sembra frettoloso rispetto alla cura dei capitoli iniziali, come se la risoluzione di alcuni fili narrativi fosse compressa in poco spazio. Ma nel complesso “Gli alberi parlano di notte” è un romanzo che si legge con piacere autentico, con momenti di vera intensità emotiva e una voce che sa alternare il registro del thriller a quello della storia sentimentale senza perdere credibilità.
