Viviamo nell’epoca delle vite cristalline per esposizione, lucidate ogni mattina come l’argenteria buona e messe in vetrina, ché guai a far vedere il retrobottega, lì, si sa, c’è sempre un po’ di polvere e qualche fattura dimenticata.
Tutti irreprensibili.Tutti moralmente inappuntabili.
Tutti pronti a distribuire patenti di rispettabilità come arbitri con il fischietto facile.
Naturalmente agli altri.
Il perbenismo moderno ha una qualità quasi da cabaret, non richiede di essere migliori, basta sembrarlo bene in controluce. E il gioco è fatto.
Puoi aver passato una vita a giustificare l’ingiustificabile, a trovare attenuanti per gli amici come un avvocato d’ufficio sempre in servizio, a celebrare personaggi tutt’altro che immacolati… poi, d’un tratto, davanti all’avversario politico, al vicino antipatico o al personaggio pubblico del momento, ti si risveglia la vocazione del Torquemada da tastiera.
Toga immaginaria sulle spalle, codice morale in mano, e via con la sentenza.
Il passato degli amici si “contestualizza”.
Quello degli altri si “condanna senza appello”.
Gli errori dei nostri diventano “percorsi complessi”.
Quelli degli altri “prove definitive d’indegnità”.
Se il personaggio ci piace, bisogna comprenderne la storia, le sfumature, le ombre, magari pure il meteo del giorno in cui sbagliò.
Se non ci piace, basta una foto sfocata, una frequentazione sbagliata, una frase detta vent’anni fa, o anche solo un parcheggio in doppia fila.
Il doppiopesismo è diventato uno sport nazionale. E noi siamo tutti campioni olimpici.
E la cosa più gustosa è che spesso i moralmente eccelsi di oggi sono gli stessi che ieri trovavano sempre una buona ragione per difendere, osannare o romanticizzare personaggi con biografie che di cristallino avevano, al massimo, i bicchieri del pranzo di Natale.
Ma la memoria, quando serve, diventa improvvisamente elastica, si si allunga, si accorcia, si piega come un difensore in area.
Il problema vero, però, è ancora più profondo.
Abbiamo costruito una società nella quale avere conta più di essere, e apparire conta più di avere.
Non importa più cosa sei davvero.
Importa la fotografia che riesci a produrre di te stesso.
La famiglia perfetta.
La carriera perfetta.
Le amicizie giuste.
Le parole calibrate col contagocce.
Le indignazioni obbligatorie, sempre al momento giusto.
Il curriculum senza una macchia, neanche di caffè.
Tutto perfettamente confezionato, come un prosciutto da vetrina.
Peccato che gli esseri umani non siano confezioni regalo.
Le persone vere sbagliano. Cadono. Frequentano gente sbagliata. Cambiano idea. Si sporcano le mani. Prendono decisioni discutibili. A volte pagano, a volte imparano, e a volte, con un certo stupore generale, ed diventano pure parte di quella famosa “sporca dozzina” che la storia, ogni tanto, si dimentica di ringraziare.
Una vita completamente priva di errori può anche essere virtuosa.
Ma una vita raccontata come completamente priva di errori, quella sì che dovrebbe farci alzare almeno un sopracciglio, o è santità, o è abilità da illusionista.
Io continuo a preferire una persona con qualche cicatrice visibile a chi passa l’esistenza a lucidare l’aureola come fosse un trofeo da esposizione.
Non perché gli errori debbano diventare medaglie.
Ma perché la rispettabilità non può ridursi a una fedina estetica, da catalogo del buon costume.
Una persona si giudica anche da ciò che fa oggi, da come si rialza, da come affronta i propri sbagli, dalla coerenza, quella vera, non quella da comunicato stampa, ex tra ciò che dice e ciò che fa.
Non dalla capacità di presentarsi bene al tribunale permanente dei social network, dove tutti sono giudici, giuria e boia con connessione fibra.
Perché altrimenti arriviamo al paradosso definitivo, una società che predica inclusione, comprensione, seconde possibilità e rieducazione… ma appena conviene cambia registro e riscopre il gusto antico della pubblica gogna.
Comprensivi con qualcuno.
Inflessibili con qualcun altro.
Garantisti il lunedì. Savonarola il martedì.
Dipende dal nome stampato sulla maglietta del giorno.Ed eccolo, allora, il nostro piccolo mondo al contrario.
Quello nel quale l’impressione vale più della sostanza, la reputazione più della realtà, e la morale più sbandierata è spesso quella meno praticata.
Forse sarebbe molto più semplice smetterla di cercare uomini e donne senza macchia.Non esistono. E se esistessero, sarebbero insopportabili.
Cerchiamo piuttosto persone capaci.
Persone coerenti.
Persone che abbiano vissuto abbastanza da sapere che il mondo reale non è un album di figurine bianche o nere.
Perché qualche scheletro nell’armadio, in fondo, è solo segno di vita vissuta.
Il problema comincia quando qualcuno possiede un intero cimitero… e continua a presentarsi in pubblico con il metro in mano, a misurare la virtù altrui.
A quel punto non è più moralità.
È scenografia.

Renato Faller