L’interazione tra arte ed esistenza che segna l’arduo ed emblematico debutto dietro la macchina da presa dell’ambizioso Fabrizio Benevento Il protagonista sulla scorta dell’uso del bianco e nero dal valore simbolico, associato allo scandaglio introspettivo delle zone d’ombra di chi ambisce a vivere sotto le luci dei riflettori, chiude la gola agli spettatori dai gusti semplici, costringendoli ad apprendere la forza significante del cinema nel cinema sul versante soprattutto onirico, oppure rientra, stringi stringi, nell’accidia delle idee attinte al carattere d’ingegno altrui?

Occorre quindi capire, ai fini d’una disamina critica attenta a cogliere sul serio cosa s’insinua nell’ennesima rielaborazione del rapporto tra immagine e immaginazione, se la scrittura appunto per immagini tradisca la sensazione di déjà dovuta all’impasse dei nani sulle spalle dei giganti. Scandagliare l’ossessione della recitazione, associandola alla nevrosi degli attori costretti ad aspettare alla finestra il momento in cui poter convertire la teoria in prassi, finendo ad avere notevoli difficoltà a disconnettersi dalla parte affidatagli dall’agente di turno per superare lo scoglio dell’attanagliante provino, impone infatti l’obbligo di trascendere la solita minestra ravvisabile tanto nell’indebolimento della persona che ambisce a divenire personaggio ad appannaggio dell’identità in frantumi approfondita da Luigi Pirandello con Uno, nessuno, centomila quanto nella sofferenza per la mancata richiesta degli interpreti preparati ma ignorati.

Una condizione umana esibita da Sydney Pollack in Tootsie col protagonista che arriva a travestirsi pur di superare lo scoglio del provino. Sin dall’incipit dell’esordio tutt’altro ché allo sbaraglio di Fabrizio Benevento emerge viceversa, al posto dell’arcinota bramosia di andare incontro alle proprie ambizioni connesse al concetto di esibizione, non immune da una voluttà narcisistica di tipo clinico, la variante, niente affatto trascurabile, della ricerca ai limiti dell’infausta alienazione d’una collocazione nel mondo. In tal senso l’approccio immersivo dell’incipit, con l’attore a spasso che si camuffa per darla a bere al consierge di un grande albergo, facendogli credere di essere un ulteriore cliente con la puzza sotto il naso e il modo di porsi sia altero sia bizzarro che vuole verificare de visu la suite dove soggiornare, ricava linfa dalla padronanza garantita dall’esordiente regista eleggibile subito ad autore di alcune soluzioni stilistiche ed espressive senz’alcun dubbio curiose. Specie perché ricorrenti. Dalla correzione di fuoco, che rispecchia l’impossibilità di vederci chiaro nell’attesa costituita dal processo relazionale riscontrabile nel sommerso ingeneramento di aspettative, al ricorso all’evocativo ed ermetico grandangolo accoppiato ai suddetti diaframmi chiusi e alla capacità di scrivere con la luce. Appare immediatamente lapalissiano che i diaframmi chiusi coincidano con le altezzose porte d’ingresso sbarrate nell’universo dello spettacolo recitativo che anela a una retribuzione come si deve. Mentre la distorsione prospettica, messa in risalto quasi a ogni piè sospinto, accentua la solitudine dell’attore alla finestra che paga dazio al disorientamento crescente senza riuscire a trascendere qualche deleteria ovvietà. Relativa alla risaputa narrazione spaziale, in cui lo scalpitante Giancarlo Mangiapane cerca in lungo e in largo la propria collocazione esacerbata dal velleitarismo imperante, e al vezzo pleonastico d’imprimere il monito dei timbri disumanizzanti nel riverbero alterato ad hoc degli specchi parabolici stradali piazzati negli angoli di strada convertiti secondo copione in solerti detonatori della sfera intima attanagliata dalla preparazione meticolosa portata a insistito effetto nella speranza di aderire fisicamente e psicologicamente al personaggio da interpretare.

Anche la riesumazione dell’interazione tra arte ed esistenza abbinata programmaticamente all’interazione tra interni ed esterni e all’interazione tra suoni diegetici ed extradiegetici innesca un’opera di giustapposizione sprovvista dell’opportuna freschezza d’invenzione. Ad alzare di nuovo l’asticella in merito allo scontato senso d’assenza provvede il valore terapeutico dell’umorismo. Che, al riparo dal tema canonico della gestione dell’ansia e del rifiuto rifilato dai casting franchi di cerimonie, conferisce notevole brio ad alcune gag d’alleggerimento, rispetto all’inerzia dei tempi deliberatamente morti, con la declamazione d’un celebre passaggio di Scent of a Woman – Profumo di donna con Al Pacino nel mirino riguardo l’inobliabile monologo sui diversi profili di Venere vagheggiati di continuo (“Le donne… Sai cosa ti dico? Chi le ha create… Dio deve essere proprio un genio. I capelli, i capelli sono tutto, lo sai: hai mai affondato il naso in una montagna di capelli sognanti? Di addormentartici sopra? O le labbra, quando toccano le tue come il primo sorso di vino dopo che hai attraversato il deserto… Le tette, belle tettone, tettine, capezzoli, capezzoli che ti puntano addosso come baionette innestate… E le gambe, non importa che siano colonne greche o gambe di pianoforte, e quello che c’è in mezzo, il passaporto per il Paradiso…”). La ragione d’attrazione del richiamo citazionistico, al riparo dall’inane imitazione dei contesti di stampo tarantiniano, stuzzica così l’interesse degli spettatori allergici alla logica grigia accostata alla pittura dell’ambiente, trito e ritrito, degli attori sottoposti al temuto controllo delle qualità fotogenetiche e interpretative richieste per corrispondere alle esigenze della produzione. Subentra in seguito la virtù di togliere al visibile per aggiungere all’invisibile ed ergo all’alone di mistero avvolto intorno alla decisione in bilico concernente lo spossante provino cruciale grazie all’egemonia risolutiva del lavoro di sottrazione sulla sovrabbondante effigie della consueta stasi esistenziale. La prevalenza temporanea ma mai estemporanea della leggerezza rispetto alla pesantezza rende in tal modo partecipi diversi tipi di platee, anziché i soliti quattro gatti avvezzi a digerire pure i peggiori mattoni pseudo-intellettuali pur di ergersi ad assoluti conoscitori dei film d’immane pregio culturale, degli sforzi compiuti step by step dal tenace Giancarlo Mangiapane.

Che improvvisa per poi rifinire sul marciapiede la coordinazione e la flessibilità necessarie ad aderire, anche su punta e tacco inquadrati alla stregua della “parte per il tutto” cara al guro sovietico Sergej Ejzenštejn, al campione di tip-tap che vorrebbe interpretare. Il surrealismo scomodato per riuscire ad appaiare in chiave anche grottesca ed eccentrica lo spaesamento per i sogni diventati incubi a occhi aperti e la pia genuflessione dinanzi al modello romantico della recitazione, ghermito a ripetizione, appare privo del nerbo provocatorio ed elegiaco degli irriverenti maestri decisi a ribaltare la scala di valori degli odiati benpensanti. Gli sketches da sit-com congiunti al tran tran quotidiano sovente grottesco dell’interprete con l’arte a favore e la parte a sfavore risultano, all’opposto, perfetti per insaporire il frutto magico delle oscure contraddizioni riguardanti l’ingannevole fabbrica dei sogni. L’apatia analizzata infatti con leggerezza persuade dunque maggiormente del tedium vitae connesso alla pesantezza dell’indagine contorta ed elitaria degli esami comportamentistici. Suggellati invano a tratti da una vigoria figurativa fuori luogo. Giacché incapace di scuotere il pubblico disinteressato alla ripetizione tematica a braccetto dell’immersione della recitazione. I nodi alla gola generati comunque dalla persuasiva prova recitativa del sorprendente Pierluigi Gigante nei panni dell’attore a corto di parte, assemblando al cupo ribaltamento malincomico gli spunti rinfrancanti legati al raggio della speranza, che si evince nel quadro delle nubi minacciose mostrate in cabina di regìa, tengono qualunque tipo di spettatore sui carboni ardenti. Il protagonista nelle battute conclusive al gioco geometrico dell’intrigo preferisce l’inno poetico all’umanità sconfitta, alla stregua dei barboni conosciuti frequentando un’università della strada con le polveri talora bagnate, ed ergo la razionalizzazione dell’assurdo. Col rischio di tralignare l’obiettivo poetico in vieto poeticismo. Estraneo al contrario all’atmosfera confidenziale e alla percezione sospesa del tempo conforme a una narrazione a struttura aperta degna realmente d’applausi. Al di là degli squarci conclusivi da cinema da parabola, che chiude il cerchio estremizzando l’astrazione nell’immersione della recitazione, l’assenza di risoluzione è definita con onestà intellettuale ed espressiva. Che conta né più né meno dell’invidiato carattere d’ingegno creativo.

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