Deciso ad appaiare la contemplazione del reale alla capacità di far ridere amaramente e di far riflettere ironicamente, tenendo sempre nella debita considerazione l’intersecazione teatrale tra arte ed esistenza con cui ha conferito appena tre anni or sono al composito apologo sull’immersione della recitazione L’expérience Zola l’appeal esercitato sulle tavole del palcoscenico pure nella vita reale, l’appassionato regista Gianluca Matarrese, cresciuto a Torino ma affezionatissimo alle sue origini calabresi, ricava linfa dai vincoli di sangue. Compreso quello aggiunto, spesso oggetto d’infinite diatribe, a braccetto dei legami di suolo.

Necessari ad accorpare l’arguto ed esilarante dramedy autoctono Il quieto vivere in un sincretismo stilistico ed espressivo perlomeno curioso. Giacché rintracciabile, oltre ché nell’avvicendarsi del carattere d’ingegno creativo – ad appannaggio degli autori tout court – col carattere d’autenticità, garantito dal supporto fornito sul versante della psicotecnica recitativa dalla spontaneità di tratto dei parenti di Gianluca Matarrese residenti nella provincia di Cosenza chiamati a impersonare se stessi, altresì in ulteriori combinazioni stimolanti di compositi generi.

Dal documentario intimistico, sulla medesima falsariga di Fuori tutto nel quale Gianluca Matarrese snuda sul grande schermo l’involuzione finanziaria patita dall’azienda di scarpe Togo della sua famiglia mentre lui era in Francia a terminare gli studi per poi divenire artefice di diversi reality e programmi televisivi incentrati sulla ricerca dell’amore nell’ambito dell’entertainment transalpino, sino ad arrivare al pamphlet grottesco. Passando pure attraverso il tocco sperimentale della satira viscerale, frammista alla tragedia greca, e la geografia emozionale chiamata in causa sin dall’incipit di stampo teatrale. La ripresa aerea che plana, dopo l’evocativa didascalia dell’aforisma di Sofocle in Antigone sui consorzi familiari lacerati dai disaccordi, sul Parco Archeologico di Sibari, situato nel comune di Cassano all’Ionio, dove Imma tenta inutilmente di trovare una via d’intesa, in un territorio neutro rispetto alla palazzina, denominata “Il Cozzo” in cui la guerra di nervi al centro della vicenda ha raggiunto l’acme, con l’inviperita cognata Luisa che glie ne dice di tutti i colori di fronte alle maschere neolitiche percorse dai profondi segni del tempo degli astanti seduti a semicerchio, aggiunge alla dimensione critica della crudezza oggettiva il valore aggiunto di un’oggettività alienante. Osservata dapprincipio con un distacco ironico nei confronti del campo di battaglia trasferito nella “Terra di mezzo” senza alcun riguardo per la sacralità del terreno di scontro, anziché d’incontro, assurto ad attante colmo di senso. Al pari degli interni domestici in cui impera, alla medesima stregua del pluralismo dei punti di vista caro a Pirandello, l’esemplificazione della massima latina “Tot capita, tot sententiae”.

Se gli stilemi in apparenza diametralmente opposti tra loro delle dinamiche disfunzionali innescate dal voyeurismo psicologico, dalla componente trash/pop dei reality, dalla cosiddetta “téléréalités” di convivenza, con la scala in comune tra Luisa e Imma che infuoca gli animi, non si andassero ad appaiare al passaggio dall’oggettività alienante del prologo alla lente farsesca ed epidermica delle reciproche impuntature, scandagliate dall’istinto estetico dell’alacre Gianluca Matarrese, prevarrebbero gli elementi smontabili d’una fatua “quotidienne” (episodio giornaliero) sotto il profilo antropologico ed etnografico. Per via dall’inclinazione di Gianluca Matarrese ad attingere al free jazz e all’approccio “hands-off” (non interventista) in cabina di regìa del nume tutelare John Cassavetes. Sugli scudi in veste d’archetipo per esibire la palingenesi della conoscenza degli interpreti professionisti nelle frecce di Cupido scagliate con l’approdo dello spirito di Zola nei panni del convitato di pietra nella vita reale. Poco plausibile nell’effigie dell’ambiente domestico nel quale sono i semitoni, le vetuste fotografie, la tavola imbandita per le feste natalizie, gli addobbi, i ricami, la forza significante dei dettagli ad alzare l’asticella rispetto alla sensazione sennò limitante tanto del déjà vu quanto alla deformazione caricaturale. A scongiurare il rischio di pagar mestamente dazio agli schemi del sociorealismo, a una crescita drammatica carente di tensione, frammista agli scorci obliqui della tragicommedia, alla folta schiera di echi già largamente esplorati connessi sottobanco alla messa in scena delle prese di posizione contro, allo scarso amalgama dell’impasto della cifra dell’odio giustapposta all’amor vitae, percorso dal richiamo alla natura teatrale predisposta negli show tv e convertita alla scrittura per immagini della fabbrica dei sogni, provvede l’estro dimostrato da Gianluca Matarrese col ricorso alla correzione di fuoco. La tecnica di ripresa, veicolando l’attenzione del pubblico dal volto dell’inviperita Luisa – che rifugge dal pungolo delle prodighe zie a scendere a miti consigli – alle pietanze simbolo dell’ospitalità contraddetta dall’indefesso rancore con cui è lasciata sola la tamarra avvezza ad anteporre il malanimo all’invito a seppellire l’ascia di guerra, sciorina una freschezza d’invenzione degna di plauso.

Sebbene le dinamiche esplicative riscontrabili nelle parole delle folcloristiche canzoni che accompagnano il prosieguo e nella visualizzazione lungo l’orticello fuori da “Il Cozzo” delle battute denigratorie di Luisa nei confronti del sangue aggiunto equiparato alle galline, buone unicamente per il brodo, mettano al riparo le calcolate provocazioni disseminate nella realtà talora disarticolata dal flusso indistinto della deformazione caricaturale, dell’alienazione, dell’evocazione, della correlazione degli accenti sarcastici con le sfumature romantiche, preferendo l’ovvio coefficiente d’intelligibilità al sorprendente controcampo dell’improvvisazione ed ergo dell’assoluto rifiuto di costruzione a tavolino, Gianluca Matarrese riesce nondimeno a cogliere l’ordine a brandelli dell’esistenza delle due cognate giunte ai ferri corti di sorpresa. Destando l’interesse delle platee più avvertite. Conquistate nelle battute conclusive dall’immagine di Imma dapprincipio esanime nell’abitacolo dell’automobile distrutta, che si presta invece a una simulazione di un incidente stradale per la prova della croce rossa di estricazione dal veicolo, dedita infine alla danza nel Capodanno contraddistinto dall’impossibilità di vederci chiaro nell’eterna contesa. Impreziosita dal mix d’interni martellanti ed esterni pittorici. Suggellata dalla piega persuasiva degli eccentrici incubi a occhi aperti. Percorsi ugualmente dalla speranza dispensata a piene mani dalle solerti zie nelle vesti tradizionali del coro e della mamma di Gianluca Matarrese nel ruolo del corifeo. Il quieto vivere chiude così i battenti svariando dalla crudezza oggettiva all’oggettività alienante. Dalla sensibilità soggettiva all’incisività di segno delle mordaci punture di spillo. Dalla natura teatrale alla geografia emozionale. Dai bisbigli delle anziane zie agli strilli dei profili di Venere delle generazioni successive in abiti succinti. Dalla liturgia domestica salvaguardata dai vincoli di sangue, che si mastica, però non si sputa, all’irrimediabile testardaggine capace di andare in ogni caso sotto la buccia. Come sanno fare gli spettacoli popolari ricchi di chiaroscuri frugati tra le pieghe dei riti casalinghi, protratti a un tiro di schioppo nei terreni millenari dai sapori agri, grazie agli spunti ombelicali convertiti in ragguagli universali dagli autori ilari. In attesa, chissà, di diventare straordinari.

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