Quasi tutti, quando sentono il nome del regista Ruggero Deodato, lo associano subito, e giustamente, al suo capolavoro di fama internazionale Cannibal Holocaust, che gli valse nel 1980 il titolo di Monsieur Cannibale. Ma Deodato, ahimè purtroppo recentemente scomparso, è stato invece un artista poliedrico, si è cimentato in tantissimi generi cinematografici, e sarebbe un vero peccato circoscrivere la sua proficua attività all’ambito del cannibal movie. La sua carriera si svolge tra l’horror, il poliziottesco, la commedia e persino il peplum ed il western, passando per la televisione e la pubblicità. Il film che voglio analizzare oggi, La Casa Sperduta nel Parco, esce al cinema lo stesso anno di Cannibal Holocaust, il 1980, ed è la personale rilettura in chiave italica da parte di Deodato del classico di Wes Craven del 1972 L’Ultima Casa a Sinistra, tanto che per il cattivo per eccellenza, protagonista indiscusso del film, Alex, il regista lucano ha scelto lo stesso attore del film di Craven, il newyorkese David Hess, assolutamente perfetto in entrambe le pellicole. Anni dopo, e precisamente nel 1986, ritroveremo Hess a fianco di Deodato in un altro reboot italico di un classico americano, Camping del Terrore, che ricalca in tanti punti la saga di Venerdì 13. Ma torniamo alla nostra casa nel parco.

New York: due giovani sono in macchina. Lui le taglia la strada, si ferma, la costringe a fare sesso con lui e poi la uccide. Lui è Alex, un meccanico che lavora in un parking sotterraneo, assieme all’amico Ricky, un tipo strano, che non pare avere tutte le rotelle al suo posto. Giorni dopo, i due stanno per uscire a ballare quando una giovane coppia di ricchi rampanti giunge al garage pregandoli di riaggiustare la loro auto. Per ringraziarli, l’autista, Tom, li invita ad andare con lui e la sua ragazza Liza alla festa che si terrà nella sua bella villa, collocata in una zona isolata della città, in un grande parco. Là ci sono già degli amici ad attenderli, Gloria, Howard e Glenda. La serata sembra andare abbastanza bene, finché Alex non si accorgerà che i ricchi rampolli li stanno prendendo in giro usandoli come buffoni e truffando al gioco per derubarli dei loro pochi averi. Allora tirerà fuori un rasoio che aveva portato con sé e comincerà con loro un vero e proprio gioco al gatto e il topo, rinchiudendoli nell’imponente villa sperduta. Ma non tutto è come sembra …

Senz’altro meno violento de L’Ultima Casa a Sinistra, è comunque anche questo un buon esempio di Home Invasion che sconfina nel Rape&Revenge, mostrando come la violenza chiami violenza, anche quando meno ce lo si potrebbe aspettare. Deodato ci fa vivere un incubo claustrofobico di un’ora e mezza, dove ci tiene sospesi ed intrappolati dentro la villa all’unica mercé di Alex e del suo rasoio, uno di quei delinquenti sadici che da solo (o quasi) riesce e tenere in scacco cinque persone giovani ed aitanti. Pochi sono i tentativi di ribellione nei suoi confronti, decisamente tiepidi, ma perché? Possibile che non venga in mente ai ragazzi di coalizzarsi contro il loro aguzzino? A tutto verrà data una risposta, ma non ci vuole fretta. Deodato vuole farci soffrire, e sa bene come fare. Sebbene le musiche siano ancora una volta del grande Riz Ortolani, l’operazione che qui compie è molto diversa da quella compiuta in Cannibal Holocaust. Se lì infatti la musica aveva un ruolo preponderante e sottolineava le scene più pregnanti del film, arrivando ad essere considerata ancora oggi una delle colonne sonore più belle ed evocative del cinema di genere italiano, qui invece Ortolani entra in punta di piedi nella villa di Tom, come se anche lui non volesse disturbare il gioco mortale che vi sta avvenendo all’interno, e ci sussurra appena delle note molto delicate, lasciando spazio ai silenzi ed ai rumori che servono a creare la tensione che permea tutto il film, in maniera sempre crescente.

Le belle scenografie (gli interni sono ricreati agli studi De Paoli di Roma) sono state curate dal grande Antonello Geleng, vincitore del David di Donatello nel 1994 per Dellamorte Dellamore di Michele Soavi, che qui si occupa anche dei costumi. La villa labirintica, che si trova nel ricco quartiere romano dell’Olgiata, dove i vari ospiti si muovono spesso in modo ambiguo ed incomprensibile, mi ha ricordato quella, posta sempre all’Olgiata, di un altro film, che da un gioco al massacro simile traeva la sua fonte d’ispirazione, Un Posto Ideale per Uccidere, di Umberto Lenzi del 1971, interpretato da Irene Papas, Roy Lovelock ed una giovanissima Ornella Muti. Anche in questa pellicola le intenzioni della padrona di casa si riveleranno ben diverse rispetto a quelle che possono apparire all’inizio.

Attingendo un po’ qua un po’ là, quindi, Deodato ci regala un torbido thriller a scatole cinesi, in cui ogni volta che se ne chiude una se ne apre un’altra, stupendoci sempre un po’ di più, fino ad arrivare all’emozionante finale che ribalta completamente tutte le carte in tavola, sebbene nella sua poca verosimiglianza. Ma, si sa, quando si guarda un film di questo genere bisogna sempre tenere a portata di mano una buona dose di sospensione dell’incredulità, e lasciar correre tanti dettagli che altrimenti non tornerebbero per niente. Manca la crudeltà ostentata che era l’ingrediente principale de L’Ultima Casa a Sinistra, ma sicuramente l’espressione folle di Hess funziona, e serve a creare quel senso di paura e straniamento da cui vengono attanagliate le vittime. Anche qui fa capolino l’intento sociologico che, come nel film di Craven e ne L’Ultimo Treno della Notte di Aldo Lado (1975), tende a sottolineare l’enorme frattura che c’era all’epoca tra le classi agiate con la puzza sotto il naso ed i poveracci, che venivano guardati dall’alto in basso, sfruttati e presi in giro. Ma in tutti questi film si sottolinea poi come l’animalità non sia un elemento proprio solo dei poveracci, anzi … se loro sono coloro che la tirano fuori per primi, si vedrà come col passare degli eventi anche l’alta borghesia si mostrerà capace di azioni assolutamente ferali.

Deodato si dimostra ancora una volta abile nell’usare le sue innate qualità dinamiche e trasgressive (anche questo film è incappato nella censura, venendo tagliuzzato o addirittura vietato ai minori di 18 anni), ed “esperto manipolatore delle pulsioni basilari della natura umana”, per citare Rudy Salvagnini. Ricorrendo ancora una volta al binomio per eccellenza dell’exploitation, quello composto da sesso e violenza, con tanti nudi integrali e scene esplicite, Deodato, come aveva fatto in Cannibal Holocaust, si pone il traguardo di scandalizzare i benpensanti, e direi che lo raggiunge in pieno.

Come già accennato in apertura, il protagonista in assoluto del film è David Hess, che impersona il cinico e sadico stupratore, maniaco e pedofilo Alex. L’attore e cantante newyorkese aveva esordito al cinema proprio con un ruolo affine nel film di Craven L’Ultima Casa a Sinistra. Con Craven lavorerà ancora nel 1982 ne Il Mostro della Palude mentre con il nostro Deodato in Camping del Terrore del 1987. A fargli da spalla il compianto attore romano Giovanni Lombardo Radice, volto iconico del cinema di genere dagli Anni Ottanta fino praticamente alla sua morte avvenuta nel 2023. Il suo personaggio, Ricky, è un ragazzo con dei problemi, forse lievemente ritardato, ma non cattivo, che tuttavia vive in una sorta di adorazione per quello che reputa essere il suo migliore amico, Alex. Figura duplice, divisa tra la sua vera indole ed il servilismo nei confronti del subdolo amico, è un ruolo tutt’altro che facile per un attore agli esordi nel cinema, infatti La Casa Sperduta nel Parco segna il debutto sul grande schermo per Lombardo Radice, che si dimostra assolutamente perfetto. Dopo questo incipit col botto lo ricordiamo in classici del genere quali Apocalypse Domani di Antonio Margheriti e Paura nella Città dei Morti Viventi di Lucio Fulci entrambi del 1980, Cannibal Ferox di Umberto Lenzi del 1981, passando poi per le grinfie di Michele Soavi, Lamberto Bava, Martin Scorsese, Pupi Avati, fino agli ultimi lavori al fianco di Sergio Stivaletti (Rabbia Furiosa – Er Canaro, 2018) e Claudio Lattanzi (Everybloody’s End, 2019). A fianco dei due “cattivi” della storia ricordiamo la gang di ricchi ed annoiati figli di papà: il timido e timoroso padrone di casa, Tom, è interpretato da Christian Borromeo, che aveva già lavorato con Tonino Cervi e Joe D’Amato e troveremo poi diretto da Dario Argento (Tenebre, 1982) e da Lucio Fulci (Murderock, 1984); la sua bella e ambigua fidanzata, Liza, ha le sembianze dell’affascinante attrice parigina da pochissimo scomparsa Annie Belle, volto noto del genere horror e di quello erotico negli Anni Settanta/Ottanta (sarà diretta da Joe D’Amato, Antonio Margheriti, Ciro Ippolito); Gloria è interpretata dalla milanese Lorraine De Selle, anch’essa volto noto del cinema di genere italiano per aver lavorato con Joe D’Amato, Ugo Liberatore, Bruno Mattei; infine ricordiamo, nel piccolo ma significativo ruolo di Cindy, la bionda Brigitte Petronio, conosciuta in ambito erotico ed in quello delle commedie sexy, anch’essa passata dalla direzione di Umberto Lenzi a quella di Joe D’Amato, arrivando poi addirittura a Federico Fellini, che la dirigerà ne La Città delle Donne (1980); qui interpreta una ragazzina molto giovane, amica di Gloria, che capita per caso nella casa durante quell’infausta serata, e dovrà subire le viscide attenzioni pedofile di Alex che sfogherà su di lei più che sugli altri le sue schifose voglie represse. Un cast giovane, quindi, ma non privo di talento ed esperienza, che concorrerà alla buona riuscita dell’opera, soprattutto nel coup de théâtre finale.

Fastidioso e violento senza essere esageratamente gore, va a toccare le corde più intime e psicologiche che concorrono alla paura umana, spaventa quindi più nei contenuti che nella forma, riuscendo a raggiungere vere e proprie vette di nervosismo anche a causa delle apparentemente assurde reazioni dei padroni di casa, dei molti silenzi e delle dolci musiche che contrastano con la crudità di ciò che stiamo vedendo, distaccandosi quindi, infine, dal prototipo americano di Craven.  Con La Casa Sperduta nel Parco Ruggero Deodato si dimostra perciò, ancora una volta, uno dei maestri indiscussi del genere italiano, uno dei più crudeli e spietati, e decisamente interessante per i sottotesti che sempre inculca all’interno dei suoi film barbari e terrificanti. Erotismo e violenza si incrociano con sentimenti quali l’amore fraterno e la compassione, rendendo questo film una vera e propria chicca, ben girata, ben fotografata, anche all’interno di un unico ambiente e con un budget striminzito, vestigia di un cinema fatto col cuore che oggi non si ha più il coraggio di fare.

Il film è attualmente disponibile sulle piattaforme CHILI e Amazon Prime Video ed in dvd CG Entertainment.

https://www.imdb.com/it/title/tt0080503

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