Affrontare l’assenza di senso logico che spesso attanaglia il passaggio all’età adulta di molte ragazze interrotte, sulla falsariga dell’omonimo mélo al femminile diretto dell’esperto James Mangold e interpretato da Winona Ryder insieme ad Angelina Jolie, trae linfa dalla levità poetica. Ghermita dall’ambiziosa regista milanese Carolina Cavalli nell’eccentrico apologo sull’amicizia muliebre Amanda.
Impreziosito più dall’apprezzabile immedesimazione recitativa di Benedetta Porcaroli nella protagonista, abbrancata dalla destabilizzante solitudine ma ugualmente decisa a uscire dall’impasse sulla scorta dell’umorismo surreale giustapposto meccanicamente all’ordinaria contemplazione del reale, che dall’intrinseco rapporto tra immagine e immaginazione. Fuori dalla portata dell’esordiente autrice. L’agognata inversione di tendenza è affidata all’indicativo ed emblematico bis concesso con la commedia dell’assurdo Il rapimento di Arabella.

L’accoppiata costituita dalle soluzioni espressive portate ad effetto dietro la macchina da presa, nel tentativo di dar vita a un senso di spaesamento negli spettatori persuadendoli a riflettere sul bisogno di modificare la percezione dell’infanzia al riparo dalle convenzioni dei consueti affreschi introspettivi, nonché dalle emozioni suscitate dalla solerzia di approfondire l’ennesimo personaggio bislacco, interpretato rifuggendo dall’istantanea spiegazione razionale per la bizzarria dei comportamenti, punta perciò ad alzare l’asticella. Lo sdoppiamento tra sogno e realtà, la dimensione sconveniente, l’interazione nondimeno con l’habitat circostante che determina a modo suo le repliche stizzite alle ingiurie quotidiane, la reiterazione speculare di determinati dialoghi al vetriolo, lo spettro dell’incomunicabilità, alla base dell’incipit, aggiungono poco o niente agli stilemi invece davvero spiazzanti amalgamati ad arte dagli illustri antesignani. Soprattutto dal gruppo comico britannico denominato Monty Python sino ad arrivare al sagace Martin McDonagh. A distinguere la fragranza dell’ispirazione genuina dalla pigrizia dei nani sulle spalle dei giganti dovrebbe provvedere il colpo d’ala, sul versante delle situazioni paradossali delegate ad approfondire il tema trattato in chiave anticonformista, quando la tenera ed eterea Arabella, in fuga dal vanesio papà, coglie la palla al balzo e lascia credere all’immusonita Holly di essere lei da piccola. A dispetto dell’egemonia del sano scetticismo sulla labile sospensione dell’incredulità dovuta all’accento meneghino della bimba in cerca d’avventura, tipo Alice nel paese delle meraviglie, e all’evidente calata capitolina della disadatta ragazza. Immersa nel ricordo del periodo dell’innocenza.

Le modalità esplicative concernenti il concetto di spazio/tempo che stenta a razionalizzare pure l’assurdo fa la spia alla penuria pressoché totale delle dissonanze visive e sonore che trascendono la mera deformazione caricaturale ed esplorano l’apparente insensatezza dilatando idealmente i confini dell’indispensabile carattere d’ingegno creativo. La palingenesi dell’opera di formazione, che procede nel tragitto contrario a quello ortodosso, in uno strambo ed evocativo road movie tenta di approdare, per vie traverse, ai pertinenti ed eruditi timbri grotteschi dei riveriti maestri. Mentre però l’angolazione “low angle” delle strade dell’attanagliante contesto identitario centra il bersaglio, delineando appieno l’invadenza minacciosa per mezzo dell’apposita inquadratura dal basso del vincolo di suolo rispedito al mittente, l’insistito passaggio dall’astratto al particolare nel viaggio alla caccia dell’alterità, destinata da copione a divenire familiare, risulta fine a sé stesso. Pregiudicando per giunta l’efficace complessità introspettiva dei vari frammenti caleidoscopici. Legati alle composite tappe. Tra cui spicca l’illusorio banchetto con l’affabile alta società. Che sprona Holly ad anteporre lì per lì l’estroversione all’introversione. Secondo però i canoni tradizionali ripudiati dapprincipio dalla giustapposizione speculare ed ermetica delle forme ora geometriche ora sbilenche al rilievo contenutistico del thriller insinuante. Integrato dalla goffaggine dello sbirro capellone. Costantemente sulle tracce dell’amata fuggitiva anche da casa. Lo scandaglio degli altri personaggi di fianco, con l’etereo fidanzatino di Arabella che cede la ribalta a una sorta di mamma adottiva, lungi dall’apparire spiazzante e di conseguenza misterioso nel caricare di senso le battute conclusive dopo la predominanza del nonsense in veste – stringi stringi – solo ammiccante, non batte chiodo.

I nodi che vengono al pettine divengono così questioni di lana caprina. L’unhappy end ribaltato in happy end dalla scontata voice over di Holly, che prende commiato dalla tenera ed espansiva pupa, tornata nel nido domestico, confrontandosi tra il serio e il faceto con le coetanee affette da disturbi similari della personalità, salda la partita sulla falsariga dei dramedy privi di sugo. L’istrionico Chris Pine nei panni del genitore distratto ed egocentrico, che piange calde lacrime e si consola tra le braccia d’una di quelle, sfiora il ridicolo involontario. Nel quale cade irrimediabilmente Benedetta Porcaroli trascinando lo sballottamento degli stati d’animo di Holly nel procedere errabondo degli avvenimenti, nel vano tentativo di non prendersi troppo sul serio, soppiantata dalle fatue lagne in zona Cesarini, nell’aria burlesca connessa, alla carlona, al disfacimento decadentistico. Diverse spanne sotto la sorprendente prova della bravissima Lucrezia Guglielmino. Peccato che il gioco fisionomico conferito alla fittizia versione di Holly a otto anni non basti a sottrarre Il rapimento di Arabella al deleterio tedio dell’inattendibile morale della favola. Ricondotta alla fonte di crescita personale dagli accordi e dai disaccordi con l’improbabile avatar in erba. Il succo della vicenda è pertanto svilito dal dislivello dei richiami stilistici attinti step by step. Mandando a carte quarantotto l’auspicata leggerezza dell’innesto ludico, che esula dall’ordinario, con la pesantezza della soporifera ed effimera atmosfera. Smerciata per stregonesca.
