Nel confronto con temi come perdita, rinascita e identità profonda, Filippo Conti intreccia psicologia del profondo e spiritualità esperienziale. L’intervista svela la visione che sostiene il libro: trasformare vulnerabilità e crisi in strumenti di crescita, risveglio e ritorno alla propria essenza.

«Il respiro dell’Eterno» racconta il confronto dell’essere umano con il limite, la fragilità e il mistero. Da quale esigenza interiore nasce il desiderio di esplorare questi temi attraverso la narrativa?
Il desiderio di esplorare il limite, la fragilità e il mistero nasce dall’esigenza di comprendere il senso della nostra esistenza.
Da sempre mi affascina quel punto in cui la mente non arriva, dove la ragione si arrende e inizia il linguaggio dell’anima.
Ho sentito il bisogno di dare voce a ciò che spesso viene taciuto — la paura, la vulnerabilità, l’incertezza — perché è proprio lì che si apre lo spazio del sacro.
La scrittura, per me, è uno strumento di comprensione, che mi aiuta a dare forma a ciò che avverto interiormente, a rendere visibile l’invisibile.
Il protagonista si muove tra domande profonde e momenti di rivelazione. Come ha lavorato per costruire un ritmo narrativo che fosse coerente con questo crescendo spirituale?
Il motore di ogni libro, soprattutto quando nasce da una ricerca spirituale, è fatto di domande.
Solo grazie alle domande possiamo iniziare davvero a cercare.
Le risposte, se arrivano, sono sempre provvisorie; ciò che conta è il movimento che le domande generano dentro di noi — quel senso di apertura, di ascolto, di espansione della coscienza che ci riporta al cuore del mistero.
Il ritmo narrativo lo ha dato lo scrivere stesso.
Ogni parola apriva una finestra, che mi conduceva verso nuove comprensioni.
È come se la scrittura avesse avuto una sua intelligenza, un respiro che mi guidava oltre ciò che già sapevo, rivelando passo dopo passo il percorso interiore che il libro racconta.
Il romanzo sembra voler ricordare che ogni persona possiede una parte luminosa da recuperare. Quanto è importante per lei trasmettere speranza attraverso la letteratura?
Per me questo punto è fondamentale, così come lo è nel mio lavoro di psicoterapeuta.
Credo che ognuno di noi custodisca un tesoro nel proprio profondo — una luce originaria che, nel tentativo di proteggerla, spesso finiamo per nascondere così bene da dimenticarcene.
Scrivere Il respiro dell’Eterno è stato anche un modo per ricordare che quella luce non è perduta, ma solo coperta da strati di paura, dolore e inconsapevolezza.
Trasmettere speranza, per me, significa proprio questo: aiutare a ricordare ciò che è già dentro di noi, e che aspetta solo di essere riportato alla luce.
Come definirebbe la sua voce narrativa? Più orientata alla riflessione, alla poesia, alla psicologia o alla filosofia?
Direi che la mia voce narrativa nasce dall’incontro tra riflessione e poesia.
È una voce che cerca di unire il linguaggio della psicologia con quello dell’anima, dove il pensiero si fa simbolo e la parola diventa esperienza.
Non mi interessa spiegare, ma evocare: accompagnare il lettore in uno spazio di silenzio interiore, dove la filosofia si trasforma in vita vissuta e la psicologia si apre al mistero del Sé.
In fondo, la mia scrittura è un tentativo di dare forma all’invisibile — di rendere udibile quel respiro profondo che attraversa ogni cosa.
Il percorso del protagonista sembra parlare anche al lettore moderno, spesso sopraffatto da ritmi frenetici. Qual è, secondo lei, la lezione più attuale custodita nel libro?
Non vorrei parlare di lezioni da dare, ma di consapevolezze da risvegliare. Viviamo come passeggeri di un treno impazzito, trascinati da ritmi che ci allontanano da noi stessi, e spesso dimentichiamo di fermarci e assaporare quel silenzio da cui tutto scaturisce, da cui possiamo percepire il soffio, il sussurro e la voce del Sé.
Guardando avanti, quali ambizioni coltiva come scrittore? Vorrebbe continuare a esplorare il rapporto tra spiritualità e identità o sogna progetti completamente diversi?
Guardando avanti, sento il desiderio di approfondire il tema dell’integrazione tra maschile e femminile, che oggi considero una delle sfide più importanti della crescita interiore.
Credo che la vera evoluzione spirituale passi anche attraverso la riconciliazione di queste due energie, spesso in conflitto, che abitano in ciascuno di noi.
Non penso di allontanarmi dal rapporto tra spiritualità e identità — al contrario, vorrei esplorarlo da una prospettiva più umana e relazionale, dove l’incontro tra gli opposti diventa occasione di interezza.
In fondo, il mio sogno resta lo stesso, ovvero accompagnare, attraverso la parola, verso una coscienza più unificata e amorevole.