Il Ricatto di Eugenio Mira

Nel 2010 vedeva la luce nelle sale cinematografiche un film assurto quasi subito allo status di cult, Buried – Sepolto, diretto dallo spagnolo Rodrigo Cortés, pellicola adrenalinica e claustrofobica oltre ogni limite che narra la storia di un uomo che, in Iraq, si ritrova sepolto dentro una bara di legno sotto terra con un cellulare, mentre alcuni ribelli iracheni ne chiedono il riscatto. Una vera e propria corsa alla sopravvivenza, nella quale l’uomo dovrà cercare di uscire dalla sua trappola mortale prima di finire l’aria a sua disposizione. Pochi anni dopo Cortés, insieme ad uno dei produttori di Buried, Adrián Guerra, si imbarcherà nella produzione di un film che del suo ricalca un po’ lo schema essenziale, l’impianto al cardiopalma, quella corsa ineluttabile verso la vita che in un secondo può bruscamente virare invece verso la morte. Sto parlando de Il Ricatto (Grand Piano), classe 2013, del regista spagnolo Eugenio Mira, che vanta nel cast nomi importanti come Elijah Wood e John Cusack. Purtroppo, pur appartenendo entrambi al filone dei cosiddetti Trap-Movie, tuttavia tra i due film ci sono delle grosse differenze, e mentre Buried riesce davvero a far stare col fiato sospeso fino all’inatteso finale che lascia tutti sbalorditi, questo Il Ricatto è piuttosto lento, ripetitivo ed a tratti anche monotono e noiosetto, senza grosse sorprese nemmeno sul finale, ed a parte un paio di scene non ha nulla per cui valga la pena di essere ricordato.

Tom Selznick, un giovane ma molto talentuoso pianista, ritorna sulle scene dopo cinque anni di pausa a causa di un concerto andato male, per essersi bloccato su un pezzo decisamente complesso, la cosiddetta Cinquette, del pianista che fu il suo maestro. Per il suo ritorno sulle scene, a Chicago è stato organizzato un grande concerto durante il quale Selznick si esibirà proprio suonando il tanto amato pianoforte del suo Maestro. Nel palco la moglie Emma, attrice molto nota, lo guarda speranzosa ed innamorata, ed i suoi amici seguono il concerto dalla platea. Il giovane è comprensibilmente teso, e mentre sta per salire sul palco viene avvicinato da un assistente di scena che gli porge gli spartiti che aveva dimenticato in camerino. Tra essi trova quello del suo famoso flop, la Cinquette, che accartoccia e butta via. Non appena si siede al pianoforte ed inizia a sfogliare gli spartiti, però, vedrà che su di essi sono stati tracciati dei messaggi minatori “Sbaglia una nota e tu e tua moglie morirete”. Qualcuno lo spia dalla sala immersa nel buio, ed è armato. Attraverso un auricolare fornitogli dal folle squilibrato, Tom si appresterà a eseguire il concerto più difficile della sua vita, dove in palio non ci sono gli applausi o i fischi, ma la vita e la morte, e dovrà concludersi per forza con la famosa Cinquette, della quale non dovrà sbagliare nemmeno una nota se vuole continuare a vivere.

Sono passati 10 anni da quando Wood ha interpretato per l’ultima volta Frodo Baggins nel terzo capitolo della trilogia cinematografica dedicata da Peter Jackson al capolavoro di J. R. R. Tolkien Il Signore degli Anelli, se vogliamo escludere un piccolo cammeo ne Lo Hobbit sempre di Jackson nel 2012. Di acqua sotto i ponti ne è quindi passata, per il giovane attore statunitense, e la sua carriera è andata avanti splendidamente costellata di film diretti anche da nomi importanti come Emilio Estevez, Robert Rodriguez e Frank Miller. Eppure, non c’è nulla da fare, lo guardi, e vedi Frodo. Elijah Wood è e resterà sempre un po’ hobbit, come Daniel Radcliffe sarà sempre un po’ il maghetto più famoso del mondo, Harry Potter, e, perché no, Harrison Ford Indiana Jones, Anthony Hopkins Hannibal Lecter e Anthony Perkins Norman Bates. Certi volti rimangono associati a un personaggio e non puoi farci nulla. E Wood è Frodo, punto e basta. Se però lì l’occhione azzurro sgranato e l’espressione sempre un po’ spersa erano funzionali e perfettamente calzanti al personaggio, qui purtroppo non è così: sembra di vedere Frodo in smoking e la cosa non regge. Non ci siamo. Non può recitare qualsiasi parte con la stessa espressività. Radcliffe è cresciuto, Wood no. Quindi trovo sia già sbagliata la scelta del protagonista, sebbene gli vada riconosciuto l’indubbio merito di aver suonato il piano lui stesso, ma per il resto non ci siamo proprio. Però c’è Cusack, direte voi. C’è ma non si vede. Parla solo. Ci regala una sequenza adrenalinica sul finale e poi basta. Sparito. Perché sprecare così un gran bravo attore come lui, mi chiedo? Alla fine quello che emerge maggiormente è l’assistente del folle psicopatico, che rimane senza nome, ma che per noi horrorofili è e resterà sempre il giovanissimo vampiro Marko del cult di Joel Schumacher del 1987 Ragazzi Perduti, l’attore Alex Winter. La faccia da schiaffi l’ha mantenuta, nonostante il passare degli anni, ed il suo personaggio funziona. Nulla di eclatante è invece l’attrice che impersona Emma, moglie di Wood, la neozelandese Kerry Bishé, carina e dolce ma nulla più, eccetto quando si esibisce alla fine in un’incantevole performance canora. Non lasciano alcun segno nemmeno le due stelle della televisione Allen Leech (Downton Abbey) e Tamsin Egerton (Camelot), ma hanno almeno il pregio di dar vita a delle gag spassose sebbene al limite dell’insopportabile.

Bella l’unica location del film, un incantevole teatro spagnolo fatto passare per americano. Ma poteva essere sfruttata meglio, rendendola più labirintica, sottolineandone i meandri. Soprattutto se si pensa che la sceneggiatura è stata scritta da Damien Chazelle, che oltre ad essere il più giovane regista della storia ad aver vinto un Oscar con il suo La La Land (2016), scriverà, dopo questa,  sceneggiature horror interessanti e tensive come quella di The Last Exorcism di Ed Gass-Donnelly (2013) e 10 Cloverfield Lane di Dan Trachtenberg (2016). Invece qui, di tensione ce n’è ben poca. Latita. Il ritmo è lento, non si riesce a creare nessun tipo di suspense. A parte un paio di belle morti, di due che se la vanno letteralmente a cercare, non succede nulla che non possa essere facilmente intuito. E la noia regna sovrana. Va bene tentare di far svolgere la storia in tempo reale, ma bisogna comunque rispettare anche un po’ i tempi filmici, e quelli della tensione, della suspense, cha Mira non pare nemmeno sapere che cosa siano. Egli si pone una sfida, ma è troppo ambiziosa per le sue capacità, non riesce a superare tutti gli ostacoli che il cast, la mono location, il tema musicale e lo svolgersi degli eventi in tempo reale rappresentano. Quindi Il Ricatto risulta un coacervo di buone idee senza però quel guizzo che potrebbe servire per renderlo in qualche modo memorabile. Si lascia guardare fino alla fine, ma nulla più.

Ho letto da qualche parte che questo film vorrebbe essere una sorta di omaggio di Eugenio Mira al Maestro della suspense per eccellenza, il grande Alfred Hitchcock … oddio, non me ne voglia Mira, ma se così fosse non mi pare che ci sia riuscito più di tanto, non riesco davvero a trovare nulla di particolarmente hitchcockiano in questa pellicola scialbetta e priva di mordente. Il finale, poi, vira verso il ridicolo, e rasenta addirittura la fantascienza, lasciandoci un po’ tutti a bocca aperta, ma non per le ragioni che avremmo voluto.

Mira prova ad enfatizzare la paura da palcoscenico incarnandola in un uomo che risale su un palco dopo cinque anni e, oltre ad avere tutti gli occhi puntati addosso, ha anche una pistola con un fastidioso puntatore laser che già lì ci si domanda come sia possibile che veda solo lui! La fobia diventa rischio, la paura del fischio si concretizza nella consapevolezza che alla prima nota sbagliata la nostra vita o quella dei nostri cari potrebbe essere seriamente in pericolo. Interessanti idee di partenza, belle musiche ed indubbia eleganza, questi sono i punti di forza de Il Ricatto, che però, purtroppo, non trovano uno sviluppo appropriato e decadono nell’incredulità più becera che sconfina in situazioni alla American Pie. Non ci si aspetterebbe di dover vedere un film del genere forniti di pop corn e coca cola, ma forse, a ben guardare, è l’unico modo per arrivare fino in fondo senza che crolli miseramente la palpebra. Nulla a che vedere con l’adrenalinico In Linea con l’Assassino del già citato Schumacher (2002), dove un abile Colin Farrell, chiuso in una cabina telefonica presa di mira da un folle cecchino, sapeva davvero farci venire i brividi sotto pelle. La situazione dell’intrappolamento senza via d’uscita è la stessa, ma le dinamiche ben altre.

Peccato. Un’occasione sprecata. Mi viene da consigliare a Wood di godersi il suo denaro in santa pace e lasciarci negli occhi il suo dolce e spaurito Frodo Baggins, dimenticandosi smoking e pianoforti a coda che proprio non gli si confanno.

 

https://www.imdb.com/title/tt2039345/

 

 

Ilaria Monfardini