Il ritratto negato: vita e arte del grande pittore polacco Władysław Strzemiński

Il ritratto negato cui fa riferimento il titolo è quello di Władysław Strzemiński (Bogusław Linda).

Nel 1948, nella Polonia del dopoguerra, il pittore e teorico dell’arte polacco e sua figlia Nika Strzeminska (Bronislawa Zamachowska), ancora bambina, vivono nella città di Łódź.

Docente all’Accademia di Belle Arti, membro dell’Unione degli Artisti e fondatore del Museo di Arte Moderna cittadino, Strzemiński riesce a realizzare la sua arte anche senza una gamba e un braccio che, la guerra gli ha portato entrambi via.

Non mancano la fama e il rispetto dei colleghi in patria e all’estero e, soprattutto, l’ammirazione di una schiera di allievi che lo adorano. Ma con la fine del 1949 le cose, per l’artista, si mettono male. Il partito comunista rende obbligatorio il realismo e l’avanguardista Strzemiński si trova opposto a un regime stalinista che non apprezza la sua arte astratta. Iniziano anni particolarmente bui, in cui le opere del pittore sono dichiarate fuorilegge. Solo nel 1956 i lavori di Strzemiński possono vedere di nuovo la luce dell’esposizione, grazie all’aiuto di un suo allievo.

Con questa biografia intima, quasi testamentaria, si chiude la lunga carriera di oltre mezzo secolo del regista polacco Andrzej Wajda. Il ritratto negato è un racconto commovente degli ultimi anni di vita di un artista la cui figura, in un certo senso, sembra richiamare quella dello stesso regista. Senza eccessi e con una prosa estremamente rigorosa, Wajda restituisce la complessità dell’anima artistica di Strzemiński e la sofferenza di un uomo che ha lottato, con dignità e fino alla fine, per la propria libertà di espressione.

In questo senso allora, Il ritratto negato diventa anche un’asciutta e dura immagine fotografica di un intero paese, la Polonia di Wajda, immortalato in uno dei momenti più drammatici della sua storia. Un’immagine fotografica che vale come una sorta di testamento artistico di un regista visionario.

 

 

Valeria Gaetano