Presentato nella sezione Confronti delle Giornate degli Autori nell’ambito della ottantunesima edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, Il tempo è ancora nostro arriva in sala nella speranza di andare incontro alle aspettative tanto delle masse, sedotte dai coefficienti spettacolari portati ad effetto dai film imperniati sulla capacità dello sport di trarre linfa dalla gestione delle emozioni, quanto degli spettatori avvertiti. Interessati di norma alla cosiddetta scoperta dell’alterità. Ovvero qualcosa che non si conosce destinata a diventare familiare.

Il processo di familiarizzazione nel caso preso in esame, invece di riguardare il carattere d’ingegno creativo del regista eletto ad autore, poiché Maurizio Matteo Merli, sebbene figlio d’arte, al debutto dietro la macchina da presa appare sprovvisto dall’attitudine ad appaiare immagine e immaginazione ad appannaggio dei franchi tiratori del cinema di pensiero, attiene alle caratteristiche di un gioco spesso frainteso da chi veleggia in superficie, che concilia modus operandi a primo acchito diametralmente opposti tra loro. Come il rilassamento e la concentrazione.

Concetti operativi quali le infauste cadute, lo sprone a rialzarsi, l’egemonia delle ciniche ma fruttuose certezze sui romantici vagheggiamenti avvezzi ad anteporre lo spirito alla materia rischiano di pagare dazio alla deleteria, se non soporifera, scontatezza dei luoghi comuni. In simili casi l’unico antidoto all’incognita della noia risiede o nella destrezza dell’autore chiamato in causa di ricavare vantaggio dai luoghi riflessivi eletti ad attanti narrativi carichi di senso o nello spettacolo della recitazione. Sia pure di secondo piano rispetto alle soluzioni stilistiche ed espressive trovate dai registi provvisti a iosa del carattere d’ingegno creativo. Che l’esordiente figlio d’arte, sebbene confermi l’assennatezza del proverbio “buon sangue non mente” concernente l’ascendente esercitato dal patrimonio genetico tenendo salde le redini della narrazione quantunque pretestuosa sull’esempio della padronanza recitativa dimostrata dal compianto padre Maurizio Merli nell’ambito del cinema di genere, al momento neanche costeggia. L’idea di affidare la parte del cinico finanziere redento che muta indirizzo ricominciando a praticare a livello agonistico lo sport amato da ragazzo ad Ascanio Pacelli, estraneo per sua stessa ammissione all’immersione della recitazione ma profondo conoscitore nella vita reale del golf tanto all’atto pratico quanto sul versante filosofico, affidando il ruolo del caddie sui generis, in odore di riscatto, al motivato ed empatico Mirko Frezza, alieno al supporto tecnico e strategico di chi aiuta a leggere i “green”, incline però ad anteporre al presunto carattere d’ingegno creativo degli attori accademici il carattere d’autenticità affine al congiungimento dei poli opposti dell’umanità, costituisce nondimeno un punto a favore per Il tempo è ancora nostro. A differenza delle modalità esplicative ravvisabili in parecchi dialoghi che spiegano talvolta in maniera logorroica e programmatica concetti già esposti, oltretutto andando decisamente più in profondità, dagli eloquenti silenzi.

Che permettono a Mirko Frezza e ad Andrea Roncato, nei panni dell’affabile operaio convinto che il golf non possa essere praticato neanche dal sangue del suo sangue al contrario di Tancredi consapevole da piccino dell’assoluto predominio etico dei vincoli di amicizia e fratellanza, di rimediare ad alcune saturazioni del racconto irrilevanti ai fini dell’esito conclusivo. Lo scontro tra inclusione ed esclusione paga tuttavia dazio altresì a dei flashback poco persuasivi. Rei di mandare a carte quarantotto con digressioni pedisseque ed enfatiche sottolineature la scorrevolezza narrativa garantita nel presente, quando Tancredi sulla via di Damasco persuade Stefano a uscire dalla confort zone della comunità di recupero dalla tossicodipendenza dove si è cucito addosso una veste da guru per rimettersi in gioco uno a fianco all’altro, grazie agli sguardi ora d’intesa ora di sfida. Ghermiti dall’avventizio Maurizio Matteo Merli con apprezzabile zelo professionale. Scevro però del guizzo cercato invano nella necessità evocativa dei campi lunghi incuneati nel canonico ed emblematico percorso composto dalle inesorabile diciotto buche, dall’erba rasata che connette il tee al fatidico green, dall’interazione tra teoria e prassi alla prova del nove. Ad allargare il cuore provvede la fragranza della schiettezza stabilita senza pronunciare roboanti inni alla forza d’animo necessaria a trovare l’equilibrio conciliando i reiterati opposti per vivere con caparbietà. Il movimento di macchina da destra a sinistra che, procedendo in direzione inversa a quella indirizzata di frequente, suggerendo la tenera inversione di tendenza raggiunta dal redivivo Tancredi con la risentita moglie e la dolce figlioletta, risulta un vano sparo nel buio. Contraddetto dai didascalici match cut visivi che spezzano la linearità insaporita dall’arguzia di riflettere ironicamente in merito ai colpi andati a male, raddrizzati dai “layup” di recupero, considerati praticabili seppur impronunciabili dal malincomico Stefano, accoppiando alla bell’e meglio i piani temporali senza suggellare ad hoc la nozione di futuro.

Coltivare, insieme ad alti e bassi, la condivisione delle sfide sane cementate dall’amicizia ritrovata è l’ennesimo frutto del cinema d’intrattenimento. E rientra così nell’ordinaria amministrazione della sveltezza del ritmo e nella definizione secondo copione delle indoli agli antipodi al riparo dall’eccesso di spiegazioni. Che fa capolino nel mero tentativo d’immortalare la scintilla iniziale dell’intesa virile di Stefano e Tancredi. A corto degli scorci umoristici, sanciti viceversa nel ritorno al presente dalla romanità verace di Mirko Frezza frammista a quella in sordina di Ascanio Pacelli. Svelto tuttavia ad agguantare quel mix d’incanto e disincanto che alberga nelle emozioni slogate care al saggista, anch’egli romano a dispetto del cognome da isolano, Enzo Siciliano. La geografia emozionale, al contrario, latita. E, di conseguenza, le varie location, zeppe di ostacoli artificiali ed eminentemente pratici, tralignano nelle polveri bagnate dei quadretti esornativi ed effimeri. Il tempo è ancora nostro stenta quindi a uscire dalla norma degli arcinoti apologhi sul bisogno di rialzarsi in elogio alla tenacia. La vena felice dell’attore per caso nonché golfista per sempre Ascanio Pacelli nel duettare col misurato ed epidermico Mirko Frezza basta al contrario a impreziosire il timbro sorvegliatissimo di chiaroscuri psicologici. Frugando nella piega umanissima degli eventi, appesantiti dalle scivolate nel pleonastico melodramma. Ed è merito dello spettacolo subordinato della recitazione se gli esami comportamentistici affidati alla strana coppia dell’attore resiliente e dell’elegante golfista, disposto a mettere a nudo l’ansia di lasciare il segno nelle incursioni in certi terreni sabbiosi zeppi di rimpianti, serbano intatta la lirica trasparenza dei percorsi condivisi benché accidentati. Peccato che al timone di guida il figlio d’arte diventato regista trovi di rado le tinte giuste per amalgamare sul serio la miscela d’incanto, disincanto, rimpianto ed effusivo manto d’erba in cui la sprezzante esclusione cede di schianto dinanzi all’esperienza immersiva stabilita dall’inclusione. A braccetto dell’appeal della recitazione.

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