Balzata agli onori della cronaca cinefila per aver co-sceneggiato insieme al marito Brady Corbet l’epico apologo sull’architetto del Bauhaus soggetto alle angherie d’un falso mecenate d’oltreoceano The brutalist ed essersi altresì distinta dietro la macchina presa nel mélo Il mondo che verrà, riuscendo ad amalgamare lo scandaglio storico-sociale all’esplorazione in chiave individuale e sperimentale dell’universo femminile inserito nello scenario western della frontiera americana dell’Ottocento, l’ambiziosa autrice norvegese Mona Fastvold prosegue con Il testamento di Ann Lee ad esibire in cabina di regia l’emblematico punto di convergenza tra immagine e immaginazione.

Attribuendo un ruolo di particolare rilievo agli stilemi del musical visionario per connettere gli spettatori nel mondo interiore della protagonista. Sottomessa alle mire libidinose del rozzo marito maniscalco avvezzo alla lettura licenziosa dei libri imperniati sul piacere della carne. Provata dai parti dolorosi. Sconvolta dalle atroci dipartite di tutti e quattro neonati messi al mondo. Al punto da venire ricoverata a causa dei chiari segni di squilibrio manifestati.

La voice over connessa al trascinante ballo collettivo, il dinamismo dell’azione libidinosa, nell’alcova dove l’uomo sfoga la brama di sesso ai danni dell’inerme consorte, l’inane surplus dello slow motion, congiunto dal prevedibile montaggio alternato alla conversione della tambureggiante armonia intradiegetica con l’aria folk sugli scudi in melodia extradiegetica ed etnica stentano ad accrescere realmente le risposte emotive degli spettatori avvertiti sul piano intellettuale. Sedotti viceversa dalla capacità di scrivere con la luce garantita dall’abile fotografia di William Rexer, convertendo i valori figurativi in ragguagli rilevanti sul versante introspettivo, grazie anche all’esperienza immersiva garantita a primo acchito dal formato in 70 mm. Il momento della svolta, con la sottomessa Ann Lee che diventa, seppur analfabeta, la carismatica predicatrice Mother Ann, insidiandosi coi fedeli proseliti, denominati shakers, nello Stato di New York, passa attraverso momenti estatici ed elegiaci di segno diametralmente opposto l’uno dall’altro. Mentre l’inversione di tendenza rispetto all’incipit, con l’approccio barocco ed estremamente esplicito – specie riguardo la correlazione tra sessualità ed efferatezza – scalzato dall’egemonia dell’estetica contemplativa su quella al contrario kitsch, suggella solo qualche scenetta di garbo muliebre, congiunta allo sforzo del manipolo di credenti decisi a guidare le anime dei peccatori al pentimento nella lotta in un primo momento per la sopravvivenza, il trapasso di tono, sancito dal passaggio dalla riflessione ascetica sulla persistenza all’opera di persuasione successiva, mette a fuoco l’estremizzazione della tecnica di ripresa portata a effetto da Mona Fastvold.

Pronta ad assemblare strada facendo la ricchezza di chiaroscuri degli affreschi panteistici giustapposti alla solerzia d’immagini simboliche, che distorcono sottilmente la realtà dei Credenti nella Seconda Apparizione del Cristo tramite la sospensione del timbro onirico onirico (oneiric style), giovando lì per lì alla dinamizzazione degli eventi e dei personaggi. Comprese le figure di fianco comunque coinvolte nell’esecuzione di gran carriera dei vari brani: Hunger & thirst, Worship, Clothed by the sun, Bow Down O Zion e Beautiful treasures Funeral. Interpretati da Lewis Pullman e Daniel Blumberg ed eseguiti da Amanda Seyfried. Già avvezza alle performance live canore ben prima d’impersonare Ann Lee seguendo le indicazioni dell’autrice orientata ora alla fluttuazione della camera a mano (handheld) ora all’associazione poetica preferita alla logica cronologica degli eventi. L’effigie degli alberi millenari, inquadrati secondo copione dal basso in alto, trascina la lirica trasparenza dell’ordine naturale delle cose nell’ordinaria amministrazione delle idee attinte, stringi stringi, al carattere d’ingegno creativo altrui. Specie del nume tutelare Terrence Malick. Scimmiottato alla bell’e meglio. Il ribaltamento prospettico dell’ordine naturale delle cose tramutato nell’inferno appiccato alla casa nel bosco dai nativi ostili agli shakers spinge fino in fondo il pedale struggente. Con il risultato di cadere nel ridicolo involontario del quadro d’Insieme degli shakers ridotti in fin di vita tra le schegge di fuoco che tramutano la puntata nel tragico in una ridondante resa degli esami comportamentistici dei fedeli proseliti dinanzi al martirio.

Amanda Seyfried and ensemble in THE TESTAMENT OF ANN LEE. Photo courtesy of Searchlight Pictures. © 2025 Searchlight Pictures All Rights Reserved.

La tentazione dell’iperbole, che conduce all’allucinaziione dell’ennesimo brutalità commessa per fiaccare corpo e spirito della predicatrice tacciata di stregoneria, innesca così un esorbitante focus sull’orrore del dolore nella speranza di accrescere il processo d’identificazione sia delle masse dai gusti semplici sia dalle platee con la puzza sotto il naso. L’esito grandguignolesco ed enfatico scontenta in zona Cesarini entrambe le categorie. Disattendendo aspettative agli antipodi anziché compendiare sul serio azione e contemplazione. La recitazione dell’intero cast, nonostante l’altalena degli stati d’animo uniti specularmente alla fermezza della predicatrice destinata a coniugare anzitempo la vita all’imperfetto, risulta piuttosto scolastica. Ed ergo piatta. L’avvicendarsi del climax ascendente e del controcampo discendente, con l’epilogo sommesso che scalza la rivelazione del martirio ai limiti della sopportabilità, scompagina inutilmente il taglio autoriale del quadro sperimentale dal movimento costante a caccia di grilli. Cavando mera fuffa dagli scheletri nell’armadio del cinico e materialistico Nord America. Avverso tanto ai missionari quanti alle mistiche donzelle prive di lettere dal piglio però risoluto ed escatologico. La cui eredità, con l’estinzione che fa seguito alla funesta rivelazione cementata al.posto dell’annuncio del millennio di pace profetizzato nell’Apocalisse, svapora in una soporifera bolla di sapone. Il testamento di Ann Lee chiude dunque i battenti in passivo. A dispetto delle impennate a vele spiegate step by step. All’insegna della violenza, degli accoppiamenti peccaminosi, dei cambiamenti miracolosi, delle danze prorompenti, degli annunci avvolgenti, dei risaputi contrasti tra natura e società. Che, alla prova del nove, fanno molto rumore per nulla. Shake docet.

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