La canzone non corre: osserva. Ogni suono, parola e immagine nasce da riflessione lenta, potatura e ascolto interiore. “Il Treno” è domanda, rotta, passaggio, attimo che resta, come l’eco di un vagone vuoto che diventa rivelazione. Un debutto che parla piano ma arriva fondo.

Giuseppe, è un piacere averti qui. In un panorama musicale dominato dalla velocità e dall’effetto immediato, tu scegli di rallentare. È una forma di resistenza artistica?

Più che voler “rallentare”, direi che ho sentito il bisogno di prendermi il mio tempo. Ascoltando molta musica di oggi, e potrei anche sbagliarmi, avverto una certa fretta: la fretta di pubblicare tanti brani, di produrre velocemente, di scrivere testi senza darsi il tempo di riflettere o di fare il così detto “lavoro di lima”. Sono cose che poi si percepiscono all’ascolto. Anche io quando scrivo istintivamente butto giù molto, ma poi spesso elimino almeno il 70-80% di ciò che ho scritto: è un processo che può richiedere giorni, settimane o anche mesi.

Non voglio dare lezioni a nessuno, sono solo agli inizi, però è vero che oggi noto una grande frenesia. La velocità in sé non è un male: un mondo veloce può essere anche un mondo più attento, più preparato, più “sul pezzo”, quindi più giusto e più sensibile rispetto a un mondo “pigro” e statico. Ma dal punto di vista artistico a volte si percepisce la mancanza di cura: testi sovraccarichi, poche idee musicali, brani buttati fuori solo per “esserci”.

Io ho scelto un’altra strada, ho scelto la mia strada. Non so se ci sono riuscito, ma ho cercato di mettere cura e attenzione in ogni parola e in ogni nota, senza guardare troppo l’orologio. Ho impiegato più di un anno per completare questo progetto, lavorandoci quasi ogni giorno e credo comunque di essere stato abbastanza rapido, di aver corso anche io in un certo senso. La mia vita è frenetica come quella di tutti, ma nel processo creativo cerco sempre di fermarmi, di riflettere e  di dare il meglio di me con gli strumenti e le capacità che ho. Io non ho una casa discografica alle spalle, non ho grandi studi o grandi budget. È stato un lavoro artigianale, fatto con pochi mezzi.

Nonostante questo io e Anton abbiamo realizzato qualcosa di cui siamo davvero orgogliosi.

Per me “rallentare” significa proprio questo: prendersi il tempo necessario per fare qualcosa che abbia un valore, almeno secondo i miei criteri.

La produzione è essenziale ma curata: come hai trovato l’equilibrio tra semplicità e intensità sonora?

Grazie ad Anton, l’arrangiatore dei brani. Onestamente penso che questo incontro abbia creato un mix particolare. Anton ha una formazione classica solidissima, un’eleganza musicale naturale e una cultura enorme: qualità che, credo, derivino anche dalla grande tradizione musicale russa. Dal mio lato porto l’espressività italiana, la nostra attitudine alla melodia e la musicalità della nostra lingua, che tutto il mondo ci riconosce.

Mi sono trovato bene soprattutto perché è una persona precisa, seria, appassionata. Ama profondamente la musica e questo si percepisce in ogni dettaglio del suo lavoro.

Nel caso de “Il Treno” desideravo un arrangiamento di archi che sostenesse l’andamento in sei ottavi e creasse una tessitura classicheggiante.

Lui è stato bravissimo a interpretare ciò che intendevo: ha colto subito il senso, l’ha trasformato in musica e il risultato è stato perfino migliore di come lo immaginassi. Ha una sensibilità rara, e sa entrare nelle idee con rispetto e creatività.

Il titolo del disco, “Nuova Vita”, e il singolo d’esordio sembrano dialogare. C’è un filo narrativo che unisce i brani?

Sì, credo che il titolo “Nuova vita” e il singolo d’esordio “Il Treno” dialoghino tra loro.

“Il Treno” apre il disco mettendo al centro il tema del tempo: il tempo che tutto avvolge e travolge, rendendo ogni attimo fugace. Esprime quindi la caducità dell’esistenza, seppur ponendo l’accento sui momenti più luminosi dell’esperienza umana.

A seguire ci sono gli altri brani che non seguono un vero e proprio filo narrativo, bensì umano: raccontano momenti (o sentimenti) reali della mia vita. Ci sono canzoni che parlano della perdita, della delusione, della fine di qualcosa e altre che invece portano di aria nuova, di movimento, di slancio positivo. Si tratta di frammenti del mio vissuto.

Infine c’è “Nuova vita”, il brano che dà il titolo all’album. Rappresenta il mio modo di tirare le somme. Mi viene in mente la frase attribuita a Chaplin: “la vita è una tragedia vista da vicino e una commedia vista da lontano”. Ecco, io ho provato ad allontanarmi un po’ dalle cose per osservarle meglio.

Nella canzone “Nuova vita” scrivo “schemi precisi decretano cicli infiniti di realtà”. Ho sempre avuto la percezione che la vita – quella individuale, ma anche quella biologica, storica e via dicendo – sia fatta di cicli. Senza voler scomodare Nietzsche, che sull’eterno ritorno ha costruito una riflessione enorme, l’idea di fondo è che tutto si muove tra fine e inizio. E osservando questi cicli si può scegliere dove rivolgere lo sguardo: verso ciò che muore o verso ciò che nasce.

Nel chiudere l’album ho deciso quindi di porre maggiore attenzione su questo secondo aspetto. Non per ingenuità o ottimismo facile, ma per ricordarmi che anche dopo le cadute più violente c’è sempre qualcosa da cui ripartire.

Inoltre, seppure nel mio piccolo, è presente  anche l’intento di lanciare un messaggio collettivo. Viviamo un’epoca complessa e probabilmente anche in questo senso siamo alla fine di un ciclo. Di nuovo possiamo decidere se porre l’attenzione verso ciò che muore o verso ciò che nasce. La scelta spetta a noi.

Cosa speri rimanga all’ascoltatore dopo aver sentito “Il Treno”?

Spero che gli lasci un’emozione, un brivido. Per un musicista la soddisfazione più grande è vedere qualcuno, dopo un ascolto o un concerto, con gli occhi lucidi: significa che sei riuscito a smuovere qualcosa. Se devo fare un parallelismo con la mia vita da medico, è un po’ come quando vedi un paziente stare meglio: non lo “salvi” tu, non hai poteri magici, ma hai dato un piccolo contributo. Allo stesso modo la musica può toccare delle corde interiori che la scienza non raggiunge. A me la musica ha salvato più volte e forse proprio per questo sento il bisogno di restituire qualcosa.

Quello che mi piacerebbe lasciare all’ascoltatore è l’idea che non è solo, che certe sensazioni appartengono a molti e che nella vita, anche quando tutto sembra andare male, c’è sempre qualcosa a cui possiamo aggrapparci, basta volerlo.

Se “Il Treno” riuscisse a regalare anche solo un frammento di questa sensazione a chi lo ascolta, per me sarebbe già moltissimo.

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