L’esperto ed entusiasta attore e regista torinese Giulio Base continua a esprimere dietro la macchina da presa con Il Vangelo di Giuda il proprio pensiero sul mondo, dall’interazione ai limiti dell’esacerbazione tra progressisti e reazionari alla riflessione analitica concernente i dati rilevati della passione di Gesù Cristo, sulla scorta soprattutto dell’imprescindibile capacità di scrivere con la luce. L’assoluto cavallo di battaglia dell’autore ritenuto per anni minore da oltre trenta primavere. Quando girò Poliziotti.
Traendo partito dalla vicenda del suicidio della guardia di PS in seguito all’evasione del detenuto affidato. Fuggito incurante delle tragiche conseguenze. Restituito alla reclusione dal collega e amico dedito all’opinabile ed energica reazione. Che ispirò Pier Paolo Pasolini poco prima di coniugare la vita all’imperfetto senza poter realizzare per il grande schermo l’apologo sui valori ritenuti desueti. Sfruttati dai ribaldi per mettere nel sacco i rappresentanti delle forze dell’ordine afflitti dalla labilità emotiva. Cementati dagli uomini d’ordine pronti a reagire. Ai disvalori. In nome dell’amicizia.

Ed è perciò naturale che Giulio Base chiuda il cerchio ricavando linfa dalla tecnica ribattezzata “soggettiva libera indiretta”. Messa a punto dallo stesso Pasolini nel libro saggio Empirismo eretico. Raccolta di due modi diametralmente opposti d’intendere la fabbrica dei sogni spesso tradotti in incubi a occhi aperti: il cinema di poesia e il cinema di prosa. Con Il Vangelo di Giuda la sinergia stabilita da Giulio Base con l’affidabile ed erudito direttore della fotografia Giuseppe Riccobene, lungi dal garantire all’opera di approfondimento sul tradimento per antonomasia agli antipodi a primo acchito con la forma di ubbidienza ai valori sviliti dalla degenerazione un rilievo migliore di quello attribuitogli all’atto pratico dalla scrittura per immagini, si va a combinare all’interdipendenza del controverso personaggio con l’istanza narrante. Lo scopo risiede nel far capire, anche agli spettatori meno ferrati sullo studio razionale dei rapporti dell’Onnipotente col creato, attraverso l’emblematico passaggio dalla teoria alla prassi riguardo l’atroce voltafaccia, che non esistono unicamente il bianco, come la veste segno di luce celeste indossata da Gesù Cristo, e il nero. Alla stregua dell’abito da corvo che avvolge nelle spire del male l’apostolo protagonista. Bensì emerge una dinamica cromatica d’infinite prospettive. Aperto e chiuso dalla musica extradiegetica rock, per lacerare la nota intimista e minimalista anziché solennemente biblica sia dal principio sia nell’epilogo che stimola una riflessione degna di nota, Il Vangelo di Giuda è scandito per intero in filigrana dalla musica intradiegetica. Che quindi sentono tanto i personaggi quanto le platee. Incuriosite dalla prospettiva orizzontale del viaggio nella mente di Giuda e dell’ennesimo pellegrinaggio sui luoghi di Gesù Cristo. Eletti ad attanti narrativi carichi di significato grazie al genius loci della geografia emozionale. Sancita dalle prodighe location calabresi. Dai castelli di Cleto e Savuto al platano millenario di Currunga. Dall’Abbazia del Patire di Corigliano-Rossano al Lago Cecita sito nel Parco Nazionale della Sila alle grotte rupestri di Caccuri. Dal Monte Cocuzzo di Mendicino al Castello Svevo di Cosenza. Sulla medesima falsariga dei Sassi di Matera, del Castello di Lagopesole, dei calanchi di Cutro e delle spiagge dell’isola di Capo Rizzuto, che permisero a Pier Paolo Pasolini di trovare il teatro a cielo aperto ideale per Il Vangelo secondo Matteo, le modalità di presenza suggellate da Giulio Base con l’ausilio degli stakeholders della Calabria Film Commission consentono ai fiumi, ai monti, compreso quello del cenacolo, e alla Via Crucis d’impreziosire la coalescenza degli sguardi. Rinvenibili nel discusso protagonista, distante altresì dalla visione alternativa del testo gnostico che converte l’infame tradimento in un atto d’ubbidienza, nonché nell’arguta cinepresa.

Attenta, al termine dell’incipit con il Redentore sulla croce in evidenza e l’atterrito Giuda di nero vestito sullo sfondo ritratto rigorosamente di spalle, a ghermire, riavvolgendo il nastro, l’atmosfera peccaminosa della casa di piacere dove, in base all’interpolazione portata ad effetto, nacque l’apostolo. Punito, nella Divina Commedia di Dante Alighieri, con la testa in giù e le gambe fuori. La pressoché costante voice over di “quell’anima là sù c’ha maggior pena”, che quaggiù sulla terra d’Israele perde presto l’innocenza dell’infanzia restituendo pan per focaccia all’abietto proprietario della squallida casa di piacere, sembra acquisire sul versante dell’appeal carismatico innescato dall’inconfondibile timbro baritonale ed eclettico di Giancarlo Giannini presso il pubblico dai gusti semplici ciò che perde nella definizione delle atmosfere sospese. Apparentemente svilite se non smentite dalla procedura esplicativa dell’illustre voce narrante. Al contrario, man mano, per merito delle vibrazioni emozionali trasmesse dell’intensità vocale di Giancarlo Giannini e dello scrupoloso linguaggio del corpo “di quinta” o “di sguincio” dello stesso Base, la figura di Giuda risulta ugualmente misteriosa. Il lavoro di sottrazione d’ascendenza bressoniana, frammisto alla soggettiva attinta al guru Pasolini, preserva l’inaccessibile. L’accessibile attiene invece alla confessione, talora straziante, talora stridente, della voce fuori campo dell’apostolo che, in virtù della conoscenza delle Sacre Scritture, si ritiene l’unico adatto ad accogliere in todo il Verbo di Gesù Cristo. Cincischiato in aramaico in mezzo a silenzi eloquenti ed ellissi prevedibili. Le frasi facilmente sottintese cedono però spazio al carattere d’autenticità dell’andamento errabondo di Gesù Cristo e degli apostoli, all’egemonia della contemplazione sulla dinamizzazione degli eventi fatidici, alla curiosa prevalenza d’una casualità antiretorica legata allo stato d’itineranza dei discepoli rispetto all’enfasi di maniera connessa all’esempio evangelico del viandante spirituale. L’intero cast, spronato dal motivatissimo Giulio Base, laureato in teologia ed ergo ben consapevole dell’importanza di distinguere l’essenziale dal contingente per mantenere intatto il valore salvifico della morte in croce del Figlio di Dio, si trova a suo agio nella sostituzione della narrativa tradizionale col carattere d’autenticità. Affiorato ad hoc nel sottosuolo dei gesti, con Rupert Everett sugli scudi nel ruolo del sommo sacerdote custode del Tempio che spinge Giuda alla perdizione, e nel linguaggio del corpo massiccio di Darko Perić. Molto convincente nei panni del voluminoso Pietro.

Lo scarnificato Vincenzo Galluzzo merita tuttavia un supplemento d’applausi per aver incarnato Gesù Cristo, non un poverocristo qualsiasi tipo il paria borgataro nell’episodio La ricotta di Pasolini in Ro.Go.Pa.G., preferendo alla tentazione dell’iperbole la debita sottorecitazione. In linea con la frammentazione. Con l’evocazione. Con il non detto. Il “detto” rintracciabile nella voice over di Giancarlo Giannini tocca l’acme in zona Cesarini. Il rapporto tra immagini e parole, sebbene in qualche previa circostanza accompagni in chiave scenica la propensione degli interpreti al gioco fisionomico mediante una sorta d’inane panegirico di due stilemi agli antipodi conciliati dando un colpo al cerchio dell’immediatezza associata all’accessibile e uno alla botte dei contesti ottico-sonori, mai comunque tesi sino allo spasimo nell’appaiarsi al concetto d’inaccessibilità, non va a caccia di grilli. Ma arriva, viceversa, dritto al punto nelle battute conclusive. L’accessibile fraintende l’inaccessibile. Giuda prende fischi per fiaschi. Nel momento in cui Gesù Cristo non sfugge alla morte sulla croce, a differenza di Pietro pentitosi immediatamente per il rinnegamento avvenuto nel cortile di Caifa, l’apostolo maledetto dalla nascita, che ha già restituito i trenta denari, non ha la Fede necessaria ad aspettare la Resurrezione. L’egemonia della materia sullo spirito ha il sopravvento. Il fraintendimento, scandito dal sibilo del vento perennemente in agguato, gli cela l’essenza delle cose. Non c’è dunque svelamento senza fraintendimento. La via di adattamento e di degenerazione dovuta all’attitudine a capire fischi per fiaschi, a ritenere Gesù Cristo reo di contraddirsi, cala il sipario ispessendo la riflessione. Giulio Base in cabina di regìa non devia dalla strada della sottigliezza. Scelta solo ed esclusivamente nel finale di Poliziotti allorché lo sbirro soprannominato Lazzaro risorge dall’ingannevole resa, consegna alla legge il fuggiasco colpevole del suicidio dell’inesperto uomo d’ordine obbediente alla parola data e medita sul sistema di valori preservati. Finanche quelli repressivi. Adesso Il Vangelo di Giuda, impreziosito alla prova del nove dall’abile montaggio alternato di Micaela Natascia Di Vito che esibisce ed esplora ambedue le dipartite, assume una funzione persino creativa. Amalgamando, sull’esempio del cinema di poesia, il rapporto tra parole fuori campo e immagini in campo al rapporto tra immagine e immaginazione. Vincolato dalla nozione di visibilità, dalla rarefazione dell’azione, dall’apprezzabile volontà di suggellare il carattere d’autenticità senza rinunciare alla spiritualità. Che elegge Giulio Base ad autore davvero con tutti i crismi.
