Marco Frosini, autore del romanzo Il Volo di Emma, condivide la straordinaria trasformazione di una sceneggiatura cinematografica mai realizzata in un’opera letteraria di grande impatto emotivo. In questa intervista, Frosini racconta come l’idea iniziale destinata al grande schermo abbia trovato nuova vita nelle pagine di un libro che esplora temi complessi e attuali come la violenza sulle donne. Attraverso uno stile che ricorda la sceneggiatura, con periodi brevi e dialoghi incisivi, l’autore conduce il lettore in un viaggio intimo e viscerale, dove ogni capitolo è arricchito da illustrazioni che anticipano emotivamente il racconto. Il Volo di Emma non solo sfida il lettore a riflettere sulle dinamiche nascoste della società contemporanea, ma invita anche a esplorare le emozioni e le esperienze che definiscono la nostra umanità.

INTERVISTA A MARCO FROSINI

Marco Frosini, benvenuto su “Mondospettacolo”. All’inizio del Suo libro, Lei menziona che il romanzo nasce da una sceneggiatura per un progetto cinematografico mai realizzato. Potrebbe raccontarci come è nato questo progetto originario e perché ha deciso di trasformarlo in un romanzo?

Tutto è partito da un’idea pensata per il cinema, un progetto che affrontava un tema molto forte e attuale. Era una storia destinata a diventare immagine. Poi, come spesso accade, il progetto si è fermato prima di concretizzarsi davvero. Nonostante questo, la storia non mi ha mai abbandonato. A un certo punto ho sentito l’esigenza di riprenderla e darle una forma diversa, più intima. Il romanzo mi ha permesso di entrare molto più a fondo nei personaggi, nei loro pensieri, nelle loro contraddizioni. È stato un modo per non disperdere qualcosa che sentivo ancora necessario raccontare.

Nel Suo romanzo, Lei esplora il tema della violenza sulle donne, cercando di andare oltre il sensazionalismo per scoprire le dinamiche e le emozioni sottostanti. Quali sono state le sfide principali nel trattare un argomento così delicato e complesso, e come ha deciso di affrontarle nella narrazione?

La difficoltà più grande è stata trovare un equilibrio. Quando si affrontano questi temi, è facile cadere nella semplicità, con il rischio di allontanare invece che avvicinare. Ho cercato di spostare l’attenzione su ciò che sta intorno: i segnali deboli, le emozioni non dette, le fragilità quotidiane. Mi interessava raccontare il contesto umano, non solo l’evento. Entrare nelle dinamiche relazionali, nei meccanismi psicologici, nelle zone grigie dove spesso tutto ha origine. È stato un lavoro molto delicato.

Ha scelto uno stile che ricorda la sceneggiatura cinematografica, con periodi brevi e dialoghi separati. Può spiegare come questa scelta stilistica influisce sull’esperienza del lettore e perché ha ritenuto che fosse la più adatta per raccontare questa storia?

Lo stile nasce quasi naturalmente dalla forma originaria della storia. Ho mantenuto un ritmo asciutto, fatto di frammenti, immagini brevi, passaggi rapidi. Questa struttura rende la lettura più immediata, quasi visiva. Il lettore si trova dentro le scene, senza lunghe mediazioni. Ogni blocco di testo ha un suo peso, ogni pausa diventa significativa. In un racconto dove contano molto le tensioni interiori e ciò che non viene detto apertamente, questo tipo di scrittura permette di dare spazio anche al silenzio. È una forma che non spiega tutto, ma lascia al lettore la possibilità di completare, interpretare, sentire. Inoltre ho scelto di affidare ogni capitolo a un’illustratrice, chiedendole di tradurre in un’immagine l’essenza di ciò che accade nella narrazione. Ogni disegno diventa così una sintesi visiva, un’anticipazione emotiva che accompagna il lettore e arricchisce l’esperienza del racconto.

Lei afferma che spera di suscitare empatia, riflessione, indignazione o speranza nei lettori. Come pensa che il Suo romanzo possa contribuire a una maggiore consapevolezza sociale riguardo alla violenza sulle donne e quali reazioni spera di vedere nel pubblico?

Penso che le storie possano arrivare dove spesso i discorsi non riescono. Quando un lettore si riconosce, anche solo in parte, in una situazione o in un’emozione, si crea una connessione più profonda. Il mio obiettivo è proprio questo: non tanto spiegare, quanto far percepire. Rendere visibili certe dinamiche che nella realtà restano spesso nascoste o sottovalutate. Mi auguro che il libro possa stimolare una maggiore attenzione, soprattutto nei confronti dei segnali più sottili, e che possa aprire a un dialogo.

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