Illusioni perdute: da Balzac un apologo sul potere del denaro

Rispetto a Superstar e Marguerite, impreziositi da una cifra stilistica in grado di appaiare lo scandaglio psicologico in merito alla lusinga dell’ingannevole delirio d’onnipotenza, Illusioni perdute è meno riuscito. Guadagnando sul piano dell’accuratezza dei motivi figurativi quanto perde sotto l’aspetto dei ragguagli introspettivi.

Si tratta pur sempre di un apologo storico sulle distorsioni maliziose della critica asservita, sulla bellezza riposta nella sacrosanta egemonia dello spirito sulla materia, sul vil denaro, che prende il sopravvento sui migliori angeli dell’indole umana cari ad Abraham Lincoln, capace comunque di sopperire all’abissale ignoranza degli spettatori volti ad anteporre nel verde degli anni il buio della sala ai banchi di scuola.

L’attualità del tema inserito nella ricostruzione meticolosa della Francia dell’Ottocento offre quindi discrete garanzie d’immediatezza espressiva. Mettendo al riparo la densa scrittura per immagini dall’incognita della noia di piombo. Il ché non è una garanzia d’autorialità. Rinvenibile viceversa nel talento di scandagliare attraverso l’ottica rivelatrice dell’aura contemplativa un tema degno d’approfondimento. Com’era, per esempio, il dramma, incline all’impasse del ridicolo involontario, di una cantante stonata in armonia tuttavia con la fragranza di vita delle persone ricche di spirito. Aliene quindi al cinismo, alla perfidia, alle prese in giro imperanti nell’alta società, ancor più che nei bassi ranghi, sulla scorta dell’abominevole egemonia, contro natura, della materia sullo spirito. Sotto questo punto di vista Giannoli con Marguerite ha comunicato molte più cose del pur illustre collega Stephen Frears in Florence. Che, smarrendo la cifra stilistica grazie alla quale aveva unito l’eleganza dell’apparenza alla crudezza oggettiva della sostanza (basti pensare a Le relazioni pericolose ed Eroe per caso), delega alla performance del mostro sacro Meryl Streep l’onore e l’onere di sobbarcarsi la riuscita dell’intero spettacolo. Ed è chiaro che abbia più frecce al proprio arco lo spettacolo di primo piano della regìa. Pure se da una parte il regista è Xavier Giannoli, eletto ad autore in Europa, ed estraneo allo status del divismo nel resto del mondo, e dall’altra l’attrice che impersona la vocalist che non dovrebbe cantare neanche sotto la doccia secondo i seguaci del tiro al piccione è Meryl Streep. La miglior interprete al mondo dopo Eleonora Duse. Oltre che una star internazionale.

Ciò vuol dire che l’esito di una pellicola sul versante della contemplazione del reale, che consente di guardare al passato per capire meglio il presente, non dipende affatto dal divismo. Scandagliato già a mestiere dallo stesso Giannoli in Superstar per mezzo del valore terapeutico dell’umorismo, dell’immaginazione e delle tecniche di straniamento connesse all’analisi dell’altalena degli stati d’animo. Che mettono in risalto l’ascendente esercitato dalla fama sull’anonimato. Un disvalore quindi. Ora il punto è capire se anche in Illusioni perdute a esprimersi appieno sia sempre Giannoli oppure se lo spettacolo di primo piano della regia ceda il passo allo spettacolo di secondo piano della recitazione. Nel ruolo del protagonista c’è quello che ai tempi del ventennio sarebbe stato definito un attor giovane: Benjamin Voisin. Unica nota lieta nel deludente coming-of-age Estate ’85 di François Ozon. Per merito dell’indubbia spontaneità di tratto. Amalgamata all’assoluta padronanza della tecnica recitativa. Un ottimo mix che però non è bastato, come d’altronde è naturale, a sottrarre la scrittura per immagini dell’involuto Ozon alla lagna del singhiozzo esistenziale e all’accozzaglia di luoghi comuni spacciati per luoghi struggenti. Ad affiancare nell’ambito dello spettacolo di secondo piano della recitazione nel ruolo dello scrittore Raoul Nathan c’è il regista Xavier Dolan. Un fuoriclasse, benché appena trentaduenne, nell’humus dello spettacolo di primo piano della regia. A ciascuno il suo.

Perché Dolan costeggia una recitazione scolastica. Diametralmente opposta all’estro sprigionato dietro la macchina da presa in Mommy. Recuperando l’immagine iconica di Alain Delon che in Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti tappa la bocca a Renato Salvatori, nelle vesti dell’esule meridionale divenuto vagabondo a contatto con la metropoli settentrionale, per poi affiancarla ad alcune suggestioni visionarie sulle parti rovesciate, sull’alienazione imperante nei consorzi domestici, sulle battute feroci, sull’angoscia che preme nell’aria. A discapito della speranza di riuscire ad allargare lo spazio vitale e quello dell’immaginazione. In Illusioni perdute, forte del carattere d’ingegno creativo attinto al grande scrittore e critico transalpino Honoré de Balzac, ce n’è indubbiamente parecchia. Ma attiene alla destrezza del vero autore, ossia Balzac, nel trasfigurare la propria esperienza di vita per convertire un fatto intimo in un qualcosa di utile come monito per l’intera collettività. Giannoli si limita, si fa per dire, a fornire una cornice all’altezza dell’ambiziosa trasposizione cinematografica. Al quadro coi fiocchi provvedono i soldi messi a disposizione dalla produzione ai fini della ricostruzione storica. Che prevale sull’immaginazione. In tal modo il rapporto tra immagine e immaginazione di Superstar è in pratica ridotto all’osso. Ma non la riflessione sul divismo. Il carattere d’autenticità riscontrabile nell’impatto del poeta in erba giunto dalla campagna con la giungla metropolitana di Parigi vale meno del carattere d’ingegno creativo: è ovvio; a ogni buon conto vale più del trattamento superficiale ed esornativo con cui molti registi nostrani affrontano argomenti del passato e del presente che conoscono poco e niente.

Benjamin Voisin, nell’interpretare il poeta di belle speranze scontratosi col muro della dolorosa evidenza diventando un critico asservito, influenzato dall’esperto collega Étienne Lousteau, conferma di conoscere benissimo l’università della strada di Parigi. Che ha frequentato imparando parecchie cose. Come Claudio Amendola. In virtù dell’attitudine ad attingere all’esperienza di vita maturata nella ressa delle strade capitoline e nei salotti borghesi l’input necessario a lavorare su se stesso e sul personaggio. I frutti si vedono in Illusioni perdute. Per via della supercoscienza di Benjamin Voisin. Che non veleggia mai in superficie. Al contrario degli illustri colleghi nei ruoli di fianco. Specie Cécile de France negli algidi ed eleganti panni della ricca mecenate Louise de Bargeton, che nel tradire il marito con l’avventizio poeta resta sulle sue perfino nell’alcova. Al contrario dell’attrice di teatro d’estrazione popolaresca. Meno bella. Più grassoccia e buona. Che la misconosciuta Salomé Dewaels, elettrizzata di misurarsi con un cast stellare, incarna con notevole pathos. Gli interpreti sconosciuti nei ruoli principali funzionano dunque meglio degli interpreti famosi nei ruoli marginali. Incluso Gérard Depardieu nelle vesti del capo dei critici consapevoli di come il loro ruolo possa essere venduto al miglior offerente. Stracciato da Vincent Lacoste (Étienne). Quando il critico corrotto spiega al critico con la goccia al naso da corrompere che Cristo camminando sulle acque va criticato perché ha paura di nuotare lo spirito di Balzac balza fuori dal film trascinando gli spettatori, persino quelli allergici alle letture, all’applauso. Il tallone d’Achille del film risiede negli echi sin troppo evidenti del ben più compatto ed erudito Amadeus di Miloš Forman, dell’apologo storico di ben altra profondità evocativa Danton di Andrzej Wajda, del leitmotiv del primissimo piano dell’occhio del critico asservito. Che sa troppo di déjà-vu. I meriti di Illusioni perdute vanno ricercati nei movimenti di macchina da destra verso sinistra. A favore del thrill. Ovvero il brivido. Giannoli tiene così sui carboni ardenti le platee incolte. Mentre la voce fuori campo di Dolan paga dazio alla retorica. Intesa come ampollosità. Voisin invece merita lo status di co-autore. Appaiando agli stilemi del thriller e all’università della strada la degna retorica dei retori.

 

 

Massimiliano Serriello