Con una scrittura istintiva e arrangiamenti dark ed emotivi, Sereen firma un brano capace di mettere a nudo l’esperienza della fantasia compulsiva. L’artista racconta il suo percorso artistico e umano, tra fragilità e forza creativa, in un’intervista che va oltre la superficie delle parole.

Hai eseguito “Imaginationite” dal vivo per la prima volta nel marzo 2025. Com’è stata l’esperienza di portare un brano così intenso sul palco?

Assolutamente allucinante, e nel senso più positivo della parola. Realizzare quel concerto è stato forse l’atto primo di quello che è il percorso di carriera che desidero concretizzare. Già nel 2019 ero arrivata ad avere quasi qualcuno che doveva rappresentarmi per portare il mio EP dal vivo, per poi non concretizzare niente. Pertanto, farlo senza alcuna rappresentanza manageriale o un’etichetta lì all’Auditorium è stato un bello schiaffo in faccia a chi m’aveva promesso tante frottole.

Quanto il tuo percorso tra Napoli e Londra ha influenzato il tuo approccio alla scrittura e alla sperimentazione sonora?

Adesso che non vivo più a Napoli posso dire che, se Londra è stato il calcio d’inizio e la fase di “gioco” nell’ambito della musica, Napoli è stata invece la fase del consolidamento a livello di studi e dell’apprendimento, anche a livello umano. Napoli mi ha un poco “sporcata” dalla mia tendenza alla favella pulita e perfettamente accademica, se vogliamo usare dei termini peculiari. Mentre Londra ha incentivato in me quel senso di serietà e di introspezione che sono più che mai intenzionata a portare avanti nei miei prossimi e futuri brani. Napoli ama molto il cantautorato all’italiana, mentre Londra ama tutto ciò che è influenza straniera, ma con inglesismi annessi. Spero di aver risposto adeguatamente a questa domanda!

“Imaginationite” lancia un messaggio di accoglienza verso parti complesse della mente. Quanto pensi sia terapeutico per te e per chi ascolta esplorare questi temi attraverso la musica?

Penso sicuramente molto terapeutico. Credo che la musica, in buona parte, debba essere una terapia d’inizio, perché spesso non vi sono i mezzi per poter accedere a delle piattaforme che quell’assistenza dovrebbero poterla garantire in forma più economica e democratica. Quindi credo che la musica, ancora una volta, abbia il potere di poter lenire, curare e permettere uno spiraglio di espressione a chiunque ne abbia bisogno.

Prossimi passi: su cosa stai lavorando ora dopo “Suitcases” e i singoli già pubblicati?

Al momento ho più di una quindicina di pezzi abbozzati che dovrei vedere come spaiare tra singoli e futuro album. Non immagino un EP perché, a questo punto, sono molto concentrata sull’idea di pubblicare dei corpi di lavoro più grandi e con filoni narrativi più complessi. Al momento sono molto indaffarata nel cercare di dividermi tra trovare date e suonare nei locali (tanto in Italia quanto fuori) ed eventualmente cercare una rappresentanza che possa aiutarmi a gestire finalmente il progetto. L’altro giorno ho pubblicato qualcosa sui miei social che dovrebbe suggerire un possibile nuovo singolo. Mah; chi lo sa che cosa volevo dire?

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