Poliedrico, curioso e profondamente legato al mondo dell’arte, Marco Fanciulli è una di quelle persone che vivono la cultura come un modo di essere, prima ancora che come una passione. Con una formazione classica, due lauree in Belle arti e Giurisprudenza, ha saputo intrecciare sensibilità estetica, curiosità intellettuale e una costante ricerca di bellezza nelle sue esperienze di vita. Fin da bambino è stato affascinato dal mondo della musica e delle arti visive, grazie alla madre che lo portava all’opera e ai concerti di musica classica. Un’influenza che ha segnato la sua vita e alimentato un ascolto attento, quasi istintivo, nei confronti della musica. Negli anni, questa passione lo ha condotto a esplorare ambienti molto diversi: dai grandi teatri lirici ai luoghi della musica indipendente, sempre mosso dal desiderio di comprendere l’arte in tutte le sue sfumature. Amante del cinema, degli animali e dei viaggi, Marco vive ogni esperienza come un’occasione di scoperta e di arricchimento personale. In questa intervista parleremo del suo rapporto con la musica e l’arte, delle sue esperienze più significative e del suo recente libro “In direzione ostinata e contraria” che raccoglie una serie di recensioni mettendo sotto i riflettori artisti che vanno fuori dagli schemi.

Marco, com’è nata la tua passione per la musica e per le arti e quanto ha influito l’influenza di tua madre?

La nascita della mia passione per la musica potrebbe assomigliare a una favola. Sono l’ultimo di quattro fratelli e fra me e loro c’è tanta differenza d’età. Sono cresciuto con i miei fratelli che ascoltavano musica ogni giorno e in casa avevamo un giradischi che era sempre in funzione. Sono stati i miei fratelli a inculcarmi la passione per i vinili quand’ero ancora in tenera età. A casa mia si ascoltavano autori come De André, Vecchioni, Battisti, PFM, Finardi, Rolling Stones, Beatles, Doors, Hendrix, Led Zeppelin e diversi altri gruppi e artisti, e i miei fratelli sovente mi facevano scegliere i dischi da mettere sul piatto Importante è stata dal punto di vista formativo la mia cara mamma che purtroppo due anni fa è andata in cielo. Lei, donna che aveva anche origini tedesche, era una cultrice di musica classica e mi portava al Conservatorio a sentire i concerti. La sua influenza è stata importante perche grazie a lei ho potuto sviluppare una bella apertura mentale che mi ha portato a non mettere barriere fra un tipo di musica e un altro. La musica è bella tutta, che sia classica, rock o jazz, e non devono esistere steccati Si può facilmente immaginare che sono cresciuto con una certa apertura mentale e questo grazie alla mia famiglia: da una parte il rock coi miei fratelli e dall’altra la classica con mia mamma. Unico elemento stonato è stato mio padre . Lui proprio di musica non ha mai voluto saperne Sempre grazie a mia mamma ho sviluppato la passione per le belle arti, quella che poi mi avrebbe portato a prendere una laurea in belle arti.

In famiglia però non tutti condividevano questa sensibilità artistica, giusto? Ci sono stati dei conflitti in merito a questo?

Ti racconto un aneddoto. Sempre quand’ero bambino stavo facendo una collana di dischi che con la paghetta dei miei andavo ad acquistare dal giornalaio sotto casa: era una collana della Curcio denominato La Grande Storia del Rock; era veramente singolare che un bambino che di solito ascolta lo Zecchino d’Oro faceva una collana di musica dedicata al rock, questo per farti capire l’imprinting che mi diedero i miei fratelli, e anche il giornalaio si stupiva, ricordo che quando scorrazzavo in bicicletta nella via dove abitavo lui mi chiamava: “è uscito il nuovo numero!” Ecco una volta tornai a casa con un vinile di quella collana e con uno dei miei fratelli decidemmo di ascoltarlo insieme e lo mettemmo sul piatto. Quindi ci sedevamo in due e ci facevamo rapire dell’ascolto. Non era la prima volta che ascoltavamo i dischi in due con un atteggiamento meditativo. Peccato che l’ora dell’ascolto coincideva con quella della pennichella pomeridiana di mio padre, tra l’altro la camera da letto dei miei era proprio di fronte a quella di noi ragazzi e mio padre non era insolito che ci tirasse degli accidenti perché non riusciva a dormire. Finché una volta escogitò in deterrente: andò nel ripostiglio di casa e prese un martello e a noi due ci minacciava: “ecco vedete, questo è il martello! (Lo teneva in mano come un guerriero primitivo tiene la sua clava) Ora me lo porto con me a letto. Se non tenete lo stereo a basso volume vengo e lo prendo a martellate! Solo voi dovete ascoltare la musica e non spaccare i timpani agli altri”. Ovvio che non l’avrebbe mai fatto, il martello era solo un deterrente. D’altra parte lo capivo anche pover’uomo: voleva andare a riposare e si ritrovava con gli AC/DC e gli Iron Maiden sparati a palla . Questo aneddoto è per farti capire che in famiglia l’unico che era contrario alla mia passione per la musica fu mio padre. Lui era un militare, un uomo portato alla vita concreta, al senso pratico dell’esistenza e non era in grado di capire la mia sensibilità artistica. Ci furono dei contrasti ma si limitavano solo all’aspetto diciamo “ideologico”, non ha mai cercato di ostacolarmi mio papà, perchè mi voleva un bene infinito. Però eravamo diversi, molto diversi, anche politicamente, e lui avrebbe preferito che alla musica e all’arte mettessi in primo piano il senso pratico della vita. Però potevo contare sull’appoggio di mia madre: per lei musica e arte erano avanti a tutto. I conflitti si limitavano a questo, a una certa incomprensione con mio padre.

Il tuo percorso di studi è davvero singolare, due lauree in campi molto diversi. Come si conciliano Giurisprudenza e Belle Arti?

Dopo aver preso il diploma di maturità classica ero molto incerto sul mio futuro e non sapevo dove andare a parare. Una delle carenze della scuola italiana è la mancanza di un orientamento post-scolastico e molti studenti si ritrovano persi. Ho scelto giurisprudenza per un motivo diciamo utilitaristico, perché è una facoltà che apre molti sbocchi nel campo lavorativo. Io avrei voluto fare lettere o filosofia e mi sarebbe piaciuto molto insegnare, però in famiglia erano scettici e temevano che avrei fatto il precario per tutta la vita. Però non sono pentito di aver scelto giurisprudenza perchè è pur sempre una facoltà umanistica, anche se ha una componente tecnica, e il diritto mi ha insegnato tante cose. Una volta che ho raggiunto la mia indipendenza economica mi sono iscritto alla facoltà di belle arti per coronare un mio sogno antico: quello di diventare esperto e critico d’arte. Diciamo che giurisprudenza per dirla con Kierkegaard mi ha dato una certa regola e un certo rigore, è stata il mio stadio etico, mentre le belle arti hanno sublimato ed esaltato il mio stadio estetico, facendolo crescere e maturare.

Oltre alla musica classica hai frequentato anche ambienti molto diversi, come quello del rock alternativo. Com’è avvenuto questo passaggio?

Diciamo che un vero e proprio passaggio non c’è mai stato, perchè come ti avevo scritto alla prima domanda la classica e il rock sono sempre andati a braccetto negli anni della mia crescita. Ti dirò di più: anche il mio incontro col jazz è stato precoce. Sempre presso il mio edicolante si potevano trovare i vinili di un’altra bella collana: I Grandi del Jazz della Fabbri editori, una storica collana di cui ogni capitolo era dedicata a un illustre jazzista. Sempre il mio giornalaio di fiducia che era anche un amico e aveva una figlia mia coetanea, una biondina molto carina cui facevo il filo, mentre avevo preso in mano un vinile di quella collana mi sorrise e mi disse: “non mi dire che ti vuoi appassionare anche al jazz. Così giovane!”. Preso dalla mia innata curiosità acquistai quel vinile e per la prima volta, pensa un po che avevo solo otto anni, entrai in contatto con la musica jazz. Tu puoi comprendere che un adolescente che aveva già alle spalle queste esperienze musicali possedeva una marcia in più nel comprendere la musica e di smascherare le insidie del mercato discografico. Quando ho iniziato a frequentare il liceo classico era già la seconda metà degli anni ottanta ed ero deluso dal mainstream che andava per la maggiore, musica pop e synth-pop costruita per le classifiche, nella quale vedevo solo un grande giro di soldi e poca qualità artistica Un importano svolta avvenne con una mia ragazza dell’epoca che mi fece conoscere per la prima volta la rivista Rockerilla, e fu per me lo spalancarsi di un mondo. Scoprii che all’ombra del mainstream e dei solito che andavano per la maggiore c’era un sottobosco underground tutto da conoscere ed esplorare. Tu puoi immaginare che un adolescente che aveva già alle spalle queste esperienze musicali possedeva una marcia in più nel comprendere la musica e di smascherare le insidie del mercato discografico. Quindi, grazie anche a un bel giro d’amicizie e a un paio di bravi negozianti di dischi esperti nel settore, intrapresi dei veri viaggi musicali nel mondo del rock indipendente. Rockerilla ai tempi era il top delle riviste musicali alternative, poi ai tempi in cui non c’era internet era un piacere andare alla scoperta di vinili di autori miscinosciuti. Ai tempi abitavo a Milano e non lontano da casa mia c’era e c’è ancora un negozio di dischi usati che era una vera e propria mecca del vinile. Ricordo che passavo interi pomeriggi a spulciare negli scaffali e tornavo a casa con le mani nere come il carbone e almeno due-tre vinili sotto braccio Poi fu la volta della patente, delle prime uscite in auto la sera cin gli amici e delle frequentazioni di centri sociali e locali in cui venivano a esibirsi gruppi indie internazionali. C’erano due locali in particolare: il Bloom di Mezzago e il Tunnel di Via Sammartini a Milano. Lì ho visto dal vivo gente come gli Oneida, i Godspeed You Black Emperor, i Pan Sonic, i Pere Ubu, i Kryptasthesie, Cesare Basile, i Wolfango e diversi altri Diciamo che ero entrato nel pieno del giro alternativo di Milano. La classica però non l’avevo dimenticata, era bagaglio della mia formazione musicale e grazie all’imprinting datomi dalla classica avevo iniziato a esplorare la contemporanea, il Novecento, compositore come Varese, Stockhausen, Berio, il minimalismo di Steve Reich e Terry Riley, l’improvvisazione pura degli AMM, e compresi che queste erano le basi di tanta musica indie-rock, da Frank Zappa ai Pink Floyd alla Kosmische Musik tedesca, fino a un certo tipo di post-punk.

Se dovessi riassumere in poche parole la tua filosofia di vita, cosa diresti?

La mia filosofia di vita si potrebbe riassumere in una sola parola: arte. Penso che chi mette l’arte al primo posto nella vita vuol dire compiere quella che potrei definire una sorta di iniziazione, arrivare a concepire la vita stessa come arte, un’arte del vivere. L’arte è il prodotto di una vocazione, la vocazione verso il bello e verso una naturale predisposizione per la creatività umana. La musica, colonna sonora della mia vita, è arte, un’arte capace di permeare la vita e di trasformare la vita stessa in arte Ricordo una frase che per me è stata un insegnamento; l’avevo appresa durante una mostra dedicata alle culture tribali africane del Ghana a Verona. Questa frase venne pronunciata da un capo tribù e recitava “tutta la vita è ritmo”. Da quel giorno l’adottai come verità assoluta, perche è vero, la vita, la nostra vita è ritmo, infatti ha origine nel battito cardiaco, il ritmo ancestrale della vita, e ogni attimo che viviamo è un’esperienza ritmica e musicale. Pensa quanto quest’insegnamento proveniente da una remota tribù del nord del Ghana quanto può avere influito sulla mia passione per la musica e le belle arti in genere. La vita è ritmo e va vissuta nella pienezza dell’arte, questa è la mia filosofia di vita. Inoltre questa filosofia ti educa a capire e ad abbracciare quello che è veramente importante nella vita: la gioia di vivere, l’amore, le relazioni umane, la curiosità e la sete di conoscenza, uno stile di vita che porta a volere bene a sé stessi, senza scadere nel narcisismo e nell’individualismo, e alle persone che ti circondano. Arrivi a considerare quello che veramente conta e a non farti influenzare da orpelli inutili. Solo per farti un esempio: l’arte ti insegna il valore dell’interazione fra le culture del mondo. Chi ama l’arte e chi vive la propria vita con arte arriva a capire quanto le barriere e gli steccati siano cose assolutamente inutili e che la ricchezza umana cresce tramite l’incontro fra le varie culture. Vivere con arte e per l’arte vuol dire interagire con quest’enorme serbatoio di ricchezza che sono le culture del mondo, e questa per me è arte pura.

Il titolo del tuo libro, “In direzione ostinata e contraria” richiama immediatamente De André. È una citazione voluta?

Si è una citazione voluta. Per Fabrizio De André è un modello. Non solo perche è stato un immenso cantautore figlio artistico di Brassens e degli chansonnier d’Oltralpe ma per i suoi insegnamenti. Pensa che il cantautore genovese in piena epoca di boom economico, quindi in un’era dominata dalla corsa all’arricchimento, al consumismo, a uno stile di vita vacuo e frivolo, ebbe il coraggio di smascherare l’altra faccia del boom e di sbatterla in faccia ai cosiddetti perbenisti e benestanti mostrando l’ipocrisia di fondo che pervadeva e pervade la nostra cosiddetto società del benessere. In un’epoca di boom economico De André cantava e dava voce agli ultimi, agli emarginati, gli zingari, a coloro che furono esclusi dal volano economico. Quale grande poeta è mai riuscito a trasformare in poesia un mondo crudo e tutt’altro che poetico quale quello delle prostitute? Egli ha trasformato quelle persone in creature recente. Questo vuol dire andare in direzione ostinata e contraria. De André ha visto il mondo attraverso gli occhi degli ultimi, e questo mondo lo ha trasformato in un mondo di poesia. Attraverso gli occhi degli ultimi, verso i quali non ha mai espresso giudizio ne condanna ma soltanto una lucida umanità che potrei definire manzoniana, egli ha mosso la sua critica e la sua ribellione verso il mondo borghese, ipocrita e incapace di accettare i diversi. Questo vuol dire andare in direzione ostinata e contraria; ma non solo: il cantautore genovese andava ostinatamente controcorrente anche nell’affrontare altre tematiche, come ad esempio la religione: guarda il Cristo di De André. È un Cristo dogmatico? No. È un Cristo umano che vive in una dimensione umana, un Cristo pasoliniano. Oppure altri temi come la morte. La morte in De Andrè non è mai associata al dolore e al lutto ma è una morte che si mostra si nei suoi aspetti tragici ma è quasi allegra e irriverente, che non fa differenza fra i vivi e i morti, come una danza macabra. Pensa che eroe fu Faber! In un’epoca in cui si cantava di tintarelle di luna, balli del mattone, stesse spiagge e stessi mari e rotonde sul mare lui ha saputo portare alla luce il sudicio mondo degli emarginati. Questo è il motivo per cui mi sono ispirato a De André. Il titolo del mio libro, il primo volume di un progetto che prevede una collana di dieci volumi, è mutuato da una sua frase che riassume tutte le sue tematiche. Trattando album di artisti e formazione che sono fuori dagli schemi, lontani da un discorso di business, intendo dare voce a chi si è mosso in direzione ostinata e contraria alle logiche capitalistiche del mercato discografico; però il mio progetto vuole essere ancora più ambizioso: valorizzando la creatività fuori dagli schemi intendo valorizzare l’arte, perchè l’arte non concepisce schemi ne barriere, e intendo dare uno schiaffo morale alla cultura del dio soldo.

Ci sono momenti autobiografici nel libro?

C’è qualche elemento autobiografico. Non è prioritario includere nelle mie recensioni esperienze legate alla mia vita poste in relazione all’album che devo recensire. Qualche volta però mi piace descrivere, prima di entrare nel cuore dell’album, qualche mia esperienza personale legata all’acquisto del disco piuttosto che alla conoscenza diretta dell’artista. È un modo anche simpatico di “condire” la recensione con un quadretto autobiografico. Però inserire il racconto o l’aneddoto legato a una mia esperienza personale, questo per me è importante sottolinearlo, non è un’operazione che fa perno sulla mia persona ma su quella dell’artista: il racconto della mia esperienza di vita è funzionale per una maggior comprensione dell’artista e dell’album in genere A titolo di esempio ti racconto quest’aneddoto. Quando sono andato al concerto di David Thomas al Bloom di Mezzago, concerto che era parte di un tour per promuovere l’allora nuovo album uscito Erewhon, c’era nel locale un televisore che trasmetteva una partita della nostra nazionale di calcio e prima del concerto ci eravamo messi a guardare la partita. La cosa bella è che in mezzo a noi spettatori c’era proprio lui, David Thomas, che guardava l’Italia degli azzurri come se fosse uno di noi, identificazione totale fra artista, e un artista di una lingua e cultura diversa dalla nostra, e il suo pubblico Ecco, quando farò la recensione di Erewhon di David Thomas racconterò quest’evento, ma non per me, per far capire e rendere ancora meglio l’idea di che personaggio era David Thomas.

L’ostinazione per te è una qualità o un difetto?

L’ostinazione per me è una qualità quando non è diretta a fare del male o arrecare danno a sé stessi e agli altri, allora diventa non solo un difetto ma una pessima condotta. Il rispetto è un valore fondamentale nelle relazioni umane ed è la base di qualunque rapporto di amicizia e di amore. Devi sapere che provengo da una cultura legata ai figli dei fiori e al precetto peace&love, anche se mi rendo conto che con i chiari di luna che ci sono attualmente nel mondo essere peace&love è fuori moda. Però siccome amo andare in direzione ostinata e contraria preferisco essere una goccia che magari un domani potrà diventare oceano. Pensa che ognuno di noi è una goccia ma se fossimo capaci di guardare dentro chi ci sta vicino scopriremo che dentro ogni goccia esiste un oceano. In un mondo che funziona alla rovescia, nel quale i giusti vengono fatti passare per sbagliati e quelli sbagliati figurano sullo scranno dei giusti essere ostinati diventa un azione per migliorare se stessi, non un atto prometeico di “ubris”, per dirla con Eschilo, ma un atto di umanità per gridare il proprio no alle ingiustizie del mondo, alle prepotenze, all’odio. Tieni presente che la parola odio non esiste nel mio vocabolario e anche questo è un atto ostinato in un mondo che propaganda l’odio e lo fa solo per biechi interessi economici e di potere. Non solo la musica ma la mia vita intera è dominata dall’ostinazione, quella sana e positiva, quella che mette al primo posto i valori umani, le persone. Faccio uno stile di vita particolare e molto alternativo al pensiero dominante non certo per snobismo ma per poter gridare il mio no alle ingiustizie. Ti voglio ancora dire una cosa. La mia attività di recensore di album musicali ha il valore di in sacerdozio, impiego forze e sacrifici per un atto di amore e di umanità che consiste nel far conoscere agli altri album musicali che altrimenti sarebbe stato difficile conoscere, e quando si tratta di dischi famosi, cercare di darne una visione ampia e fuori dal coro Le mie recensioni nascono da un atto d’amore. Donare qualcosa di se agli altri è stupendo e ti fa stare bene anche con te stesso. Tieni presente che non non siamo delle monadi incomunicanti, non siamo isole ma facciamo parte di un arcipelago che si chiama società e una bella società si costruisce col dono di ognuno di noi di una parte di sé e con l’aiuto reciproco. Ecco cosa intendo con l’ostinazione come valore in un mondo di disvalori: apri il tuo cuore agli altri, diffondi conoscenza, dona al tuo prossimo una parte di te. “Concludo la risposta al questa domanda confidandoti che la sana ostinazione per me ha un obiettivo finale: raggiungere l’atarassia, ovvero uno stadio di serenità interiore libero dai turbamenti. Che non è il raggiungimento della felicità, la felicità è un bene raro e prezioso e ci possono essere solo dei momenti felici, ma quello della serenità
La musica e l’arte in generale mi hanno aiutato nella mia strada per perseguire l’obiettivo di una vita atarassica, proprio nel senso epicureo del termine, una vita dove conta la serenità d’animo, la liberazione da ciò che apporta negatività”.

Se dovessi riassumere in una sola frase il senso del libro, quale sarebbe?

Conosci Daniele Sepe? È un musicista napoletano che fa un interessante ibrido fra jazz e world music. Negli anni 90 ha fatto uscire un album dal titolo Viaggi Fuori Dai Paraggi. È una bella espressione che ho adottato e penso che sia la frase che riassume tutto il senso del mio libro. Come ti avevo accennato il libro è il primo volume di una collana di dieci volume dedicata alla outsider music. Questo progetto è un grande “viaggio fuori dai paraggi” della musica. In musica il miglior viaggio fuori dai paraggi è esplorare la outsider music: è uno scrigno che ti permette di fare dei veri viaggi musicali lontani dai paraggi della convenzionalità, della commercialità e di uno schematismo compositivo legato a modelli consueti. Questi artisti e i loro album hanno dimostrato che esistono molteplici altre strade non solo al mainstream più commerciale ma anche a tanto rock indipendente. Sono artisti che hanno dimostrato che i concetti di eccentrico, stravagante, bizzarro non sono devianze o espressione di follia ma sono doti creative, doti che meritano di essere valorizzate perchè appartengono allo sterminato mondo della creatività. Per esempio un Demetrio Stratos, il cui album Metrodora è fra le recensioni contenute nel libro, con i suoi esperimenti con la voce come lo possiamo definire? Un folle? No. È un genio, un genio dell’outsider music che ha ampliato il linguaggio del più antico strumento musicale che è la voce. L’outsider music è molto preziosa perche amplia i linguaggi musucali, li traghetta verso lidi inimmaginabili, e non va considerata solo come espressione di artisti stravaganti e folli, e a proposito di follia conosci la celebre frase di Goethe? “La follia è solo la ragione che ha preso una strada diversa” Stesso discorso vale per l’outsider music: è la musica che ha preso strade diverse e per questo non va ne demonizzata ne emarginata ma conosciuta a fondo perché è un viaggio affascinante in meandri sonori che permettono di ampliare la conoscenza della musica Concludo questa bella intervista raccontandoti l’ultimo aneddoto Quando acquistai l’album Zeit dei Tangerine Dream, qualora non lo sapessi si tratta di una formazione tedesca delka cosiddetta Kosmische Musik degli anni settanta, non ero ancora preparato a questo tipo di musica cosmica. Arrivato a casa misi il vinile sul piatto e rimasi rapito al punto che mi misi in costume adamitico e a occhi chiusi e gambe incrociate cercai una connessione con queste sonorità cosmiche così fuori dal comune. Fu un’esperienza totalizzante che mi permise di raggiungere uno stato totale di atarassia (pensa che quel giorno era la vigilia di un esame universitario che dovevo dare. L’esperienza mi aiutò anche a superare l’esame). Questo fu uno dei tanti esempi di viaggi fuori dai paraggi, e adesso che sono impegnato in questo progetto il senso di questo libro e dei volumi successivi che verranno è questo: un grande viaggio fuori dai paraggi.

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