In dvd un doppio Anthony Steffen western

CG Entertainment (www.cgentertainment.it) continua a manifestare notevole interesse nei confronti del genere western riscoprendo su supporto dvd Lo credevano uno stinco di santo e Il mio nome è Scopone e faccio sempre cappotto.

Trattasi di due pellicole interpretate nella prima metà degli anni Settanta – sotto la regia dello spagnolo Juan Bosch – dal compianto Antonio de Teffe che, meglio conosciuto con lo pseudonimo Anthony Steffen, vanta una filmografia di quasi settanta titoli spaziante da Ci troviamo in galleria di Mauro Bolognini all’erotico L’amante di Lady Chatterly di Pasquale Fanetti.

 

Lo credevano uno stinco di santo (1972)

Prima di lasciare candidamente questo mondo tra le braccia di una rigogliosa prostituta, un insospettabile vecchietto appena uscito di prigione viene preso di mira dai più feroci scavezzacolli del West, su tutti un messicano e un americano fuorilegge, che riescono a strappargli il luogo dove è tenuto nascosto l’oro che aveva rubato. Sulla loro strada, però, trovano Paco, interpretato dal Daniel Martin già visto in Per un pugno di dollari di Sergio Leone ed ex compagno di cella dell’anziano, e il pistolero Trash, ovvero Steffen.

Il Per un pugno di dollari che, oltretutto, sembra essere omaggiato dall’immagine iniziale mostrante un indiano morto a cavallo in questa oltre ora e venti di visione in cui il citato nome del personaggio di Steffen – qui doppiato dallo stesso Nando Gazzolo che prestò in precedenza la voce anche a Franco Nero in Django di Sergio Corbucci e Le colt cantarono la morte e fu… tempo di massacro di Lucio Fulci – potrebbe curiosamente aver anticipato la denominazione dell’eroe incarnato inizio anni Ottanta da Mark Gregory nei post-atomici castellariani 1990: I guerrieri del Bronx e Fuga dal Bronx. Oltre ora e venti di visione che, comprendente nel cast anche la Tania Alvarado di Django sfida Sartana e, nel ruolo del cattivissimo di turno, l’immancabile Fernando Sancho, pur mantenendo un tono serio non nasconde – a cominciare dal titolo – la volontà di contaminarsi di un più o meno vago retrogusto comico chiarament derivato dal super successo Lo chiamavano Trinità… con Bud Spencer e Terence Hill. Rerogusto testimoniato in particolar modo dalla scelta di giocare il tutto sulla coppia protagonista, nella quale il peone cialtrone Martin riprende in un certo senso il Cuchillo regalatoci da Tomas Milian ne La resa dei conti e Corri uomo corri di Sergio Sollima.

Una featurette di tredici minuti in cui il cineasta indipendente Roger A. Fratter parla del film occupa la sezione extra del disco.

 

Il mio nome è Scopone e faccio sempre cappotto (1974)

In gabbia e in attesa di esecuzione sommaria, Lumacone viene liberato dall’amico pistolero solitario Dallas, che riesce a mettere in fuga i malintenzionati e lo trascina in una disputa su una proprietà terriera momentaneamente ereditata dalla giovane Glenda, ovvero la Gillian Hills vista anche in Blow-up di Michelangelo Antonioni, in Arancia meccanica di Stanley Kubrick e nell’horror targato Hammer Rose rosse per il demonio, diretto da Peter Sykes.

Con la ragazza che, secondo la volontà dei genitori, vedrà la proprietà al centro di una disputa tra lei e il pistolero da chiudere giocando una partita a poker, Il mio nome è Scopone e faccio sempre cappotto – curiosamente datato in maniera errata 1972 sul retro di fascetta del dvd – rientra tra gli ultimissimi western facenti parte del ricco e variegato curriculum di Steffen; il quale, nella parte di Dallas, in questo caso si tuffa definitivamente nel sottogenere tutt’altro che serioso che ha decretato la grandissima popolarità del sopra menzionato Lo chiamavano Trinità… e del suo sequel Continuavano a chiamarlo Trinità, entrambi firmati da E.B. Clucher (all’anagrafe Enzo Barboni). Del resto, mentre il Claudio Undari noto ai fan della celluloide bis come Robert Hundar provvede a regalarci il villain della situazione, l’accentuata ironia è facilmente intuibile già dal momento in cui abbiamo un sorprendentemente funzionale Fernando Sancho che, nelle inedite vesti comiche di Lumacone, si mostra impegnato a fare i bisogni. E, se da un lato non mancano circostanze farsesche e scazzottate tipiche del filone, dall’altro contribuisce la simpatica colonna sonora composta da Marcello Giombini a porre ulteriormente in risalto l’andamento spiritoso e nient’affatto drammatico alla base della veloce operazione. Con la curiosa particolarità che la partita a carte suggerita dal titolo, in realtà, non viene affatto giocata. In fin dei conti, fu anche il periodo di uscita di Lo chiamavano Tresette… giocava sempre col morto.

 

Francesco Lomuscio