
C’è qualcosa di spiazzante nel modo in cui Roberto Giorni fa entrare il lettore dentro la testa di Giancarlo Banchelli, protagonista di “Quasi Troppi”. La voce narrante procede per accumulo, quasi respirando insieme ai pensieri del personaggio, e restituisce con naturalezza l’irrequietezza di un uomo che si avvicina ai trent’anni senza avere ancora deciso chi vuole diventare. Giorni ambienta la vicenda in un futuro prossimo che non stravolge il presente, ma lo spinge appena oltre, quel tanto che basta per far emergere con più nettezza le rigidità sociali e religiose che pesano sul protagonista. I genitori di Giancarlo, figure autorevoli e devote, diventano il simbolo di un mondo che pretende ordine e rispettabilità, mentre lui insegue una libertà che fatica persino a definire con precisione. “Non sentivo alcun bisogno di giudicare la loro omosessualità”, scrive a un certo punto, ed è una frase che dice molto del registro morale del romanzo: mai giudicante, spesso ironico, capace di guardare con leggerezza anche i momenti più scomodi. Il ritmo narrativo alterna scene quotidiane, quasi minute, a passaggi più concitati, e questa oscillazione tiene viva l’attenzione senza appesantire la lettura. Anche i personaggi secondari, dal collega di lavoro Luca Verdi alla combriccola di amicizie che circonda il protagonista, contribuiscono a comporre un affresco corale credibile, mai ridotto a semplice contorno della vicenda principale. Giorni dimostra soprattutto una qualità rara: sa rendere simpatico un protagonista che, a guardarlo da fuori, avrebbe tutte le carte in regola per risultare irritante. Un romanzo che funziona come progetto letterario di formazione travestito da satira, e viceversa, e proprio in questo doppio registro trova la sua cifra più convincente, capitolo dopo capitolo, fino all’ultima pagina.

Capisco perfettamente quella sensazione di smarrimento, il processo di scoperta di sé è davvero un viaggio lungo e a volte disorientante.