Intervista esclusiva di Alessandro Cunsolo per MondoSpettacolo

Flavio De Paola, attore, regista e fondatore del Teatro degli Audaci di Roma, è una figura centrale del teatro romano contemporaneo. Con la sua compagnia ha portato in scena successi come “Rumors”, “Novecento” e “Aspettando Godot”, ma è soprattutto il suo impegno nel trasformare un’aula scolastica in un teatro da 250 posti a renderlo un punto di riferimento culturale per il quartiere Montesacro. Nella stagione 2025-2026, De Paola è in scena con la divertentissima commedia “I tre moschettieri”, diretta da Pino Ammendola, dove interpreta uno dei ruoli principali in un cast corale che sta riscuotendo grandi consensi. In questa intervista esclusiva, De Paola racconta la sua esperienza con lo spettacolo, il cammino del Teatro degli Audaci, il suo approccio all’insegnamento e i sogni per il futuro del teatro romano.

Complimenti per il successo de “I tre moschettieri”: come ti sei trovato a lavorare con Pino Ammendola?

Lavorare con Pino Ammendola è stato un vero regalo. Ha una visione lucidissima della comicità e, allo stesso tempo, una grande libertà creativa. Sa quando guidarti e quando lasciarti cadere nel vuoto, che è poi il terreno ideale della farsa. Il momento più divertente? Una prova in cui una scena è completamente deragliata: invece di fermarci, Pino ci ha lasciati andare avanti per dieci minuti di puro caos controllato. Lì abbiamo capito che lo spettacolo stava trovando la sua anima.

Nel tuo ruolo fai parte del trio di “moschettieri improvvisati”: come hai costruito il personaggio?

Il personaggio nasce dall’idea di prendere molto sul serio qualcosa di profondamente sbagliato. È un moschettiere che crede di essere all’altezza, ma non lo è affatto. La sfida è stata passare da una comicità realistica a una grottesca senza perdere verità: il grottesco funziona solo se l’attore ci crede fino in fondo.

Il Teatro degli Audaci è arrivato alla 13ª stagione: com’è nata l’idea di trasformare un’aula scolastica in un teatro?

È nata da un atto di incoscienza e di amore. Non avevamo un teatro, avevamo un’idea: creare un luogo dove il teatro fosse accessibile e vivo. Trasformare un’aula scolastica in un teatro da 250 posti è stato un atto concreto di resistenza culturale. La soddisfazione più grande è vedere spettatori che tornano da anni e ragazzi che entrano per la prima volta a teatro proprio da noi.

Il Teatro degli Audaci è un punto di riferimento per Montesacro: cosa significa essere una “casa culturale”?

Significa avere una responsabilità. Il teatro non deve essere solo un luogo di spettacolo, ma di incontro e crescita. L’inclusione non è uno slogan: è costruire un pubblico che si riconosce in quel luogo. Il Teatro degli Audaci è casa quando qualcuno entra e si sente legittimato a stare lì.

Da “Rumors” a “Novecento”: qual è il filo conduttore dei tuoi spettacoli?

Il filo conduttore è l’essere umano, con le sue fragilità e contraddizioni. Che sia commedia brillante o teatro più introspettivo, mi interessa la verità emotiva e il rapporto diretto con il pubblico.

Con la Compagnia degli Audaci hai creato un ensemble affiatato: qual è il segreto del vostro timing comico?

La fiducia. Il timing comico nasce dall’ascolto reciproco. Nessuno cerca la battuta migliore per sé, ma quella giusta per lo spettacolo.

Sei anche docente all’AudaciLab: cosa cerchi di trasmettere ai tuoi allievi?

Rispetto per il lavoro e per il palco. Il talento è importante, ma senza disciplina e ascolto non va lontano. Insegnare mi aiuta anche come regista: mi costringe a tornare all’essenza.

Quanto è importante oggi il teatro comico per avvicinare il pubblico, soprattutto i giovani?

È fondamentale. La comicità è una porta d’ingresso potentissima: crea comunità e fa venire voglia di tornare a teatro. Se il pubblico giovane ride, poi resta.

Hai lavorato anche nel cinema: come concili palco e macchina da presa?

Sono due linguaggi diversi. Il teatro è respiro e relazione diretta; il cinema è dettaglio e sottrazione. Mi affascinano entrambi, ma il mio centro artistico resta il palcoscenico.

Quali sono i tuoi obiettivi futuri e cosa sogni per il teatro romano?

Il futuro ha un nome preciso: Teatro degli Audaci Off. Il 2026 sarà l’anno di questa nuova sfida: uno spazio più raccolto e sperimentale, dedicato alla nuova drammaturgia e ai giovani artisti. Accanto a questo, continuerò a lavorare su nuovi spettacoli e sui grandi classici. Per il teatro romano sogno più collaborazione, più coraggio e una visione che lo consideri un bene necessario.

Fonte: Esclusiva Flavio De Paola per MondoSpettacolo.com
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