Irene Magnani è una regista, sceneggiatrice e produttrice italiana emergente, nota per i suoi cortometraggi che affrontano temi sociali profondi, dalla tecnologia alla violenza di genere, passando per tradizioni culturali e pandemie. Con riconoscimenti internazionali da New York a Dubai, i suoi lavori mescolano dramma, distopia e documentario, sempre con un occhio empatico verso la società. In questa intervista esclusiva, Irene ci racconta le sue ispirazioni, le sfide creative e i progetti futuri, offrendo uno sguardo intimo sul suo percorso nel cinema indipendente.

I tuoi cortometraggi, come “E-Day” e “COVID-FREE”, affrontano temi complessi come la perdita di identità dovuta alla tecnologia e la paura del contagio. Cosa ti ispira a esplorare queste tematiche distopiche e sociali?

La mia sensibilità! Sono sempre stata molto sensibile ed empatica verso il prossimo e attenta ai cambiamenti della società, quindi è stato un vero e proprio grido di allarme il mio! Vorrei che il mio spettatore si fermasse a riflettere e a porsi domande sul proprio presente e soprattutto futuro!

“Il Silenzio Uccide” ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali, tra cui il premio come “Best Women’s Short Film” al Majestic King International Film Festival nel 2023. Puoi raccontarci la genesi di questo progetto e cosa ha significato per te questo successo?

“Il silenzio uccide!” è un progetto uscito di pancia, per contribuire a rendere consapevoli tante donne che per paura restano immobili e soprattutto accettano ancora di coprire col silenzio per non suscitare chiacchiere o maldicenze, molto spesso consigliate proprio dai familiari. È vero il detto che “I panni sporchi si lavano in famiglia”, ma non a discapito della propria vita! Capita purtroppo ancora che la nostra società accusi la vittima piuttosto che difenderla e il mio cortometraggio intende dare consapevolezza alle vittime.

Hai collaborato con altri registi e sceneggiatori, come Roberto Petrocchi per “Abissi di un amore” e Gualtiero Serafini per “L’Oro di Pietro”. Come influisce il lavoro di squadra sulla tua visione creativa?

Lavorare in team è un’esperienza estremamente gratificante per me, posso nutrirmi del confronto artistico e insieme unendo le nostre differenti sensibilità e talenti realizzare opere d’arte, così come sono i due lungometraggi citati. Sono, per inciso, ancora in attesa di una produzione seria che possa realizzarli, so che è difficile attirare l’attenzione di un grande Produttore, ma mi credete se vi dico che ne vale veramente la pena? Due storie diversissime tra loro, ma unite dall’amore per il cinema! Nell'”Oro di Pietro” affronto il legame ritrovato con le proprie radici, grazie a Pietro, un bambino strappato alle proprie radici, ma che torna per un’eredità nella sua terra natia e dopo mille conflitti interiori decide di mollare una carriera avviata all’estero e un matrimonio imminente per tornare “a casa sua”, grazie anche all’incontro con l’Aceto Balsamico DOP di Modena, che gli fa capire come l’esistenza debba essere vissuta, non più con ritmi frenetici, ma con ritmi dettati dalla Natura, a passo d’uomo. “Abissi di un amore”, invece, esplora il mondo malato degli stalker, chi si nasconde dietro la maschera? Perché una persona normale può improvvisamente cambiare pelle e diventare uno stalker? Qual è il meccanismo che permette di andare oltre? Una giornalista da un nebuloso passato indaga intervistando alcuni personaggi che hanno vissuto questo scisma, per riservare poi un finale che lascerà il pubblico a bocca aperta!

“La Moneta” è un corto animato realizzato durante la pandemia da COVID-19, che narra l’atto eroico di un medico in pensione che torna in corsia per l’emergenza. Come hai affrontato la sfida di raccontare una storia così intensa in un periodo tanto difficile?

Ricordo bene quel periodo, i set erano chiusi per Covid e l’idea di utilizzare l’animazione come mezzo narrativo fu un atto necessario, ma anche originale e innovativo per me! Una sfida nella sfida direi. Grazie ai disegni meravigliosi di Flavia Ferraguti, la mia storia ha potuto prender vita. La storia è basata su un fatto di cronaca realmente accaduto, durante la prima fase della pandemia chiamavano in soccorso medici in pensione e neolaureati senza esperienza, mi sono immaginata un loro incontro e il loro stato d’animo, così è nata “La Moneta”.

I tuoi lavori spaziano tra generi diversi, dal drammatico al distopico, fino al documentaristico con “L’Oro di Pietro”, incentrato sull’Aceto Balsamico DOP di Modena. Come scegli i temi e i generi per i tuoi progetti?

In realtà sono i film che arrivano da me… Non scelgo in modo razionale o tramite ricerche di mercato quale sia il tema più sensibile da raccontare, semplicemente vengo ispirata da fatti o notizie, a volte basta una parola e nella mia mente si costruisce la storia.

Hai diretto, scritto e prodotto diversi cortometraggi. Quale aspetto del processo creativo trovi più stimolante e quale più impegnativo?

Stimolante sicuramente la scrittura, vedere piano piano i personaggi emergere dalla nebbia e diventare più nitidi è una sensazione molto coinvolgente e appagante. Più impegnativa e stressante è la parte produttiva, l’organizzazione logistica ed economica che sta dietro a un progetto è molto complessa, può durare mesi o addirittura anni.

“Testimoni Silenziosi”, vincitore al CortoFiction 2019, è stato realizzato insieme a Elisabetta Magnani. Puoi raccontarci di più su questa collaborazione e sul tema della spiritualità affrontato nel corto?

“Testimoni Silenziosi” è la mia opera prima, un cortometraggio a cui sono molto legata, sia emotivamente che professionalmente. Elisabetta Magnani è mia sorella e devo a lei se ora sono qui a raccontarvi il mio percorso. Il mondo del cinema mi ha sempre ruotato attorno, a partire dal cognome che porto, ho lavorato dieci anni con mansioni amministrative in alcune sale cinematografiche e visionato i più grandi Registi con le loro opere, poi mia sorella mi ha stimolato a scrivere un soggetto e a girarlo insieme. Ho pensato subito agli alberi, bene prezioso da tutelare e soprattutto mi sono resa conto che loro sono i testimoni silenziosi che dalla notte dei tempi proteggono le nostre vite. Mi sono immaginata il cerchio della vita sotto le proprie fronde e ho messo in scena sette età dell’uomo, dalla nascita alla vecchiaia. Proprio poco prima della fine l’uomo ormai al termine del suo cammino, capisce, appoggiando la propria mano sul tronco, che la propria pelle increspata dal tempo non è poi molto diversa dalla corteccia dell’albero e consapevole che entrambe apparteniamo alle stesse “radici” si avvia verso il bosco per tornare da Madre Natura.

I tuoi cortometraggi hanno avuto un grande riscontro nei festival internazionali, da New York a Dubai, da Parigi a Seoul. Come vivi l’esperienza di vedere le tue opere apprezzate a livello globale?

È una grande soddisfazione, soprattutto perché capisco che la mia poetica, nonostante la barriera linguistica, è ben compresa e apprezzata. Vuol dire arrivare alla pancia dello spettatore.

Nel tuo lavoro emerge un forte interesse per questioni sociali, come il fenomeno dello stalking in “Abissi di un amore” o l’isolamento in “COVID-FREE”. Come pensi che il cinema possa contribuire a sensibilizzare il pubblico su questi temi?

Il cinema può tanto, tantissimo! Da sempre la Settima Arte è stata portavoce di cambiamenti sociali e di pensiero. Il cinema è uno strumento utilissimo per comunicare emozioni e soprattutto far riflettere su tematiche globali. Il cinema fa bene alla mente e al cuore!

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Ho appena terminato di girare il mio sesto progetto, un cortometraggio sulla donazione degli organi e mi sono incentrata sulla donazione delle cornee, di cui non ne parla mai nessuno. Scritto col mio Maestro e ora collega Gualtiero Serafini. Una storia di generosità e altruismo e che grazie alla donazione può essere artefice di rinascita per chi soffre da anni e vive nell’attesa e nella speranza di un organo compatibile per tornare a vivere. Nel corto recitano Enkeleda Kosova e Milena Bianca Gori, oltre ad altri bravissimi attori. Ho girato il documentario su Antonio Giuseppe Malafarina, giornalista tetraplegico che, nonostante sia rimasto trentacinque anni fermo in un letto, è riuscito a vivere molte vite e a impegnarsi socialmente contro lo stigma della disabilità. Antonio Giuseppe Malafarina è stato giornalista (curava il blog Invisibili del Corriere della Sera), collaboratore di Salute e Benessere e Famiglia Cristiana, poeta e aforista; ha scritto con la giornalista Minnie Luongo il libro “Intervista col Disabile”, era Presidente onorario della Fondazione Mantovani Castorina del San Paolo di Milano per la cura e l’accoglienza di persone con grave disabilità (il reparto è il DAMA). I suoi aforismi (ne ha scritti 300), alcuni dei quali erano previsti per essere inseriti in oggetti d’arredo della Alessi, ma lui è purtroppo mancato nel febbraio 2024. Ha ricevuto nel dicembre del 2024, purtroppo postumo, l’Ambrogino d’Oro dal Comune di Milano. Antonio Giuseppe Malafarina è stato un grande uomo e sarà per me un onore raccontare il suo percorso e la sua grande anima. Adesso il documentario è in montaggio, quindi sarà pronto verso fine anno; nel frattempo l’ho già girato e ho girato mezza Italia per prendere tutte queste testimonianze e verrà fuori un grande progetto. Ho scritto con Gianfranco Vivoli, un caro amico sceneggiatore, alcuni soggetti per lungometraggio, tutti a tema sociale. Affrontiamo tematiche quali il pregiudizio sulla disabilità, il mondo dei centralini antiviolenza, dove vengono raccontate le innumerevoli facce della violenza di genere, poi un progetto a cui tengo tantissimo, “Un buco nel cuore”, la storia di una donna che si ritrova, causa un tumore al seno, a dover fare i conti con se stessa e con la propria realtà, da questa esperienza troverà la vera sé e sarà più forte di prima.

Ci sono nuovi temi o generi che vorresti esplorare nel tuo percorso artistico?

Sono molto duttile e soprattutto curiosa, quindi probabilmente sì.

Hai un sito personale (www.irenemagnani.jimoosite.com) e sei iscritta alla SIAE. Come gestisci la promozione del tuo lavoro e la tua identità artistica in un’industria competitiva come quella cinematografica?

Non è semplice in un mondo dove si è tutti interconnessi. Credo che l’unico modo per arrivare veramente al pubblico e alle persone, sia quello di essere se stessi e sempre aperti al dialogo e alla comprensione. Siamo esseri tecnologici, ma con un sorriso e una stretta di mano si arriva direttamente alla persona. Il rischio del nostro tempo è proprio quello di dimenticarcene.

Quali registi o opere cinematografiche ti hanno influenzato di più nella tua carriera, e come si riflettono nel tuo stile narrativo e registico?

Qui si potrebbe parlare per ore… Innanzitutto mi ispiro al Maestro dei Maestri del cinema che è Hitchcock, lui ha letteralmente stravolto la grammatica registica, tanto è vero che alcuni suoi capolavori sono diventati icone mondiali. Poi grande ispiratore per me è Fellini, che ha anch’egli rivoluzionato il cinema con il suo stile onirico e surreale, ma capace di far riflettere nel profondo, perché in Fellini è insita una nota di tristezza e poi amo profondamente lo stile di ripresa di Muccino, il suo stile rende partecipe lo spettatore “dentro” la scena, creando empatia ed emozione tra il protagonista e lo spettatore. Il suo cinema ci porta in scena, cosa che mi trova perfettamente d’accordo.

Il tuo corto “E-Day” ha vinto come Miglior Sci-Fi al Philadelphia World Film Festival. Cosa ti affascina del genere fantascientifico e come hai lavorato per rendere il tuo messaggio universale?

“E-Day” è una sfida nella sfida, ovvero, avevo l’esigenza di raccontare un secolo della nostra società in pochi minuti e ho pensato ad immagini forti e immediate, quindi ho pensato di raccontare tutto attraverso sei quadri (clip), della durata di circa 90 secondi l’una, dove gli attori vivono una determinata situazione tipica di quel decennio. Ho inserito una colonna sonora originale, realizzata dal compositore Eugenio Intemerato e il risultato è stato avere moltissimi premi ed essere stati selezionati da un prestigioso festival come Tulipani di Seta Nera e restare in chiaro su Raiplay per un anno intero dando la possibilità a più persone di vederlo. Ancora quel progetto mi emoziona ogni volta che lo riguardo.

Lavorare su un tema legato alla tradizione, come in “L’Oro di Pietro”, richiede un approccio diverso rispetto a un corto distopico o drammatico. Come hai bilanciato l’autenticità culturale con la narrazione cinematografica?

“L’Oro di Pietro” è un’opera ideata da me e scritta a quattro mani con Gualtiero Serafini. Racconta di tradizioni e valori tramandati di generazione in generazione dentro a una ferita familiare mai risolta. È una storia che rappresenta per me una sconfitta, perché nonostante io sia Autrice Emiliana, e ho scritto un progetto per valorizzare la mia terra, questo sia stato accolto con tiepido interesse dagli organi preposti della Regione. Il Balsamico di Modena è un prodotto unico nel suo genere, per tipologia e cura, basti pensare che per affinarlo serve una dedizione di minimo 25 anni, infatti colui che se ne occupa e cura l’acetaia, è chiamato “Conduttore”, cioè colui che conduce il prodotto da una generazione a quella successiva. Nonostante due Produttori si siano interessati e abbiano messo il cuore in questo progetto “L’Oro di Pietro” non ha ancora visto la luce e son passati ben sei anni. Cerco sempre qualcuno che possa permettermi di realizzarlo.

Per i giovani filmmaker che desiderano entrare nel mondo del cinema indipendente, quali consigli daresti basandoti sulla tua esperienza?

Alle nuove generazioni consiglio di non perdere il gusto di sognare e di credere sempre nei propri desideri! Il cinema è proprio questo, sogno che diviene realtà, attraverso una magia che è data dal credere nel proprio talento nonostante le porte chiuse e le difficoltà! Il Cinema, quello vero, quello con la C maiuscola è proprio questo qui!

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