Di Alessandro Cunsolo per MondoSpettacolo

In questa intervista esclusiva, Luisa Vuillermoz, Direttrice Artistica del Gran Paradiso Film Festival, ci racconta il percorso del festival, il suo profondo legame con il Parco Nazionale del Gran Paradiso e la visione per il futuro del cinema naturalistico.

Luisa Vuillermoz, da quanti anni è Direttrice Artistica del Gran Paradiso Film Festival e come ha visto cambiare il festival in questo periodo?

Dal 2011: quindici anni in cui il festival si è dilatato nel tempo, si è allargato nel territorio, ha moltiplicato il pubblico e ha guadagnato in profondità, intrecciando cinema, natura, scienza, filosofia, arte e società in una programmazione sempre più internazionale. Ciò che non è cambiato è l’essenziale: l’entusiasmo di chi partecipa, la coerenza con i luoghi, la relazione fisica con il paesaggio. Guardare un film naturalistico nel territorio del Gran Paradiso significa percepire una continuità tra ciò che accade sullo schermo e ciò che ci circonda: quella continuità è la nostra firma.

Qual è oggi la mission principale del Gran Paradiso Film Festival? In che cosa si distingue dagli altri festival cinematografici italiani?

La mission è offrire, attraverso il cinema, un tempo e un luogo per riflettere sul mondo naturale e sul modo in cui lo abitiamo. Non un festival “sulla” natura, ma un festival “nella” natura, dove il paesaggio non è sfondo ma interlocutore. La distinzione, credo, sta proprio qui: siamo un festival internazionale di cinema naturalistico — il terzo festival wildlife al mondo — ospitato nel primo parco nazionale italiano, con proiezioni in sala e all’aperto, incontri con scienziati, filosofi, giuristi, artisti, e un pubblico che diventa giuria.

La Direttrice artistica del Gran Paradiso Film Festival, Luisa Vuillermoz – Foto archivio FGP

Il festival è profondamente legato al Parco Nazionale del Gran Paradiso. Qual è il suo rapporto con il Parco e con i suoi vertici (Presidente, Direttore e Ente Parco)?

Il Parco è il partner che ci connota: senza il Parco il festival non esisterebbe. Negli anni si sono alternati diversi presidenti, direttori e assetti organizzativi dell’Ente, ma l’importanza che il festival ha per il Parco — e il Parco per il festival — è rimasta sempre alta, al di là delle persone che di volta in volta lo rappresentano. È una relazione istituzionale solida, che poggia su una visione condivisa e non su singoli rapporti personali.

Il Parco Nazionale è per lei solo una cornice suggestiva o è un vero e proprio co-protagonista attivo del festival?

Non è cornice e non è nemmeno co-protagonista in senso operativo: il Parco è il contesto ispiratore. È ciò da cui il festival prende forma, tono, misura.

Gran Paradiso Film Festival – Castello di Aymavilles – Proiezione del film vincitore del 28° Stambecco d_Oro – Lions Of The Skeleton Coast – foto archivio FGP

Negli ultimi anni il festival ha affrontato temi sempre più attuali e urgenti, come la crisi climatica e la convivenza tra uomo e natura. Quanto è importante per lei mantenere un equilibrio tra cinema d’autore e cinema di riflessione ambientale?

Un festival vive di equilibrio, coerenza e apertura a voci diverse: senza queste tre cose, diventa un pulpito o una vetrina. Il cinema naturalistico oggi è cinema d’autore a pieno titolo: pensi a Vincent Munier o a Pippa Ehrlich. La qualità dello sguardo è il primo criterio, perché è solo attraverso la forma che il contenuto arriva. Non selezioniamo un film perché “dice cose giuste”, lo selezioniamo perché sa raccontare, e proprio per questo riesce anche a farci pensare. Cinema d’autore e riflessione ambientale non sono due strade: sono la stessa strada, quando funziona.

Come nasce la selezione dei film? Quali sono i criteri principali che guidano le sue scelte come Direttrice Artistica?

Partiamo ogni anno da un tema, elaborato con il Consiglio di Indirizzo, che mette attorno al tavolo Marta Cartabia, Fabio Fazio, Luciano Violante. Il tema è una bussola, non una gabbia. Poi si guardano centinaia di opere — quest’anno oltre duecento iscrizioni — e si cerca di comporre un programma che abbia varietà geografica e di habitat, pluralità di linguaggi, una voce autoriale riconoscibile per ogni film, e una tenuta d’insieme che permetta al pubblico di attraversare il festival come un racconto e non come una sequenza di titoli. Cerco film che, alla fine della proiezione, lascino il pubblico più curioso di come vi era entrato.

Il Gran Paradiso Film Festival ha una forte vocazione territoriale. Quanto è importante per lei il coinvolgimento delle comunità locali delle valli del Parco?

È tutto. Il festival vive di una coerenza semplice e potente: quello che il pubblico vede sullo schermo lo ritrova, uscendo dalla sala, nella bellezza che attraversa — gli stessi paesaggi, la stessa luce. Le comunità delle valli del Parco sono le custodi di questa continuità: senza di loro il festival sarebbe una parentesi estiva, con loro diventa un pezzo di identità.

Gran Paradiso Film Festival – Maison de la Grivola – Foto archivio FGP

Negli ultimi anni il festival ha ampliato la sua presenza online e in altre location. Si tratta di una scelta strategica per raggiungere un pubblico più ampio o di un modo per diffondere i valori del festival anche al di fuori del Parco?

Entrambe le cose, che poi coincidono. Portare le proiezioni da Cogne anche ad Aymavilles, Introd, Rhêmes-Notre-Dame, Rhêmes-Saint-Georges, Valsavarenche e Villeneuve significa restituire il festival a tutto il territorio del Gran Paradiso, non concentrarlo in un solo luogo. Lo streaming — oggi oltre centosessanta ore di programmazione online — non sostituisce la sala, la prolunga: consente a chi vive lontano, a chi non può salire in montagna, a un giurato in un’altra regione, di partecipare davvero. Sono vasi comunicanti: la fisicità dei luoghi non si diluisce nel digitale, semmai il digitale ne allarga la risonanza.

Qual è stato, tra le edizioni che ha diretto, il film o il momento che l’ha maggiormente colpita o emozionata?

L’edizione successiva all’alluvione di Cogne, quando abbiamo dovuto reinventare il programma in poche settimane, distribuire le serate su più sedi, aprire con una riflessione sul cambiamento climatico che ci aveva appena feriti nel profondo, devastando i luoghi che amiamo, e chiudere con una festa che era anche un atto civile di ripartenza. Vedere le sale piene, sentire il pubblico applaudire non un film ma una comunità, è stata la prova che il festival non è un programma: è un legame.

Come è cambiato, nel tempo, il rapporto del festival con le piattaforme di streaming e i grandi network televisivi?

È cambiato molto, e a nostro favore. Il cinema naturalistico è passato dall’essere una nicchia da domenica pomeriggio a un genere che le piattaforme cercano e producono. Questo alza la qualità media dei film in concorso e ci mette in dialogo con produzioni di scala industriale, ma non cambia la nostra funzione: essere il luogo in cui quei film si guardano insieme, si discutono con l’autore, si mettono in relazione con la scienza e con il paesaggio. Ciò che una piattaforma non può dare — il collettivo, il contesto, il confronto — è esattamente ciò che noi offriamo. Non siamo in concorrenza, siamo complementari.

Cerimonia di premiazione del 28° Gran Paradiso Film Festival – Foto archivio FGP

Quali sono, secondo lei, le principali sfide che il Gran Paradiso Film Festival dovrà affrontare nei prossimi anni?

Tre, in ordine sparso. La prima: continuare a crescere senza snaturarsi — il rischio, per un festival che funziona, è diventare più grande di quanto i suoi luoghi possano reggere. La seconda: raccontare la crisi ambientale senza cedere né al catastrofismo né alla consolazione, tenendo la barra sulla complessità. La terza: intercettare i pubblici più giovani, che consumano immagini in modo diverso da noi, senza inseguirli sul loro terreno ma offrendo loro qualcosa che altrove non trovano — il tempo lungo, la sala, l’incontro con chi il film lo ha fatto.

Essere Direttrice Artistica di un festival cinematografico all’interno di un Parco Nazionale comporta delle responsabilità particolari, sia dal punto di vista ambientale che comunicativo. Come le vive?

Come una responsabilità in più, e giustamente. Un festival che parla di natura dentro un parco nazionale deve essere coerente in ogni scelta: logistica, allestimenti, mobilità, comunicazione. Ci proviamo, con onestà e con i limiti che ogni evento porta con sé. E spero che i comportamenti coerenti che chiediamo dentro il festival ciascuno se li porti anche fuori: è lì che si misura davvero l’effetto di ciò che facciamo.

Gran Paradiso Film Festival – De Rerum Natura – Carlo Cottarelli dialoga con Luisa Vuillermoz – foto Archivio FGP

Oltre alla proiezione dei film, il festival dedica ampio spazio a incontri, dibattiti e riflessioni. Quanto è importante per lei creare momenti di confronto tra registi, scienziati, ambientalisti e pubblico?

È il cuore del festival tanto quanto le proiezioni. Il cinema è il nostro punto di partenza, il linguaggio che apre lo sguardo e crea emozione. Attorno a questo costruiamo un percorso di pensiero, perché i temi che i film sollevano meritano di essere attraversati anche con strumenti diversi: scienza, diritto, economia, letteratura, filosofia, arte e spiritualità. Il De Rerum Natura nasce proprio per questo: ampliare la visione, mettere in dialogo competenze e sensibilità, e far sì che il Festival diventi un luogo in cui il pubblico non solo guarda, ma interpreta e discute il presente.

Se dovesse descrivere in tre parole lo spirito del Gran Paradiso Film Festival così come lo immagina oggi, quali userebbe?

Curioso, coerente, partecipato — ma anche autentico e contagioso. In sole tre parole proprio non ci riesco.

Fonte: Intervista esclusiva per MondoSpettacolo

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