Quando nasce una nuova idea narrativa, parte prima dai personaggi, dalla trama o da un’immagine che le resta impressa?

Bella domanda. In genere l’idea nasce come un lampo e subito si focalizza un nucleo attorno al quale poi si muoverà la storia. Io sono una sostenitrice della scaletta, anche se in corso d’opera cambio di continuo. A far scattare l’idea è qualcosa di inaspettato, che mi succede quasi sempre quando cammino nel bosco o vado in bicicletta: qualcosa attira la mia attenzione, mi colpisce, mi sorprende. Mi è venuta in mente la trama di “Fango rosso” dopo aver visto un cuculo sul tetto di una casa. Il cuculo è un uccello piuttosto bastardo: depone le uova nel nido di altri uccelli, poi quando si schiudono, i piccoli del cuculo si liberano dei veri padroni casa. Li lanciano giù dal nido, e si pappano il cibo che i genitori (che non si accorgono dello scambio) provvedono a portargli.

Quali emozioni cerca di lasciare al lettore quando chiude l’ultima pagina di un suo libro?

Un romanzo è come un viaggio entri ed esplori un nuovo mondo, incontri persone diverse, ti diverti, ti rilassi. Ecco vorrei che un mio romanzo fosse come un bel viaggio. 

C’è stato un momento preciso in cui ha capito che scrivere romanzi sarebbe diventato qualcosa di più di una semplice passione?

Sì, dieci anni fa quando ho pubblicato il primo, “Le radici del muschio”. Fare il romanziere in Italia è una scelta coraggiosa. Ma sono piuttosto testarda, e ho sempre creduto in questo mestiere, anche se è duro e non ha adeguati riconoscimenti. Se non ti arrendi al primo libro e vai avanti, diventa chiaro che è il lavoro che vuoi per cui sei disposto a fare sacrifici.

Quali autori o opere hanno influenzato maggiormente la sua formazione letteraria?

Uh! La lista è lunghissima. Diciamo che esiste una periodizzazione. C’erano tempi che leggevo John Fante, Charles Bukowsky e Irving Welsh… Momenti che divoravo i romanzi di Joseph Roth, José Saramago, Blaise Cendrars, Max Frisch, Friedrich Dürrenmatt….  Altri che leggevo Jane Austen e Mark Twain. Mi piacciono gli scrittori inglesi, reputo la narrativa inglese superiore in assoluto. Durante gli anni di università leggevo romanzieri giapponesi come Mishima e Yasunari Kawabata: ero incantata dalla perfezione della loro prosa. Ho letto anche molti gialli. Da giovanissima John Dickson Carr che mi ha insegnato a non barare con il lettore. Ho avuto una passione per Manuel Vasquez Montalban,  ma il mio idolo indiscusso è George Simenon. Sono convinta che Joanne Kathleen Rowling sia la migliore di tutti i romanzieri contemporanei, e reputo Michael Connelly il vero maestro del poliziesco, e poi adoro Fred Vargas, Andrea Camilleri e Alicia Gimenez Bartlett.

Qual è la sfida più grande che incontra durante la scrittura di un romanzo?

Tenere a bada la mia irruenza. Vado a ruota libera, perciò la sfida è trovare l’equilibrio, la giusta misura che la prosa di un romanzo deve avere.

Dopo tanti libri pubblicati, cosa continua a entusiasmarla ogni volta che inizia una nuova storia?

Ammetto che è sempre come se fosse la prima volta: l’ansia, le cicale nella testa, trame possibili e impossibili che scorrono davanti agli occhi, finali fantastici che diventano banali e che cambiano all’ultimo… per scrivere un romanzo so che devo essere assorbita dalla storia, immersa fino al collo, altrimenti non decollerà mai.

Se dovesse consigliare a un nuovo lettore un solo suo romanzo per iniziare a conoscerla, quale sceglierebbe e perché?

L’ultimo. Ogni volta credo di migliorarmi. Mi piace questa sensazione. Il giorno che non la avvertirò più, forse smetterò di scrivere.

Su quali progetti sta lavorando attualmente e cosa possono aspettarsi i suoi lettori nei prossimi mesi?

Ho in menta una serie nuova, e vorrei scrivere un romanzo storico.

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