Guido Rocca è un artista di grande talento, che si sta facendo conoscere in tutto il mondo. Una sua opera, di recente, è stata esposta all’Imagine Museum di St. Petersburg: una venue molto prestigiosa che sottolinea il valore del suo lavoro.
Ci racconta l’opera esposta all’lmagine Museum di St.Petersburg?
Le dico la verità: io non so spiegare le mie opere. Nascono proprio perché non saprei comunicare a parole quei momenti, quelle emozioni, quel caos o quella luce che mi attraversano. Se riuscissi a dirlo con la logica, non avrei bisogno di dipingere.
Per me l’arte va sopra la logica e sopra la dialettica mentale. È un linguaggio che precede ii pensiero. È qualcosa che accade prima della razionalita, prima delle spiegazioni. L’opera in questione è un frammento di vita congelato in materia. Non
e una storia da raccontare, e un’esperienza da sentire. È un’emozione che ha trovato forma perché dentro di me non trovavo parole. Io non dipingo per spiegare, ma per liberare. E quando qualcuno si ferma davanti a quell’opera e sente qualcosa che non sa definire, allora significa che il quadro sta parlando al posto mio.
Quanto la emoziona vedere un suo dipinto in un museo cosl prestigioso? E cosa rappresenta questo step per ii suo percorso a livello internazionale?
Vedere una mia opera in un museo di questo livello mi emoziona profondamente. Non
tanto per l’ego, ma per ii significato. È la prova che un percorso autentico, anche quando nasce dal dolore, può arrivare lontano. Questo step rappresenta una conferma internazionale importante. È un segnale che la mia ricerca non è solo personale, ma
collettiva. Quando un museo riconosce ii tuo lavoro, significa che ii messaggio ha superato i confini geografici e culturali. Per me e un punto di svolta: non un traguardo, ma un’apertura verso nuovi dialoghi nel mondo.
Come definirebbe la sua arte in questo momento della sua vita?
Spero che la mia arte non si possa definire. Nel momento in cui la chiudi in una
definizione, la limiti. La mia arte nasce da un’esigenza profonda, quasi vitale. È una necessita interiore, ma nasce anche con uno scopo preciso: creare un impatto positivo nelle persone. Se proprio devo avvicinarmi a una parola, quella parola è energia.
Io cerco di rendere visibile l’invisibile, di dare forma a ciò che non ha forma. Di portare nella materia qualcosa che appartiene a un altro piano, più sottile e spirituale. Ogni opera e la rappresentazione del mio universo interiore che prende corpo. È spirito che diventa colore. È vibrazione che diventa superficie.
Spero che l’energia che le mie opere emanano possa entrare dentro chi le guarda, migliorare ii loro umore, alleggerire un peso, accendere una luce. Anche solo per un istante. Se una persona davanti a un mio quadro respira più profondamente, si sente più viva, centrata e speranzosa, allora l’arte ha compiuto la sua missione. Perché per me non e solo estetica, è trasformazione.
Prossimi progetti?
In questo momento sto dipingendo molto, ma senza pensare a un progetto preciso, senza pensare al mercato. Mi chiudo in studio e, simbolicamente, esco da Matrix. Esco dal rumore, dalle aspettative, dalle strategie. Rimango solo io, la tela e la mia verità.
In quello spazio cerco di essere ii più sincero possibile. Senza filtri. Senza calcoli. Dipingo quello che sento, come ho sempre fatto. È un dialogo silenzioso con qualcosa di più grande. Parallelamente continuo a portare la mia testimonianza nelle scuole e nelle comunità, perché l’arte per me non e solo esposizione o mercato, è servizio e condivisione. A livello internazionale, l’obiettivo e consolidare la mia presenza negli Stati Uniti e aprire nuovi dialoghi con gallerie e istituzioni in Europa e Media Oriente. Ma tutto parte dallo studio, dal silenzio, da quel momento
in cui smetto di pensare e inizio a essere.
