Con “Fili di lacrime”, Jey abbraccia pienamente il suo Liric Hip-Hop, unendo lirica, rap e introspezione in un brano che è confessione, poesia, rinascita. Tra classicismo e urban, la voce dell’artista si fa corpo e verità, ricamando emozioni vive con eleganza essenziale e visione radicalmente personale.

La tua formazione lirica è impressionante, eppure hai deciso di rompere con la tradizione per cercare qualcosa di più autentico. Quando hai capito che era il momento di cambiare?
È stato come sentire un fuoco dentro, qualcosa che ardeva e non potevo più ignorare. Anche se la lirica mi ha dato tanto, ad un certo punto ho capito che non bastava più per esprimere tutto quello che avevo dentro. Avevo bisogno di andare oltre, di unire le mie radici classiche con qualcosa di più viscerale, più diretto, più personale.
Volevo abbattere le barriere tra i generi, tra ciò che viene considerato “alto” e ciò che è più “popolare”. Sento il bisogno di avvicinare i giovani a suoni nuovi, a una profondità che non è mai noiosa, ma che parla il loro linguaggio. Non si tratta solo di cambiare stile, ma di creare ponti, di rendere accessibile un’emozione vera, anche quando è complessa. La mia musica è nata da questa urgenza.
Come nasce il titolo “Fili di Lacrime” e che valore ha per te l’immagine dei fili come metafora emotiva?
Il titolo è arrivato in un momento di forte vulnerabilità, in cui mi sembrava che ogni emozione lasciasse una traccia sottile, come un filo invisibile che teneva insieme i pezzi di me. Le lacrime non erano più solo dolore, ma un modo per cucire le mie fragilità, per renderle visibili e quasi sacre. I fili rappresentano i legami interiori, i ricordi, le rotture, ma anche la possibilità di ricostruirsi. È un’immagine delicata, ma potentissima. È la mia pelle aperta che ha imparato a ricamarsi da sola.
Quanto è importante per te unire la bellezza classica alla forza cruda del linguaggio urbano? Quali sono i tuoi punti di riferimento artistici?
È fondamentale. Io vengo da entrambi i mondi, e per troppo tempo ho sentito il bisogno di sceglierne uno. Ma perché dovremmo scegliere tra bellezza e verità? Tra tecnica e istinto? La mia sfida è proprio quella: creare un ponte, una lingua nuova che tenga insieme il sacro e il profano, il sussurro e il grido. I miei riferimenti vanno da Maria Callas a Fabrizio De André, Rancore, Caparezza, Ornella Vanoni, Mina. Non seguo le mode, seguo le vibrazioni che sento affini alla mia.
Hai mai avuto difficoltà nel farti accettare in entrambi i mondi musicali: quello classico e quello contemporaneo?
Assolutamente sì. Nel mondo classico spesso ero vista come “quella troppo libera”, che cercava qualcosa che non stava nelle regole, che cercava di esprimere con un proprio sentire tecnico. E nel mondo urban, inizialmente c’era diffidenza verso la mia formazione lirica, come se fosse qualcosa di distante o elitario. Ma io non ho mai voluto adattarmi per essere accettata. Ho scelto di portare avanti la mia visione, anche se a volte significa essere un corpo estraneo. Ora so che chi vibra sulla mia stessa frequenza, mi riconosce subito. Ed è a loro che voglio arrivare.
Il brano è prodotto da Rick Freak e ha un sound molto essenziale. Come è stato il lavoro insieme e cosa volevate trasmettere musicalmente?
Lavorare con Rick Freak è stato illuminante. Ha saputo ascoltarmi davvero, andare oltre il suono e arrivare all’essenza emotiva di ciò che volevo dire. Il sound essenziale non è una mancanza, ma una scelta: volevamo lasciare spazio al respiro, alla parola, alla voce che trema e resta nuda. Non volevamo riempire, volevamo lasciare andare. La produzione è cucita su misura come una seconda pelle, e riflette quel senso di sospensione e verità che attraversa tutto il brano.
Cosa direbbe la Jey di oggi alla sé stessa di dieci anni fa, quando ancora cantava nei teatri lirici?
Ancora per fortuna mi ritrovo a lavorare in stupende produzioni operistiche, non ho mai detto di voler abbandonare il mio percorso classico. Comunque le direbbe: “Non avere paura di deludere, sperimentare, di osare. Quello che senti dentro è reale, anche se non è riconosciuto da tutti. Non sei sbagliata, non rinunciare mai alla tua voce per piacere agli altri, perché un giorno scoprirai che quella voce, così com’è, è esattamente ciò che il mondo ha bisogno di sentire.”


Meravigliosa è dire poco?