Accantonato il surrealismo evocativo sciorinato dirigendo a quattro mani l’ambizioso thriller introspettivo Where are you insieme al determinato collega Riccardo Spinotti, sulla scia del previo apologo onirico sull’intimità maschile non esente dalla legnosità di regredire la forza significante relativa al rapporto tra immagine e immaginazione a braccetto con l’alienante clima di mistero nell’assurda egemonia della gelatina sulla polpa, ovvero dell’avventizia cifra stilistica schiava delle idee attinte ad altisonanti numi tutelari a discapito della profondità narrativa, la regista Valentina De Amicis opta motu proprio in Io+Te per il realismo relazionale in chiave romantica.

Lo scopo dichiarato consiste nello scandagliare l’incontro e lo scontro di coppia sulla scia tanto delle frecce scoccate da Cupido quanto dei cali di personalità connessi agli alti e ai bassi dell’esistenza, equiparati dal guru ebreo-newyorchese Woody Allen ad accordi empatici ma fugaci ed emblematici disaccordi speculari, anteponendo l’immersione emotiva, congiunta alla voluttà di dare l’impressione di cogliere la vita di sorpresa, rispetto agli stilemi della rom-com. Gradita al pubblico dai gusti semplici. Specie con la festa di San Valentino alle porte.

Il nodo da sciogliere però risiede nel capire e segnalare ai lettori/spettatori più scaltriti, alieni cioè sia ai colpi di gomito sia agli immancabili salamelecchi, se al posto dell’impronta videoclippara, dovuta alla gavetta compiuta al servizio delle banalità scintillanti reclamate dalla frivola pubblicità, spacciata per fulgido valore aggiunto alla sensazione di voyeurismo cara agli alfieri dell’alienazione urbana, prende piede un’inversione di tendenza degna d’encomio. O, almeno, di rilievo. Distinguendosi, quindi, sul versante dell’indicativa tecnica di ripresa, dai vari ed effimeri segni d’ammicco. Ravvisabili principalmente nel set-printing. Intento ad appaiare lo slow motion agli stranianti cortocircuiti accelerati veicolando l’attenzione d’ogni tipo di platea su alcuni particolari carichi di senso con la messa a fuoco da un piano focale all’altro. A travalicare l’assiduo ricorso agli specchi, ai riverberi, stringi stringi, privi di sugo, al close-up incapace di rendere appieno da vicino ciò che è nascosto da lontano, giacché si concentra pars pro toto su minuzie discutibili ed estenuanti, invece di porre in evidenza i dettagli fondamentali per trascendere tramite l’amplificazione e la distorsione dei pedali over-drive l’imprinting geometrico dell’intreccio, dovrebbe intervenire la geografia emozionale. Ossia la capacità dei vincoli di suolo di condizionare il modo di reagire dei protagonisti al bioregolatore della passione, alla palingenesi dell’attrazione in amore, al desiderio di genitorialità destinato probabilmente ad andare a rotoli, agli accordi e ai disaccordi sviscerati già da Woody Allen. Riletti ed elaboratamente adattati all’odierno contesto autoctono. Differente dall’atmosfera che si respirava nella Grande Mela, a Chicago, in California all’apice dell’era swing e jazz. L’attualità delle pulsioni frammiste agli impulsi concupiscenti, dell’affinità elettiva avvicendata dalle schermaglie dialettiche, dell’imperituro contrasto tra interiorità ed esteriorità, della relazione attestata in superficie dall’accoppiamento fisico e del processo di conoscenza complessiva, chiamato ad approfondire la fase d’impatto dell’innamoramento, si affida alle musiche tambureggianti ma prevedibili del compositore David Cerquetti per scoprire ed esplorare le insidie inchiodate all’illusoria condizione di appagamento. Il confronto tra complessità e levità, con Matteo Paolillo nelle vesti del disinibito barman ed Ester Pantano in quelle dell’avvenente ginecologa alla prese dapprincipio coi congressi carnali alieni a qualsivoglia coinvolgimento successivo, sembra trarre linfa dall’urgenza di riavvolgere il nastro. Passando dal dissenso, all’interno del ristorante con le finestre panoramiche dalla funzione all’inizio unicamente esornativa fornita dal paesaggio marchigiano sullo sfondo, all’incontro dispiegato dal puntuale flashback nel locale notturno, dove Leo emula da par suo le brillanti mansioni di Tom Cruise alias Brian Flanagan in Cocktail di Roger Donaldson e Mia millanta identità composite negli incontri al buio coi maschi alfa pieni di soldi ma poveri di spirito.

Costretti dall’utilizzo estensivo dei grandangolari a gettare la maschera ed esibire in chiave grottesca l’intrinseco nervo scoperto celato dall’ingannevole sicumera. Valentina De Amicis elegge perciò gli spazi chiusi ad attanti rivelatori degli scrupolosi esami comportamentistici. Definiti palmo a palmo, in virtù dello scopiazzamento dell’horror spurio, nell’ambito della trama in linea con l’estetica pop. Satura di mutevoli colori dai risvolti simbolici a corto d’autentici enigmi legati secondo copione agli sviluppi imprevisti. Il leitmotiv del footing, in cui sulla falsariga dei Maestri della Nouvelle Vague emerge lo scarto di ciò che Mia dice con quello che sente dentro, si va ad appaiare al tormentone del programmatico montaggio alternato e dell’ammiccante match-cut visivo. Mentre l’interazione tra suoni diegetici ed extradiegetici abbinati alla scambievolezza d’interni oppressivi ed esterni liberatori incrementa il timbro altrimenti statico del rapporto erotico-sentimentale venutosi presto a instaurare. Per poi cedere la ribalta alla fase dell’illusione. Sostituita in seguito da quella, stantia, della disillusione. Sino ad approdare all’accettazione dei limiti concessi dal Padreterno ai credenti e dalla Dea bendata agli atei attraverso il consolidamento dell’attaccamento duraturo. Necessario a superare le inevitabili crisi di rigetto. L’infatuazione chimica, suggellata in mezzo alle lascive lenzuola dagli ormoni sugli scudi che convertono lì per lì gli evidenti disaccordi in palpabili accordi convalidati dall’ossoticina e dalla dopomina alle stelle, cade nell’impasse della mera patinatura. La fusione degli elementi narrativi ed estetici, scelti pure per conferire al climax culminante del racconto l’aura torbida d’un ménage à trois col quale Leo tenta inutilmente di levarsi Mia dal cuore, dal cervello, dalle viscere abbandonandosi al piacere libidico tra le braccia della collega accompagnata dalla bramosa ninfetta di turno, appare inadatta ad agguantare la sessualità in qualità di parte integrante, non provocatoria, dell’intimità. L’inopinata gravidanza, frutto del coito non interrotto con l’ennesimo partner occasionale, estraneo al richiamo del sangue, il battito cardiaco analogo al rumore di un galoppo catturato dall’ecografia morfologica con flussimetria Doppler che rivela l’inadattabilità del feto alla vita, la notizia dell’aborto che spinge al momento Leo ad abbandonare il ristorante ubicato sul litorale sembrano convertire il vacuo vedutismo dell’ambiente circostante in un luogo attiguo a orizzonti disparati. Stabiliti dal riavvicinamento e dalla risolutezza della coppia, contraria a scoppiare, ad avere un figlio loro. Il sogno premonitore, con buona pace dell’estatica contemplazione decretata dalla destrezza di scrivere con la luce garantita dall’alacre fotografia, veleggia in superficie. Ad andare in profondità provvedono gli incubi a occhi aperti scaturiti dall’infertilità di Leo. La piega degli eventi, divisi tra i teatri a cielo aperto di Loreto e Porto Recanati, stenta però ad acquisire l’identità volta ad aprire l’assunto mélo, condizionato dai timbri chiaroscurali, alle sequenze epifaniche. Che distinguono le languide soap opera dalle opere abituate a privilegiare al fuorviante splendore delle forme di circostanza l’irregolare fragranza degli appositi contenuti.

Concernenti l’accettazione reciproca, l’elaborazione del vissuto, la condivisione d’un progetto di vita che trascende i luoghi comuni dei film votati solo ed esclusivamente al look. Prediligendo le angolazioni desuete e spiazzanti dei riassesti artistici incaricati ad assicurare agli astanti un’esperienza sensoriale ed epidermica in merito alla tempra morale trainata a superare l’atroce scoglio dei preconcetti che ronzano incessantemente in testa. Ghermendo nell’ordine naturale delle cose l’antidoto ideale contro la raccapricciante opacità del reale. Valentina De Amicis, assorta ad accorpare singolarmente in cabina di regia l’inesausta collocazione di luci e ombre alla didascalica alternanza di sgomento ed euforia col risultato di mandare a carte quarantotto le debite sfumature, retrocede le vie pedonali storiche, i vicoli d’ascendenza medievale percorsi sulla scia dell’intesa corroborante, le piazze giustapposte ai bronci in riva al mare ad aree abuliche. Sprovviste della virtù semantica di collocare i personaggi impegnati ad allineare le aspettative all’appartenenza legittimata dalle modalità di presenza ed elegiaca pregnanza dell’indispensabile geografia emozionale. L’ovvio ripiego negli arcinoti pedinamenti zavattiniani, nei parsimoniosi movimenti di macchina accostati ai nevrotici zoom in avanti e agli aggiustamenti dell’ottica conforme all’altalena degli stati d’animo, nei corridoi dell’ospedale, vicino al bancone del bar, a tavola, nel locale del coup de foudre, sulla pista da ballo, nelle zone del centro, nel nucleo dell’allusivo borgo marinaro riduce le pretese al lumicino. Ester Pantano, fedele al metodo immedesimativo richiesto per portare in dono verità ed emozione snudando il proibitivo specchio dell’anima, si limita ad amalgamare col modesto gioco fisionomico il malizioso sogghigno degli scaltri profili di Venere, lo stereotipo del broncio muliebre, l’angoscia paralizzante e l’assoluto rilascio catartico dell’enfatica commozione conclusiva. Matteo Paolillo aderisce alle mire sazie e inesaudite di Leo, che individua nella calma rasserenante del generico mare un rinvigorente soffio di leggerezza per sfuggire anche per pochi attimi all’abisso della paternità mancata, trascinando il cliché del giovane al contempo labile ed energico in un’insanabile deriva puerile. Valentina De Amicis, benché immune all’impasse dell’alto tasso irriflessivo che attanaglia l’intero cast, mescola rigidamente immagini sbavate ed effigi lineari, interiorità ed esteriorità, attese e ossessioni, rifiuti e autorizzazioni, restando ancorata all’inidonea propensione pubblicitaria al “bello a tutti i costi”. Artificiosamente aggregato al cupio dissolvi in lotta con l’amor vitae, alle tenebre guadate dai bagliori di speranza, alla turbolente relazione impreziosita dall’opportuna condivisione. Io+Te, così, sforzandosi di prendere le dovute distanze dalla frivolezza delle smielate polpette romanzesche, allergiche alla crudezza oggettiva, paga mestamente dazio alla penuria di sensibilità soggettiva. Fondamentale ad afferrare dietro la cinepresa, come contraltare ai campanelli d’allarme dell’ambivalenza emotiva, il sottosuolo dell’armonia. Ratificata dal lodevole atto di coraggio dell’arduo accoglimento e del vicendevole sprono.

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