#IoSonoQui: una commedia romantica a due facce

Rinverdendo l’ormai risaputo proposito di conferire l’acqua della vita al mix di elementi commerciali ed echi autoriali, che era servito al dramedy precedente, La famiglia Bélier, per scongiurare l’enfasi buonista legata alla tematica della sordità e congiungere l’elogio alla differenza dei non udenti in chiave traslata e sagace all’indubbia forza significante degli affetti domestici, il versatile attore parigino Éric Lartigau torna a cimentarsi dietro la macchina da presa con #IoSonoQui per esporre ancora una volta il proprio punto di vista sugli intoppi comunicativi.

Mentre prima però la bilancia pendeva dalla parte dell’immediatezza espressiva, esplicata dai teneri e trascinanti versi della musica pop transalpina, avvezza a prevalere sulla fruizione iniziale della techno con i pattern ritmici estranei ai palpiti della canonica commozione, adesso emerge l’esplicito desiderio di alzare il tiro. Affidando all’aura contemplativa l’onore e l’onere di far uscire la farfalla dal bozzolo ed esaminare il taglio degli spazi lontani dalla solita confort zone, insieme agli impacci, all’imbarazzo, alle disarmonie, alle armonie dinanzi all’approccio con l’ennesima diversità.

Rappresentata stavolta dagli usi e dai costumi del popolo coreano. Scoperto a spizzichi e bocconi. Traendo esplicitamente partito a tal fine sia dall’alternanza d’impacci ed empatici slanci catartici del buffo ma orgoglioso cittadino Viktor Navorski proveniente dall’immaginario stato della “Krakozhia” e costretto ad aspettare nell’aeroporto di New York il permesso di poter mettere piede nella Grande Mela in The terminal di Steven Spielberg sia dal senso di spaesamento dell’attore al crepuscolo in Lost in traslation – L’amore tradotto di Sofia Coppola. Il punto è che ad avere l’ascendente maggiore sulla coalescenza degli sguardi riflessivi – legati alla scoperta di un nuovo territorio, sbarrato dapprincipio dal bizzarro limbo del terminale e del centro commerciale all’interno dell’Aeroporto Internazionale di Seul-Incheon – è un’analisi psicologica di spessore molto diverso rispetto al conveniente risalto accordato ai patetismi domestici. Corretti a mestiere in precedenza dal valore terapeutico dell’umorismo. Col rischio tuttavia di cadere nell’eccesso programmatico delle varianti sarcastiche e delle mire sbeffeggiatrici. Indirizzate, ben inteso, sull’esempio di Roberto Benigni in Johnny Stecchino, alle persone cosiddette normali. Colpevoli di non andare incontro a chi non ci sente – ma ci vede chiaro nelle cose portando avanti un’azienda agricola secondo l’ordine naturale – ed ergo meritevoli di essere messe alla berlina.

Per poi lasciare la ribalta alle ordinarie modalità esplicative dei brani musicali. Che raffigurano, neanche troppo acutamente, la sovranità morale degli appelli romantici sulle pacchiane prese in giro. Escluso l’implicito invito a riflettere sulla deformazione caricaturale, coi portatori di handicap sostituiti dalla peregrinazione irregolare all’insegna del confronto dei caratteri e dei modi d’intendere l’esistenza, i roboanti carrelli in avanti iniziali mostrano l’effigie dei Paesi Bassi. Dove lo sfasato chef Stéphane rimpiange l’amore giunto al capolinea, nonostante le dolci premure dell’ex consorte, accusa i figli di parlargli a monosillabi, gestisce il ristorante paragonato dai clienti scontenti dall’Overlook Hotel di Shining, rispedisce al mittente le recensioni al vetriolo, instaura un rapporto epistolare a distanza tramite i social. Con aforismi improvvisati, selfie, scatti riguardanti prati fioriti sugli scudi. La crescente distrazione, con la testa simpaticamente tra le nuvole, la comunicativa connessa al tran tran quotidiano, tra i fornelli, il vagheggiamento della bella coreana, mai vista di persona, rifuggono dai meri cerebralismi. Per puntare al sodo e cogliere i brividi sotterranei, sepolti nel rapporto tra immagini descrittive ed eloquenti silenzi, senza inserire scarti improvvisi nel garbato e fluido ritmo narrativo. Con la pretesa di anteporre il cervello al cuore per accrescere gli spazi dell’immaginazione attribuendo un valore di sacralità ad angolazioni pungenti ed elaborazioni teoriche. La prassi del dinamismo dell’azione, con Stéphane che morde il freno per riprendere il controllo dell’intera baracca, restando al contempo ancorato ai messaggi digitali, i canti, i balli, le tavolate, gli scorci malinconici che rovesciano il quadro festoso, gli stilemi della pittura nordica, appesa sulle pareti e accennata nel sottosuolo dei gesti, rientrano nei parametri delle opere d’introspezione per un pubblico desideroso di vedere la nota intimista acquisire la debita scioltezza. Sfruttando le risorse offerte dall’identità specifica dei luoghi in questione eletti a location.

Lartigau lavora quindi bene in casa. In trasferta, invece, nella Corea del Sud, in cui l’illuso chef crede di sorprendere la creatura muliebre di mezza età che viceversa gli dà il due di picche, lasciandolo aspettare invano per una settimana, l’acume registico s’inceppa. Nell’ingannevole tentativo di orchestrare uno spettacolo fenomenologico in grado di accrescere la sete di sapere dei cosiddetti cinenauti. Per mezzo del turista sbandato ed educato, affannato e comprensivo. Deciso a ingannare la noia di piombo, frammista alla cocente delusione, scattando foto di continuo. Parlando come un fiume in piena. Nonostante l’inglese a dir poco precario. In quel caso i piani di reazione degli astanti indifferenti, dei cordiali giocatori di basket in trasferta, del collega al quale propone di preparare insieme una portata fuori menù richiamano alla mente lo stile semi-documentaristico di Oren Moverman ne Gli invisibili, apologo sulla solitudine albergante nei centri di accoglienza newyorchesi, e la crudezza oggettiva di Sean Baker in Un sogno chiamato Florida. Purtroppo per lui Lartigau, a differenza degli illustri colleghi, non riesce ad andare oltre il bozzettismo delle situazioni strampalate, degli incontri appaganti ma fuggevoli, dei confini di una nuova frontiera percorsa in punta di piedi. Nella speranza di vincere l’amarezza costituita dalle stranezze dovute all’incomprensione e convertire la sfiducia in fiducia. Beneficiando delle frecce di Cupido. Che scoccano in una sola direzione. Il ritorno alla realtà, con la funivia aerea, il verde dei parchi urbani, i fiori in boccio incapaci di fungere sul serio da fulgida consolazione panteista, convince maggiormente sul versante del cemento. Delle sequenze di massa sull’asfalto, nel mercato brulicante, foriero di odori. Sapori. Davvero consolanti. Quantunque non basti a riprendere dal vivo l’amore per i luoghi dell’anima, l’aureola dell’oggettività sospesa, catturata unicamente dalle scelte luministiche dell’alacre fotografia, il brivido figurativo. Dipinto sul volto di Alain Chabat (Stéphane). Degno d’encomio nel gioco fisionomico. Una barba nel profluvio di parole vuote. Spacciate per parole piene. #IoSonoQui la tira così per le lunghe. Combinando gli abbracci virili all’indefessa voglia di tenerezza, l’illusione dell’avventura all’opacità del reale, le mire estetizzanti alle occhiate vivaci. Destinate a cedere il passo alla monotonia. Una disdetta per chi voleva inchiodare l’attenzione degli sdolcinati e dei presunti esperti. Convinti che il giardino altrui sia sempre più verde. Hashtag compresi.

 

 

Massimiliano Serriello