Specializzata in documentari di cui è d’uopo ricordare Janis: Little girl blue – struggente ritratto di Janis Joplin – e Deliver us from evil, relativo agli abusi sessuali nella Chiesa cattolica, la regista e sceneggiatrice americana Amy Berg realizza It’s never over – Jeff Buckley.

La Berg dimostra un’attenzione meticolosa nell’intrecciare filmati privati, registrazioni audio, fotografie e testimonianze di amici, artisti ed ex compagni della band di Jeff Buckley che narrano l’ascesa di un artista irripetibile.

Tra essi anche le ex compagne Rebecca Moore e Joan Wasser, artista conosciuta come Joan as police woman, e musicisti quali Ben Harper e Aimee Mann. Il racconto si snoda attraverso tutta la sua storia, dalla nascita nel 1966 ad Anaheim, in California, da Mary Guibert e Tim Buckley, fino alla sua morte nel Maggio del 1997, a Memphis. Suo padre fin da subito è completamente assente e diverrà un musicista geniale e di rilevante importanza, ma il suo destino sarà segnato da una drammatica e prematura scomparsa. Da quando il giovane Jeff inizia a muovere i primi passi nel mondo della musica, molti sono i tentativi di scovarne le similitudini artistiche, ma Buckley dimostra di avere un talento unico e propone sonorità diverse, sia da quel folk visionario di suo padre che dalla musica che imperversava negli anni 90, ovvero il Grunge. Quando arriva a New York si fa notare in un piccolo cafè irlandese, il Sin-é. È lì che ha inizio la genesi di un mito. I concerti sono quasi frutto d’improvvisazione e qualcosa di nuovo sta nascendo. Attira l’attenzione di musicisti, discografici e di un pubblico sempre maggiore che vuole ascoltare Jeff Buckley, il quale si esibisce solo con voce e chitarra elettrica. Da quegli spettacoli nasce l’EP Live at Sin-é, ma il passo verso la consacrazione è già segnato e di lì a poco arriva Grace, l’album pubblicato nel 1994, che oggi insigni riviste di settore come Rolling Stone, NME e Pitchfork hanno inserito tra i più belli di tutti i tempi. Jeff Buckley viene travolto dal successo e inizia ad avere tra i suoi fan coloro che un tempo idolatrava, tra cui Paul e Linda McCartney e leggende come David Bowie, che definì Grace il miglior album di sempre.

Non è stato però profeta in patria, visto che il grande pubblico ancora era influenzato dalla musica proveniente da Seattle, proprio quel grunge di cui facevano parte band come i Soundgarden, con leader carismatico il cantante Chris Cornell. Proprio per lui il giovane cantautore provava una grande ammirazione, che in realtà era reciproca; entrambi possedevano un’estensione vocale fuori dal comune, anche se quella di Jeff Buckey era davvero sorprendente, poiché aveva una capacità tecnica di quattro ottave. Le ispirazioni artistiche del cantautore che a New York ha avuto il suo battesimo di fuoco spaziavano da Nina Simone a Nusrat Fateh Ali Khan, artista pakistano che definiva il suo Elvis. Non finivano però qui le enormi qualità e le sorprese, poiché poteva cantare Edith Piaf e Leonard Cohen, e per quest’ultimo è leggendaria la sua versione di Hallelujah. La sua ricerca musicale non conosceva confini, e la sua formazione artistica lo portava ad esplorare orizzonti diversi, come per esempio le opere del compositore russo Sostakovic. Il successo dell’album lo condusse fuori dai confini statunitensi, in quanto in Europa ebbe una grandissima eco. Insieme alla sua band si esibì in molti concerti, e memorabile è stato l’incontro con il suo idolo assoluto: Robert Plant frontman dei Led Zeppelin, che lo definì il nuovo cantante migliore al mondo. Paradossalmente, però, tutto questo si rivelò ben presto motivo di grande pressione, e stava crescendo in lui una notevole sofferenza in relazione all’obbligo di dare alla luce il secondo disco. Il racconto di It’s never over – Jeff Buckley restituisce l’umanità di un artista, la sua fragilità e le sue insicurezze racchiuse in una frase che egli ripeteva:”Sono un impostore?”.

Questa scaturiva dall’ossessione per il secondo album. L’ispirazione che tardava ad arrivare, il suo essere il peggior critico di se stesso continuava a tormentarlo e la casa discografica che lo pressava, verso la quale sentiva un debito enorme, rappresentava i connotati allegorici di un accordo con il diavolo. Il rapporto con la figura paterna, oltretutto, continuava a pesargli sulle spalle, percependo di avere un’eredità importante ma anche ingombrante. Il destino che accomuna padre e figlio è inquietante e assume le connotazioni di un film oscuro, in cui aleggiano eredità maledette, entrambi infatti sono destinati ad una morte prematura. Attraverso disegni e animazioni, la regista ha il pregio di rappresentare nel documentario quelli che sono i diversi stati d’animo dell’artista: momenti di grande euforia alternati a periodi caratterizzati da una forte inquietudine. La resa è struggente, clamorosa, e si capisce che l’intenzione di Amy Berg è quella di far scoprire al pubblico l’essere umano prima dell’artista, il lato più intimo e profondo che ha fatto nascere la leggenda. A questo contribuisce soprattutto sua madre Mary, colei che diventa la protagonista in sua assenza e che mette a disposizione alcune delle registrazioni maggiormente private con suo figlio, soprattutto l’ultimo messaggio lasciatole nella segreteria telefonica, che è forse il materiale più toccante dell’intero documentario. E mai titolo poteva essere più appropriato It’s never over – Jeff Buckley, poiché la bellezza di ciò che ci ha lasciato è così cristallina che incarna al contempo una sorta di incompiutezza per quel che sarebbe potuto essere, ma sopravvive nella musica grazie alla sua voce eterea, fragile e carismatica che dà il senso della sua unicità immortale.

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