Letteralmente il Jack in the Box è il giocattolo che in Italia è conosciuto col nome di Pupazzo a molla, composto da una scatola a manovella girando la quale si ottiene una musica simile a quella dei carillon. Continuando a ruotare la manovella ad un certo punto la scatola si apre ed esce fuori un pupazzo a molla. Sembra che la prima di queste scatole a sorpresa sia stata costruita da un orologiaio tedesco all’inizio del XVI secolo per i cinque anni del principe locale. La tradizione parla di una scatola di legno dai bordi metallici con dentro un pupazzetto a forma di diavolo che doveva avere valore apotropaico, e che usciva all’improvviso dal contenitore girando una manovella (in francese infatti il nome del giocattolo è diable en boîte, diavolo in una scatola). Il successo di tale gioco fu così grande che altri nobili locali ne commissionarono esemplari per i loro figli. Molto presto il pupazzo assunse le sembianze di un clown o di un giullare. Questa, in breve, la storia. Ma in realtà le origini di questo singolare giocattolo si perdono nei contorni brumosi delle leggende e sembrano risalire addirittura al XIV secolo. Si racconta che il prelato inglese Sir John Schorne avesse catturato nientemeno che il Diavolo in persona e lo avesse rinchiuso nel suo stivale per proteggere così il villaggio di North Marston, nella contea del Buckinghamshire, afflitto da lungo tempo da moltissime infestazioni demoniache. Da questa leggenda, ovviamente riadattata in maniera ben più crudele e meno benevola, prende spunto il regista e sceneggiatore gallese Lawrence Fowler per il suo lungometraggio del 2019 che si intitola appunto Jack in the Box.

Un uomo sta scandagliando un campo con l’aiuto di un metal detector. Sotto terra rinviene una grande scatola di legno ricoperta in metallo, che, dopo averla portata a casa, scopre essere un Jack in the Box. Azionando la manovella dalla scatola fuoriesce il pupazzo di un clown davvero inquietante. La moglie dell’uomo, rimasta sola con lo strano oggetto, vede però uscire dalla scatola un enorme clown mostruoso con artigli e grande bocca dentata che l’acchiappa e la trascina dentro con sé, sotto gli occhi impotenti del marito che rientra nella stanza giusto in tempo per vedere il corpo della moglie scomparire dentro la bella scatola. La scena si sposta poi avanti nel tempo di dodici anni, e ci presenta Casey, un ragazzo americano trasferitosi in Inghilterra per sfuggire ai sensi di colpa che lo tormentano per non essere riuscito a salvare la fidanzata dalle mani di un bruto che l’ha barbaramente uccisa. Il giovane trova lavoro presso un museo locale di storia ed antiquariato, nel quale conosce Lisa, che gli mostra le stanze dell’esposizione ed anche il magazzino, dove si trovano stipati molti oggetti provenienti dallo smantellamento di abitazioni private che aspettano di essere esposti o cestinati definitivamente. Curiosando tra gli oggetti affastellati Casey nota il Jack in the Box, che gli appare subito di grande interesse. Tuttavia, dopo l’apertura della scatola, diverse persone che frequentano il museo sembrano sparire nel nulla, ed i sospetti ricadono tutti, ovviamente, sul nuovo arrivato che, sempre più convinto di essere perseguitato da un demone che vive nella scatola, si rivolgerà sia al precedente proprietario del giocattolo sia addirittura ad un demonologo, nella speranza di venire a capo dell’incubo che sta, suo malgrado, vivendo, e per fermare il quale pare ci sia un’unica strada, quella del rituale occulto: Bestia ad Infera.

Produzione inglese, girato a Northampton, capoluogo della contea del Northamptonshire, il film è quasi per intero ambientato nell’Abington Park Museum, un tempo casa padronale abitata da Elizabeth Bernard, nipote di William Shakespeare, poi convertita in manicomio nel 1845. Dopo che il manicomio fu chiuso, nel 1892, la casa rimase vuota fino al 1994, quando fu riaperta come museo della storia sociale e militare del Northamptonshire. Sicuramente la location, insieme alle fattezze del villain, è uno dei punti di forza di questa pellicola adolescenziale che non presenta alcuna novità ma ha anche il merito di non mostrare alcuna pretesa autoriale, bensì di porsi per quello che è, un’opera di puro svago e divertimento che, a mio modesto parere, mantiene in pieno ciò che promette. Non so cosa si aspettassero coloro che sono rimasti delusi da questo film, ma io mi ci sono approcciata con la consapevolezza di ciò che avrei visto, e così è stato: 87 minuti di intrattenimento senza alcuna pretesa, con qualche scena dal pathos ben orchestrato, sebbene molto intuitivo e prevedibile, ed una creatura mostruosa ben fatta e convincente, caratterizzata dalle sinuose e bizzarre movenze dell’attore Robert Nairne, che pare una commistione tra il Pennywise interpretato da Bill Skarsgard nell’ultimo It di Andy Muschietti del 2017, lo Smiley del film omonimo del 2012 di Michael J. Gallagher ed i personaggi allungati e dinoccolati di tante creepypasta, tra tutti soprattutto lo Slender Man, che si ritrova nel film omonimo del 2018 di Sylvain White. Se il Jack è davvero bello, convincente e, perché no, anche decisamente spaventoso, lo stesso non si può dire per il trucco scenico, i cui effetti sono disastrosi: certe ferite posticce non si vedono nemmeno alla sagra della pappardella, e sinceramente mi sarei aspettata un po’ di meglio da un film del genere.

Il pupazzo della nostra pellicola, che, proprio come It, esige ogni tot tempo (in questo caso una decade) un tributo di anime funzionali alla sua sopravvivenza, fa parte di tutta quella genia di bambole maledette, possedute ed assassine che da sempre popolano l’immaginario del cinema horror. Ovviamente la prima che viene in mente è sempre lei, anzi lui, visto che si tratta di un maschietto: Chucky, creato da Don Mancini nel lontano 1988 ed a cui sono stati dedicati ben 8 film, l’ultimo dei quali nel 2019, ed una serie tv. Chucky non nasce demoniaco, ma è un bambolotto della serie Tipo Bello nel quale si reincarna in punto di morte l’anima del serial killer Charles Lee Ray. Seconda in fatto di fama e popolarità è poi Annabelle, la cui storia si ispira ad una vera bambola maledetta in pezza conservata nel museo dei coniugi Warren a Monroe, negli Stati Uniti; la Annabelle del film non somiglia affatto all’originale Raggedy Ann, ma è una terrificante bambola di porcellana contenente lo spirito di un demone, e ad essa sono stati dedicati attualmente tre film, il primo dei quali risale al 2014, ma si sta già vociferando di un prossimo quarto capitolo. E come non ricordare anche lo spaventoso pupazzo Billy della terribile ventriloqua Mary Shaw in Dead Silence di James Wan del 2007, o, andando più indietro nel tempo, le bambole dall’istinto omicida di Dolls, gioiello senza tempo diretto da Stuart Gordon e prodotto da Brian Yuzna del 1987? Insomma, chi più ne ha più ne metta, di bambole e bambolotti assassini, indemoniati, folli, spaventosi e cattivi ce ne sono stati e ce ne saranno ancora a bizzeffe nell’universo orrorifico del cinema di genere, e quindi il nostro Jack in the Box non soffrirà certo di solitudine. E come per Chucky ed Annabelle anche per Jack c’è stato un sequel, uscito proprio nel 2022, sempre per la regia di Lawrence Fowler, dal titolo The Jack in the Box: Awakening. E non ci scordiamo che, proprio l’anno precedente all’uscita di Jack in the Box, Fowler aveva diretto un altro film in cui indagava il tema delle bambole maledette, Curse of the Witch’s Doll.

Al netto di tutto, questa semplice pellicola del 2019 appare proprio come il classico prodotto low budget ben confezionato da un discreto mestierante che non ha particolari pretese, ma riesce comunque a divertire ed intrattenere in maniera simpatica e frizzantina. Come spesso accade nel cinema dell’orrore il pagliaccio, figura archetipica che dovrebbe rappresentare risate ed ilarità, diventa veicolo di morte e terrore, e neppure il pupazzetto che esce dalla scatola prima dell’epifania del vero Jack ha nulla che possa anche solo lontanamente far sorridere. Seppur totalmente derivativo, il film ci regala comunque qualche discreto momento di tensione, nonostante la costante delle ingenuità narrative che permea tutta l’ora e mezzo di film. Anche la caratterizzazione psicologica dei personaggi è piuttosto misera, e, se togliamo Casey, degli altri non si cerca di raccontare praticamente nulla, presentandoceli quasi subito come semplice carne da macello. Tuttavia quel che emerge da questo indie britannico è un discreto talento registico e soprattutto le tonnellate di cuore che il buon Fowler mette nel suo prodotto, vuoi anche per riscattarsi di un esordio l’anno precedente non proprio col botto, col già citato Curse of Witch’s Doll. Per cui suppongo che gli estimatori di un certo tipo di cinema “alla Annabelle”, per intendersi, non potranno non trovare accattivante il film del trentenne gallese, nonostante una meccanica narrativa ancorata a stilemi e dinamiche già ampiamente collaudati, tra cui regna sovrano sua maestà il jumpscare, sempre dietro l’angolo e, il più delle volte, ahimè, prevedibile. La messinscena curata e ricercata nei minimi dettagli, la bella e cupamente intrigante location e il fascinoso babau concorrono quindi a regalare a Jack in the Box una piena sufficienza, che ha appunto consegnato a Fowler il lasciapassare per il secondo capitolo della sua storia.

Il film è attualmente disponibile sulle piattaforme CHILI, YouTube, Rakuten TV, Amazon Prime Video, Google Play Film, Apple TV ed in dvd CG Entertainment.
https://www.imdb.com/it/title/tt10645682
