Con “Ombra di seta”, Joline Terranova firma il suo primo album, un progetto intenso e personale che raccoglie undici brani capaci di raccontare emozioni, esperienze di vita, relazioni e percorsi di crescita. Un lavoro che attraversa luci e ombre dell’esistenza, alternando atmosfere intime e riflessive a momenti più dinamici, senza mai perdere di vista l’autenticità del racconto.
Al centro del disco c’è la volontà di trasformare le fragilità in consapevolezza, affrontando temi come il dolore, l’amore, la rinascita, il rapporto con il mondo digitale e la ricerca di equilibrio in una società sempre più frenetica. Un percorso artistico che nasce dall’esperienza personale dell’artista e si apre a una dimensione universale, nella quale molti ascoltatori possono riconoscersi.
In questa intervista Joline Terranova racconta la nascita di “Ombra di seta”, il significato della title track, il valore della vulnerabilità e il desiderio di lasciare, attraverso la sua musica, un messaggio di speranza e comprensione.
“Ombra di seta” è un titolo molto evocativo: quando hai capito che avrebbe rappresentato l’intero disco?
L’ho capito quando mi sono resa conto che tutte le canzoni ruotavano intorno a questo brano che rappresenta la parte più scura, il dolore e i vissuti pesanti ma contemporaneamente ha dato il via a questo importante progetto. Quando è nata la title track, ho sentito che quel titolo riusciva a racchiudere perfettamente la versatilità di tutto l’album.
Nel disco convivono dolore, amore e voglia di rinascita. Quanto è stato importante mantenere questo equilibrio emotivo?
È stato fondamentale, perché rispecchia la vita vera. Non siamo mai fatti di una sola sfumatura. Volevo che il disco fosse un viaggio: si parte dal buio, si attraversa la sofferenza, ma si trova sempre una “Chiave di Volta” per rinascere. L’equilibrio sta nel non compiacersi del dolore, ma usarlo come trampolino per l’amore e la ripartenza.
“Connessioni sospese” affronta il tema delle relazioni digitali: pensi che oggi sia più difficile distinguere ciò che è reale da ciò che sembra reale?
Assolutamente sì. Viviamo in un’era in cui i filtri e le proiezioni social spesso sostituiscono i rapporti umani. Spesso ci innamoriamo di un’idea, di un profilo, restando “sospesi” in un limbo digitale. Distinguere il vero richiede uno sforzo cosciente di presenza e di ascolto reale, che oggi purtroppo rischiamo di perdere.
“Tutto può cambiare” nasce anche dallo sguardo di tuo figlio. Com’è stato trasformare una sensibilità così spontanea in musica?
È stato un dono immenso. Gli occhi dei bambini hanno una purezza disarmante, vedono il mondo senza le sovrastrutture e le paure di noi adulti. Tradurre quella luce e quella speranza in musica è stato naturale e terapeutico; mi ha ricordato che, nonostante tutto, il cambiamento e la meraviglia sono sempre possibili.
In “Specchi rotti” parli dell’apparenza come forma di difesa. Quanto senti che questo tema riguardi soprattutto le nuove generazioni?
Le riguarda moltissimo, ma non ne faccio una colpa. I giovani sono immersi in una vetrina costante dove mostrare fragilità sembra un errore imperdonabile. L’apparenza diventa una corazza, uno “specchio” in cui riflettere ciò che gli altri vogliono vedere per non mostrare le proprie crepe. Ma è proprio rompendo quegli specchi che si scopre chi si è davvero.
“Con relax” invita a rallentare in una società che corre continuamente. Tu riesci davvero a ritagliarti momenti di pausa?
Ci provo, ma è una lotta quotidiana! Tra la musica, la vita da mamma e i ritmi di oggi, fermarsi è un lusso. Questa canzone è nata proprio come un promemoria per me stessa. Ho capito che il “relax” non è non fare nulla, ma staccare la mente, fare un respiro profondo e riappropriarsi del proprio tempo, anche solo per dieci minuti.
“Baila” rappresenta uno dei momenti più leggeri del disco: quanto è importante per te trasformare il dolore in energia positiva?
È la mia filosofia di vita e artistica. Venendo da Palermo, porto dentro quel calore e quella capacità tipicamente mediterranea di esorcizzare le difficoltà con il ritmo e la condivisione. Ballare sul dolore non significa sminuirlo, ma decidere che non avrà l’ultima parola.
Dopo questo album, cosa speri resti davvero nelle persone che lo ascolteranno?
Spero resti una sensazione di calore e di comprensione. Mi piacerebbe che chi ascolta “Ombra di seta” non si sentisse solo nelle proprie fragilità e trovasse nelle mie parole il coraggio di accarezzare le proprie ombre, scoprendo che sono fatte di seta.
