In questa intervista esclusiva per Mondospettacolo.com, il regista Jordan River ci guida attraverso il suo affascinante percorso nel mondo del cinema, dalle innovazioni tecnologiche come il 3D stereoscopico alle sue opere più recenti. Con un focus sul film “Il monaco che vinse l’Apocalisse”, ispirato alla figura di Gioacchino da Fiore, River condivide riflessioni su spiritualità, storia e futuro del cinema. Un viaggio tra arte, mistica e profezie, raccontato da un pioniere del settore.
La carriera e il percorso artistico
Jordan, potresti raccontarci il tuo percorso nel mondo del cinema, inclusa la motivazione che ti ha spinto a diventare regista, le tappe più significative della tua carriera, l’influenza della tua passione per il cinema stereoscopico 3D sui tuoi lavori precedenti come “Artemisia Gentileschi, pittrice guerriera” o “Caravaggio, la potenza della luce”, le collaborazioni con istituzioni prestigiose come l’Istituto Luce Cinecittà, e il riconoscimento internazionale che ti ha reso più orgoglioso e perché?
Lavoro nel settore cinematografico e audiovisivo da circa 25 anni, in vari ambiti. Ne sono passati di anni, il tempo scorre, inesorabile. Ho frequentato la film school di Londra e sono entrato quasi subito nel settore. Diverse esperienze anche all’estero. Non solo regia, ma anche producer, film editor, consulente ICT e con esperienze nel campo della ricerca tecnologica per l’entertainment.
Ho seguito la brevettazione di alcune ricerche per l’audiovisivo, sono autore di libri sul cinema stereoscopico 3D, ho diretto una dozzina di opere, non solo quelle che hai citato, ho realizzato anche due piccole produzioni girate in USA, a Los Angeles, con riprese aeree in stereovision su elicottero tra i grattacieli tra Downtown e Hollywood e poi una girata nel Tempio Shaolin di Los Angeles, all’epoca poco distante dalla collina degli Universal Studios. Il titolo “Dance The Audition” sulla coreografia a New York per la RAI.
Nello Wiltshire, nel Regno Unito, ho prodotto il primo titolo in 4K “Stonehenge, il tempio dei druidi” (il quotidiano indiano The Indian Express lo inserì tra i migliori 10 documentari da vedere). Poi due produzioni distribuite in home video dall’Istituto Luce Cinecittà, tra cui quella da te citata, ossia il docudrama “Artemisia Gentileschi, Pittrice Guerriera”.
Questo titolo è stato distribuito anche sulle piattaforme in oltre 20 Paesi esteri, in Italia in edizione speciale cofanetto DVD con libro allegato, distribuito da Cinecittà. Un titolo evergreen. Quando è uscito in commercio è stato il più venduto in assoluto, superando anche il documentario su Francesco Totti.
Peraltro, il prossimo 7 ottobre 2025 il titolo su Artemisia è stato richiesto nella contea di Worcestershire, in UK, per delle proiezioni al cinema.
Sin da piccolo ero appassionato delle attività artistiche, ero molto bravo anche nel disegno, per questo ho indagato su alcuni aspetti interiori e creativi in alcuni titoli, come Caravaggio, ma anche Canova e, appunto, Artemisia.
Oltre a dedicarmi a questo settore, per passione in alcuni anni ho insegnato discipline orientali, per trasmettere tecniche di autodifesa alle persone più fragili. In alcuni periodi insegnavo meditazione e yoga a giovani così come ad anziani.
Appassionato di filosofia orientale così come di teologia occidentale. Tutte queste passioni sicuramente mi hanno fatto maturare l’introspezione e la divulgazione di contenuti non superficiali e fini a sé stessi, ma pensate come opere d’arte utili per un processo di elevazione interiore.
Focus sul film “Il monaco che vinse l’Apocalisse”
Il tuo ultimo film, “Il monaco che vinse l’Apocalisse”, è ispirato alla figura di Gioacchino da Fiore. Cosa ti ha affascinato di questo monaco medievale e come hai deciso di trasformarne la storia in un’opera cinematografica?
Mentre i documentari Caravaggio e Canova e il docudrama su Artemisia erano delle grandi biografie, “Il Monaco che vinse l’Apocalisse” era un film visionario, qualcosa di più di una biografia. Una profezia. Un archetipo della dimensione dello spirito e allo stesso tempo un viaggio nel mistero che lascia dentro un’energia che cresce nel tempo, senza neppure rendersene conto.
Il titolo evoca temi apocalittici e spirituali. Quali sono i messaggi principali che vuoi trasmettere attraverso questo film, soprattutto in un contesto contemporaneo segnato da crisi globali?
Alcune profezie di Gioacchino da Fiore sono state scritte nel XII secolo, ma sono visioni che riguardano il nostro tempo. Quindi assolutamente attualissime. Le visioni di Gioacchino non parlano di apocalisse, ma di come viverla e senza cadere nelle macerie del tempo. Pian piano che si segue la trama del film ci si rende conto che si viene immersi in un particolare action spirituale, l’alternarsi dello scontro tra il bene e il male.
Come hai affrontato la ricerca storica per questo progetto? Hai visitato luoghi legati a Gioacchino da Fiore, come la Calabria, e in che modo questi hanno influenzato la sceneggiatura o le riprese?
La fase di sviluppo è avvenuta su più livelli. Una prima fase di ricerca, una di elaborazione, una creativa. Alcuni dialoghi contengono i messaggi esegetici autentici con una trasposizione dal latino all’italiano. Ma vi sono molti elementi anche di fantasy, perché ripercorrono il pensiero evocativo, iconico e immaginifico del protagonista. Durante la fase realizzativa svelo qui che c’è stato anche un livello di processo creativo mistico. Tra gli scritti di cui ero venuto in possesso c’era anche una corposa raccolta di miracoli di Gioacchino, ma nel film non ne ho messo neppure uno perché non volevo far venir fuori un film religioso. A me interessavano l’esperienza mistica e le visioni. Tuttavia, in modo spontaneo, nel film ci sono delle scene che non erano previste nel copione e degli eventi che sono accaduti e che sanno di singolare. Immaginavo che, trattando il tema dello spirito, nel film qualcosa di sovrannaturale sarebbe accaduto. E così è successo.
Nel film, mescoli elementi tratti da eventi realmente accaduti con narrazione drammatica. È una scelta stilistica ricorrente nei tuoi lavori: puoi spiegarci come hai bilanciato fatti storici e finzione in “Il monaco che vinse l’Apocalisse”?
Non è stato difficile trovare un equilibrio tra realtà del vissuto e pensiero immaginativo, poiché gli elementi escatologici e visionari del monaco medievale sono già un modello di modernità.
Hai utilizzato tecniche innovative come il 3D o altri effetti visivi in questo film? In che modo contribuiscono a immergere lo spettatore nei temi mistici e profetici?
Nel film ci sono scene in live action, ma anche scenari realizzati in virtual production nonché, ovviamente, interventi di CGI. Tra le tecniche innovative abbiamo utilizzato le Onde Theta in alcune scene (per la prima volta nel cinema a livello mondiale), interventi di cromoterapia in fase di color grading, così come interventi di fotogrammetria 3D. Queste tecniche sono strumentali perché contribuiscono alla narrazione neurosensoriale e mistica del film. Nel film non si racconta solo cosa accade, ma si vive l’evento.
Parlaci del cast e della troupe: chi sono gli attori principali e come li hai scelti?
Ogni membro del cast è stato scelto per le particolari caratteristiche, non solo di fisiognomica ma anche di indole interiore, di qualità sia esteriori che, soprattutto, interiori. Il protagonista, in particolare, l’ho scelto quasi un po’ come fanno i chiromanti che ti guardano la mano e vedono il manifestarsi dell’anima. Mi erano stati proposti grandi nomi per quel ruolo, confesso anche quello di Favino.
Ma ho risposto che per quel ruolo era necessario un interprete che univa in sé caratteristiche ancora non espresse nel cinema, tra cui l’umiltà e la capacità di incarnare un personaggio dalla testa ai piedi, persino con la pelle e il respiro.

F.Turbanti
Ogni giorno consultavo centinaia di foto di attori, per più giorni tra le mani mi sono ritrovata quella di Francesco Turbanti. Così lo chiamai in produzione per un provino. Da quel giorno è iniziato un percorso di training che si è concluso con l’ultimo ciak del film.
Credo che Francesco ancora stia cercando di capire che cosa sia successo in lui e che tipo di scene siano state realizzate. A tutti gli altri membri del cast ho fatto fare provini e verifiche prima di selezionarli.
Dell’attrice Elisabetta Pellini avevo già il contatto, ma non c’era mai stata l’occasione per lavorare assieme. Tutte le parti che aveva interpretato negli altri film non mi suggerivano nulla di profondo e di spirituale. Però dalle foto sentivo che aveva anche lei delle caratteristiche che il cinema italiano ancora non le aveva permesso di esplorare ed esprimere a fondo. Con lei successe qualcosa di strano. Quando l’ho chiamata mi aveva accennato che era rientrata da poco dall’Inghilterra e che durante la permanenza in un castello aveva provato sulla testa una pesante corona e che ancora ne sentiva il peso.

Regina Costanza (Elisabetta Pellini)
Rimase molto impressionata quando seppe che l’avevo chiamata perché volevo che venisse in produzione per fare un provino per la parte della Regina Costanza d’Altavilla. Elisabetta ha poi interpretato il ruolo della sovrana in modo straordinario.

Re Riccardo I (Nikolay Moss)
C’è stata qualche sfida particolare durante la produzione, magari legata al budget o alle location?
Tante, certamente per i budget limitati. Ma il film che è venuto fuori è qualcosa di inedito e unico. Uno spettatore attento un giorno mi ha detto: “Non c’è un film al mondo che affronta gli stessi temi presenti nel film in modo così originale”.
Il film ha avuto proiezioni recenti in Italia, come a Milano nel 2025. Qual è stata la reazione del pubblico finora? Hai ricevuto feedback che ti hanno sorpreso?
Il film è uscito il 5 dicembre 2024 in tutto il circuito nazionale The Space Cinema e poi man mano in diversi altri cinema. A febbraio 2025 è stato proiettato anche al TCL Chinese Theatre di Hollywood, in USA, il 5 settembre 2025 al cinema VUE di Londra. Seguirà una programmazione a Los Angeles entro fine ottobre e ne seguiranno diverse ancora in altri Paesi esteri. Il prossimo 12 ottobre 2025 il film invece uscirà sulla piattaforma Prime Video in Italia, a novembre in USA, a gennaio 2026 nel Regno Unito, Germania, Giappone e in tutti gli altri Paesi.
In che modo “Il monaco che vinse l’Apocalisse” si collega ai tuoi temi ricorrenti, come l’arte, la spiritualità e la storia, presenti in opere precedenti come “Stonehenge, il tempio dei druidi”?
Nel film “Il Monaco che vinse l’Apocalisse” sono certamente racchiusi tanti temi, non solo quelli citati, ma anche l’ecologia, la natura, il coraggio, i sentimenti, l’amore.

Conclusione: Prospettive future e riflessioni personali
Quali sono i tuoi progetti futuri? Stai lavorando a nuovi film o documentari, magari sempre con un occhio alle innovazioni tecnologiche?
Ci sono in sviluppo un paio di altri nuovi film, ma sono ancora in fase di sedimentazione. Certamente mi piace aprire sempre nuovi orizzonti. Le innovazioni tecnologiche sicuramente potranno contribuire a realizzare opere creative al passo con i tempi, ma ciò che conta per me è il messaggio. Non solo ciò che trasmettono nell’immediato ma, soprattutto, gli effetti che generano nel tempo.
Come vedi l’evoluzione del cinema italiano oggi, tra streaming, festival e produzioni indipendenti? Hai consigli per i giovani registi che vogliono emergere?
Il cinema italiano di oggi purtroppo produce prevalentemente pellicole superficiali e inutili. Lo streaming sicuramente aiuta a superare certi limiti legati alle sale e ai territori, ma la sala è il luogo ideale dove si vivono le atmosfere del grande schermo. I Festival italiani? In buona parte, purtroppo, sono diretti da persone che gestiscono (male) interessi economici e dominio di potere. Le produzioni, oltre a essere indipendenti, dovrebbero rafforzare il proprio senso di libertà, fare sempre più rete con altre produzioni libere e innovative. I registi dovrebbero osare di più, esercitare maggiormente la forza del coraggio, e non limitarsi a realizzare opere comprensibili alla prima visione ai critici e ai membri di giuria dei festival che soffrono di astigmatismo. Anzi, i giovani registi dovrebbero cercare di fare opere persino “disubbidienti” ma potenti ed eterne, che non dipendano da certe “regole” ormai vecchie, quindi non soggette alla morte dell’opera superata una certa stagione.

Jordan River
Infine, per i lettori di Mondospettacolo: qual è il tuo film preferito di tutti i tempi e perché? E cosa consiglieresti a chi vuole scoprire il tuo cinema, partendo da “Il monaco che vinse l’Apocalisse”?
Ce n’è per tutti. Numerosi sono i film interessanti, ma ne cito due che sono poi diventati dei cult, “Il Signore degli Anelli” di Peter Jackson che ha vinto 11 Oscar e “Il cavaliere oscuro” di Christopher Nolan, due premi Oscar. Ovviamente, non posso non suggerire di vedere anche il mio film. Dal 12 ottobre lo trovate tutti sulla piattaforma Prime Video. Quindi di cercarlo, vederlo e parlarne. Non è più tempo di rimanere soltanto testimoni del cambiamento, ma di diventare parte di quel mutamento che ormai è già in atto.





Ho visto più volte questo film al cinema.
È un’opera che merita e ad ogni visione mi ha trasmesso messaggi profondi senza tempo.
Ho visto persone commuoversi durante la proiezione in sala.
Il regista Jordan River, con il pretesto di narrare le vicende di Gioacchino da Fiore, racconta qualcosa di noi.
Amo i Film in Costume anche perché ho avuto il piacere di lavorare su vari Set Cinematografici. Nel Monaco Che Vinse L’apocalisse questo Meraviglioso Film di Jordan River c’è dentro l’anima l’ho trovato Bellissimo dalle Location agli effetti Speciali alla Fotografia, la Regia, le Musiche, l’interpretazione degli Attori nei Vari Ruoli, si Qualche pecca c’è ma è irrilevante perché il Film È Veramente un Buon Prodotto Cinematografico e Trovo Giustissimo il Successo che Sta’ Avendo. Complimenti Jordan il Tuo Film Merita Molto. Tantissimi Auguri per Tutto ??????????❤️