Judas and the black Messiah: come una talpa tra le “pantere nere”

Oggi, nel XXI secolo, la definizione “black panther” suggerisce immediatamente universi cinecomic relativi ad avventure marveliane che hanno per protagonisti personaggi fantastici abitanti in un afro-posto chiamato Wakanda, ma dalla fine degli anni Sessanta incarnò un movimento nato dall’odio razziale generato dal sangue delle vittime di colore uccise dalla supremazia bianca assassina.

E proprio nel periodo in cui venne concepito il fumetto Marvel si sviluppò negli Stati Uniti il movimento fondamentalista afroamericano denominato, appunto, delle “Pantere nere”, più volte affrontato anche nell’ambito della Settima arte (citiamo soltanto il dimenticato Panther di Mario Van Peebles, datato 1995).

Allacciandosi all’attuale corrente cinematografica mirata a volgere il proprio sguardo verso contesti storici che hanno visto protagoniste persone di colore, Shaka King – al secondo lungometraggio da regista dopo Newlyweeds, del 2013 – racconta quindi in Judas and the black Messiah la reale vicenda vissuta dall’infiltrato Bill O’Neal e il suo incontro con il leader appartenente alle “Pantere nere” Fred Hampton, interpretati rispettivamente dai LaKeith Stanfield e Daniel Kaluuya di Scappa – Get out.

Siamo nel 1968 e il furfante Bill (Stanfield), che ruba auto spacciandosi agente dell’FBI, viene arrestato dalle autorità rischiando di finire in prigione a lungo; ma il federale Roy Mitchell (Jesse Plemmons) vede in lui determinate qualità, proponendogli una missione per conto del governo degli Stati Uniti: infiltrarsi nelle Pantere nere, avvicinandosi a Fred Hampton (Kaluuya), un uomo che potrebbe risultare pericoloso nei confronti del popolo americano. Le sue idee, le sue parole, il suo carisma attirano infatti a sé fiotti di persone su cui riesce ad esercitare non poca influenza.

Ma è proprio conoscendo Fred che Bill finisce per trovarsi alle prese con una forte crisi interiore che lo porterà ad un bivio esistenziale, dinanzi a profonde scelte ideologiche.

Con un occhio meno sarcastico rispetto al recente BlacKkKlansman di Spike Lee, Judas and the black Messiah ricorre innanzitutto ad un linguaggio documentaristico, aprendo le danze tramite interviste ricostruite ad hoc, per poi entrare nel pieno del contesto romanzato con i dovuti risvolti emotivi.

Da una parte abbiamo il forte pensiero ideologico inscenato grazie alla carica del magnetico Kaluuya, dall’altra la crisi interiore del Bill reso dal bravo Stanfield. Al servizio di uno script che aleggia tra un trattato storico vero e proprio e il ritratto di un personaggio ambiguo quanto incisivo quale è l’infiltrato O’Neal.

Certo, nella sua più totale riuscita scenica si tratta di un compito ben fatto e appositamente concepito per attirare consensi e allori (sei le nomination agli Oscar ottenute, un Golden Globe per Kaluuya non protagonista), come gran parte dei titoli analoghi che ormai vengono sfornati nella Hollywood del terzo millennio.

Un aspetto che non gioca totalmente a favore di Judas and the black Messiah, salvato comunque dal suo svolgimento classico, ben delineato e diretto. Tanto basta, soprattutto per quanto riguarda lo sviluppo del personaggio/talpa Bill.

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Mirko Lomuscio