Di Alessandro Cunsolo per MondoSpettacolo
Nata a Reykjavik il 23 agosto 1995 da madre islandese e padre con radici milanesi, Julia Charlotte De Rossi unisce eleganza nordica e calore italiano. Cresciuta tra Como e l’Islanda dopo la perdita del padre, ha respirato teatro fin da piccola grazie alla madre cantante lirica. Dopo gli studi in comunicazione a Milano, si è trasferita a Roma per inseguire il sogno della recitazione, debuttando al Globe Theatre sotto la direzione di Gigi Proietti. Oggi ha già collezionato ruoli importanti in film come “Prendiamoci una pausa” di Christian Marazziti. Ecco la sua intervista esclusiva.
Julia, sei nata a Reykjavik da madre islandese e padre italiano: in che modo questa doppia identità ha influenzato la tua infanzia e la tua personalità?
Credo siano due mondi completamente diversi, quasi uno shock culturale continuo. Però, a pensarci oggi, è uno shock che mi ha fatto molto bene. Entrambe le mie famiglie, pur essendo così diverse, mi hanno sempre dato tantissimo, sia a livello affettivo che umano. L’Islanda è un posto magico: ci sono paesaggi che sembrano irreali, a volte hai davvero la sensazione di essere su un altro pianeta. Questo ha influenzato molto la mia personalità: crescere tra due realtà così lontane ti porta inevitabilmente a sviluppare uno sguardo più aperto, più curioso.
Dopo la scomparsa di tuo padre ti sei trasferita in Islanda durante il liceo: come ha segnato questo cambiamento il tuo percorso personale e la tua sensibilità artistica?
La perdita di mio padre è stata un momento estremamente difficile della mia vita. Eravamo molto legati, avevamo un rapporto davvero profondo. Mio padre, Emilio De Rossi, non faceva parte del mondo dello spettacolo come mia madre, ma era un businessman, una persona molto forte e allo stesso tempo incredibilmente buona. Mi voleva un bene immenso e lo dimostrava ogni giorno. Ancora oggi mi manca tantissimo. Però mi piace pensare che, da qualche parte, possa vedere il percorso che ho scelto e tutto quello che sto costruendo… e spero davvero che sia fiero di me.
Tua madre è cantante lirica e ti ha portata con sé nei più importanti teatri del mondo: quanto ha influito questa esperienza nel far nascere in te l’amore per il canto e la recitazione?
Dal punto di vista materno, la mia infanzia è stata molto vivace e piena di esperienze. Per il lavoro di mia mamma viaggiavamo tantissimo e, quando possibile, mi portava con sé. Ho avuto la fortuna di vedere luoghi incredibili fin da piccola, come il Teatro La Fenice di Venezia o il Palacio de Bellas Artes in Messico. Mia madre, Elsa Waage, è il mio “saviour”, la mia ancora, la mia guida. È senza dubbio la persona più importante della mia vita. Mi ha sempre spronata a seguire ciò che sentivo davvero. Da piccola ero molto timida, e proprio lei mi ha suggerito di provare un corso di recitazione per aiutarmi a sciogliermi un po’. In realtà, all’inizio ero molto più legata al canto. L’amore per la recitazione è nato insieme a quello, quasi in modo naturale, ed è stato tutto grazie a lei.
Dopo il liceo hai studiato comunicazione a Milano, ma poi hai scelto Roma per inseguire la recitazione: cosa ti ha spinto a lasciare l’università e seguire il richiamo del palcoscenico?
In realtà non ho lasciato l’università per venire a Roma: ho concluso il mio percorso nel 2020, proprio durante il periodo del Covid. Sono stata una di quelle “fortunate — o sfortunate, dipende dai punti di vista —” che hanno discusso la tesi davanti a un computer. Sono venuta a Roma per la prima volta perché ero stata presa per uno spettacolo al Globe Theatre. È stata un’esperienza fantastica, molto intensa, e credo sia stato proprio quel momento a farmi capire davvero che volevo continuare in questo mondo.
Hai debuttato al Globe Theatre quando era ancora diretto da Gigi Proietti: cosa ha significato per te quell’esperienza e quale ricordo conservi di quel periodo?
È stata un’esperienza fondamentale nel mio percorso. Ero la più giovane del gruppo: eravamo sette donne in scena e affrontavamo anche un tema molto importante come la violenza sulle donne. Ho avuto la fortuna di conoscere Gigi Proietti, e porto con me un ricordo davvero speciale: prima dello spettacolo regalò a tutte noi attrici un piccolo bigliettino con scritto “In bocca al lupo”, firmato proprio da lui. Io lo conservo ancora oggi, incorniciato, ed è diventato una sorta di portafortuna.
Nel 2025 hai interpretato Caterina in “Prendiamoci una pausa” di Christian Marazziti: com’è stato lavorare con lui e cosa ti ha lasciato questo ruolo?
Interpretare Caterina è stato per me un grande trampolino di lancio. È stata un’occasione importante per mettermi davvero in gioco e confrontarmi con un cast straordinario. All’inizio ero un po’ emozionata, ma sul set sono stati tutti estremamente accoglienti. Lavorare con Christian Marazziti è stato davvero fondamentale: è un regista che sa mettere tutti a proprio agio e crea un ambiente di lavoro molto positivo. È un’esperienza che mi ha dato tantissimo e che porterò sempre con me.
Hai recitato anche in “Dedalus”, “Concordia” e “Tipi Da Crociera”: qual è il personaggio che ti ha messo più alla prova e perché?
In realtà non c’è stato un personaggio in particolare che mi ha messo più alla prova, perché ognuno, a modo suo, mi ha dato qualcosa. Forse però, se devo sceglierne uno, direi quello in “Tipi da Crociera”. Interpretavo una ragazza svedese e avevo solo poche battute in svedese, ma ci tenevo a farle bene. Ho chiesto aiuto a una mia amica svedese per lavorare sulla pronuncia. È stato divertente mettermi in gioco anche da questo punto di vista.
Parli italiano, inglese e islandese: in che modo le lingue e le culture diverse ti aiutano nel lavoro di attrice?
Il fatto di parlare tre lingue mi aiuta tantissimo nel mio lavoro. Mi permette di ampliare le possibilità anche nei provini: conoscendo bene italiano, inglese e islandese, ho l’opportunità di lavorare non solo in Italia, ma anche all’estero. È un grande vantaggio, perché ti apre a contesti diversi e a produzioni internazionali. Infatti, mi piacerebbe molto poter lavorare in un film internazionale, proprio per unire queste diverse parti di me.
Sei ancora molto giovane ma hai già accumulato esperienze importanti: quali sono le maggiori sfide che affronti come attrice emergente nel panorama italiano?
Avendo una fisicità piuttosto nordica, nel panorama italiano a volte può essere una piccola sfida. Spesso i personaggi sono ancora molto legati a un certo tipo di immagine. Detto questo, penso anche che oggi il cinema e la televisione stiano cambiando, diventando sempre più aperti e internazionali. Quindi, quello che può sembrare un limite, può trasformarsi anche in un punto di forza.
Ultima domanda: guardando al futuro, quali sono i tuoi sogni come attrice? C’è un ruolo o un progetto che vorresti realizzare con tutto il cuore?
Uno dei miei sogni nel cassetto è quello di interpretare un ruolo da “cattiva”. Mi affascina molto l’idea di uscire completamente da me stessa, anche perché nella vita sono una persona estremamente buona. La mia icona è sempre stata Sharon Stone in Basic Instinct: quel tipo di personaggio magnetico, ambiguo, forte… mi incuriosisce tantissimo. E magari, chissà, in un film internazionale: quello sì che sarebbe un vero sogno.










