Juliet, naked – Tutta un’altra musica: tutto un altro cinema?

Musica e cinema vanno da sempre a braccetto. E non solo per le colonne sonore, ma anche e, forse, soprattutto per i tanti(ssimi) film che di musica parlano e sulla musica riflettono.

Sgombriamo allora il campo da opere leziose – che, almeno a parere nostro, niente levano ma niente aggiungono al cinema- che si vestono da biopic ma senza lo sguardo, il punto di vista, l’angolazione dell’autore (qualcuno ha detto Bohemian Rapsody?) e parliamo di Juliet, naked – Tutta un’altra musica, con la regia di Jesse Peretz e il volto di Ethan Hawke a dare fisicità ad un musicista alla deriva, in una storia tratta dal libro di Hornby.

Hawke, straordinario, è affiancato da una Rose Byrne mai così efficace. A Sandcliff, Annie gestisce un museo ed è da tanto, troppo tempo fidanzata con Duncan, tranquillissimo professore che ha però una passione spropositata per un album, Juliet, il cui autore Tucker Crowe è sparito nelle brume del dimenticatoio più spietato da oltre due decenni.

Passione che rasenta la mania, visto che il docente ha fondato e gestisce un sito dei fan del musicista che approfondisce e analizza, forse di più del suo stesso artista di riferimento, la sua evanescente discografia. Peretz, dal canto suo, ha di buono la sua provenienza (anche) musicale e non ha nascosto il proprio entusiasmo per la produzione di Hornby (almeno lui…). Due elementi che riescono a rendere un film che si poteva perdere in una produzione magmatica ma che, invece, si lascia vedere, e perché no, apprezzare, grazie a un’effervescenza di scrittura mai banale.

Specialmente nel delineare il rapporto fra uomo ed espressione artistica, nel momento in cui l’hobby si trasforma in passione, e nel restituire il ritratto di un artista depresso, roba di cui gli annali del grande schermo non sono pieni, di più.

Hawke tenta forse di bissare la performance del Bradley Cooper di A star is born. Perde il confronto, ovvio, ma fa lo stesso la sua figura nello scansare abilmente le trappole di una storia a fortissimo rischio di deja-vù. Se non altro, per sapersi districare nella marea di personaggi che, nell’a volte goffo tentativo a tutti i costi di sembrare “veri”, finiscono per sfiorare il surreale (come nella sequenza del festival cittadino a tema anni Sessanta, o ancora con tutti i numerosi figli e figliastri del cantante al suo capezzale) e, oltretutto, ingombrano un film di per sé scorrevole e leggero con fin troppe storie accennate e non approfondite. Certo, avere Hawke al centro del drammone è un’arma a doppio taglio, perché un interprete così carico di passato, specie in piccoli film indi e sperimentali, innesca inevitabilmente il confronto. E in un’opera così mainstream è sicuramente inglorioso. Insomma, due grandi attori in due buone prove sprecatissime.

Sarà pure tutta un’altra musica, ma di certo il film è sempre lo stesso.

 

 

GianLorenzo Franzì