La prima raccomandazione da fare agli spettatori è quella di non uscire dalla sala cinematografica prima che siano terminati i titoli di coda di Kill Bill – The whole bloody affair, versione estesa ma della forma più completa e fedele alla visione che il regista Quentin Tarantino ha da sempre avuto del suo Kill Bill, ai tempi della realizzazione diviso in due volumi a causa di esigenze distributive.
Ad attenderli è infatti più di una sorpresa che va a completare le oltre quattro ore e dieci minuti atte a condensare in un’opera unica il dittico concepito tra il 2003 e il 2004.

Opera unica priva di cesure tra i due volumi e arricchita di sequenze inedite – tra cui quella in ascensore nel flashback animato a cura dello studio Production I.G. – nel (ri)proporre la vicenda della cosiddetta “Sposa” dal volto di Uma Thurman, ex membro del gruppo di killer noto come Deadly Viper Assassination Squad (DiVAS), ognuno dei cui componenti si nasconde sotto uno pseudonimo ispirato a quello di diversi serpenti velenosi. La “Sposa” che, conosciuta dunque con il nome in codice Black Mamba, si risveglia da un coma durato quattro anni dopo che il suo ex amante Bill alias David Carradine, capo del gruppo, ha compiuto lo sterminio di tutti i presenti alla festa di nozze della donna, tra l’altro incinta. Per la quale, ovviamente, una volta riacquisite le capacità motorie l’unico pensiero è eliminare i componenti della DiVAS. Un semplicissimo plot che, a cominciare dal logo della mitica casa di produzione Shaw Bros posto in apertura, come di consueto l’autore di Bastardi senza gloria sfrutta al fine di sfoggiare tutto il proprio amore nei confronti della Settima arte di genere (e non solo) a suon di citazioni cinefile e riutilizzo di brani musicali provenienti da colonne sonore di pellicole più o meno mitiche (Bernard Herrmann, Riz Ortolani, Louis Bacalov, Fabio Frizzi, Ennio Morricone e Armando Trovaioli nel mucchio). Quindi, se attraverso Le iene – Cani da rapina e Pulp fiction aveva provveduto ad aggiornare i noir e i gangster movie e tramite Jackie Brown non mancò di strizzare l’occhio alla Blaxploitation, con Kill Bill sforna una prima parte che guarda alla ultraviolenta celluloide orientale e una seconda che, invece, abbonda in tributi a Sergio Leone e allo spaghetti western.

Dunque, man mano che la nient’affatto cronologica narrazione si divide in capitoli dai titoli che spaziano da rimandi a Un abito da sposa macchiato di sangue di Vicente Aranda a Faccia a faccia di Sergio Sollima, la protagonista va alla ricerca di Vernita Green/Copperhead, Elle Driver/California Mountain Snake, Budd/Sidewinder, fratello minore di Bill, e O-Ren Ishii, ovvero Vivica A. Fox, Daryl Hannah, Michael Madsen e Lucy Liu; confrontandosi oltretutto con quest’ultima in un duello all’arma bianca sulle note della base di Don’t let me be misunderstood dei Santa Esmeralda. Dopo il leggendario scontro con gli 88 folli che avevamo visto in bianco e nero e che Kill Bill – The whole bloody affair offre per la prima volta integralmente a colori e infarcito di qualche fugace aggiunta, come pure i nuovi dettagli splatter presenti a metà operazione nella fase che coinvolge la Sofie Fatale di Julie Dreyfus. Altro nome che si inserisce all’interno di un ricco cast comprendente inoltre Sonny Chiba nei panni del maestro Hattori Hanzo, Bo Svenson in abito talare e, entrambi calati in due differenti ruoli, Michael Parks e Gordon Liu. E, se in mezzo a scorci dal sapore fordiano, mascherine che sembrano uscite direttamente dal popolare telefilm Il calabrone verde interpretato dal mitico Bruce Lee e più o meno chiari debiti nei confronti di Dario Argento e Alfred Hitchcock, non mancano riferimenti a Sette note in nero e Paura nella città dei morti viventi di Lucio Fulci, l’amante irriducibile dell’horror potrebbe tranquillamente associare a Il buio si avvicina di Kathrin Bigelow l’immagine della zanzara succhia-sangue e allo slasher Intruder – L’intruso di Scott Spiegel quella di un bulbo oculare schiacciato da un piede.

D’altra parte, il film di Spiegel fu il primo prodotto dallo stesso Lawrence Bender produttore dell’epopea Kill Bill, che trova anche il tempo di citare Shogun il giustiziere di Kenji Misumi e di far indossare alla protagonista la storica tuta gialla che il già menzionato Bruce Lee ebbe come costume ne L’ultimo combattimento di Chen. Il resto, dall’apertura sulle note di Bang bang riletta da Nancy Sinatra alla chiusura su quelle di Goodnight moon di Shivaree, lo fanno il tripudio di sangue, violenza e arti marziali splendidamente coreografato, un eccezionale Carradine che entra in scena con flauto alla mano ricordando il suo personaggio incarnato nella serie televisiva Kung fu e che verso l’epilogo si cimenta perfino in un monologo da antologia relativo ai supereroi, la consueta ironia tarantiniana e la notevole capacità del cineasta americano di assemblare diverse tecniche di ripresa e regia non correndo mai il rischio di abusare in virtuosismi inutili e riuscendo dove l’Oliver Stone di Assassini nati – Natural born killers ha fallito. Catturando e intrattenendo senza annoiare mai nonostante la sua durata fiume, poi, in mezzo ad immagini sgranate, spuntinature, silhouette e uso dello zoom in stile anni Settanta dagli occhi a mandorla, Kill Bill – The whole bloody affair non cela affatto un’evidente metafora che va anche al di là della propria superficie di chiaro taglio femminista. Infatti, se nella sua prima parte sfodera spade che, impugnate da figure femminili, vengono utilizzate per evirare simbolicamente quelle degli uomini e penetrarli, nella seconda si concentra maggiormente sui sentimenti e, soprattutto, sull’amore, tanto che il cuore rappresenta senza alcun dubbio il bersaglio da colpire. Del resto, se da un lato Black Mamba procede alla vendetta spinta anche da un certo istinto materno, il cattivo Bill, che scopriamo profondamente legato alle tradizioni, uccide accecato dalla gelosia… e questo nuovo montaggio non può testimoniare altro che ci troviamo dinanzi ad un già classico senza tempo.
