Ci sono progetti artistici che nascono da un’idea precisa e altri che sembrano crescere insieme alla persona che li ha creati.
KLEOS appartiene alla seconda categoria.
Dietro il nome c’è Lucrezia Di Giorgio, modella, performer, Personal Trainer, appassionata di sport da combattimento e artista che utilizza il corpo non soltanto come elemento estetico, ma come vero e proprio linguaggio.
Moda, fotografia, performance, pole dance, body expression, immaginario underground e ricerca sull’identità convivono all’interno di un progetto che non vuole fermarsi alla figura della modella.
KLEOS nasce infatti dal desiderio di trasformare l’esperienza personale in qualcosa che possa sopravvivere alla persona stessa. Non a caso il nome richiama il concetto greco antico di kleos, la gloria e soprattutto la memoria che rimane di qualcuno attraverso ciò che ha fatto e ciò che viene raccontato di lui. Kleos Lucrezia Di Giorgio
Nel mondo di Lucrezia convivono elementi apparentemente lontani: il combattimento e la sensualità, la disciplina e l’istinto, l’Antico Egitto e l’estetica underground, la razionalità professionale e quella voglia di adrenalina che lei stessa riassume con una frase diventata quasi un manifesto: “Built on instinct, adrenaline & bad ideas.”
Ma dietro la sicurezza, l’ironia e la provocazione esiste anche una dimensione più vulnerabile, che KLEOS non ha ancora completamente mostrato.
Ed è forse proprio lì che si trova il prossimo capitolo del progetto.
Intervista a Lucrezia Di Giorgio · KLEOS
Chi è Lucrezia Di Giorgio e chi è invece KLEOS? Dove finisce una e dove comincia l’altra?
KLEOS è parte integrante di Lucrezia. È probabilmente la mia parte più artistica, ma anche quella che vorrei riuscisse a rimanere nel tempo come un archetipo.
È un progetto, quindi anche la parte più organizzata, consapevole e direzionata di me, ma non è separata dalla persona.
Lucrezia è una persona, con tutti i pregi e i difetti che comporta esserlo. È quella che vive il mondo concreto, fa esperienze, sbaglia, cambia idea, si mette nei casini e da quelle esperienze KLEOS attinge.
KLEOS prende quella materia più grezza e la sublima, la porta su un piano più concettuale e metafisico, senza però trasformarla in un universo completamente separato dalla realtà. Anzi, per me è importante che rimangano delle parti riconoscibili, anche imperfette, perché altre persone possano rispecchiarsi.
Quindi non saprei dire dove finisca Lucrezia e inizi KLEOS. Probabilmente non c’è un confine netto: c’è una persona e c’è il modo in cui quella persona decide di trasformare ciò che vive in qualcosa di più grande di lei.
KLEOS nasce come un progetto che unisce moda, fotografia, performance e ricerca sull’identità attraverso il corpo. Quando hai capito che il modeling, da solo, non era sufficiente per raccontare ciò che volevi esprimere?
Immediatamente. Ho iniziato a fare modeling a 16 anni e, all’inizio, lo vivevo soprattutto come un lavoro: era molto più legato a ciò che serviva al fotografo, al brand o al progetto che a una mia espressione artistica personale.
Da allora ho fatto tanta strada e anche tanti errori, che però mi hanno permesso di capire con una certa sicurezza quali sono i miei limiti, quale sia la mia voce e, soprattutto, di imparare a scegliere.
Un passaggio importante in questo percorso è stato ricominciare a lavorare con Marco, in arte Gianfaolo: è stato soprattutto insieme a lui che ho ripreso a esplorare la parte più artistica del mio lavoro, oltre il semplice shooting su commissione.
Il punto è che ho scoperto quanto il corpo, la presenza e il movimento possano comunicare. Limitarli alla sola fotografia, per quanto mi riguarda, non mi dava la libertà di esplorarne le potenzialità a 360 gradi.
Il modeling è rimasto, ma ha smesso di essere il punto di arrivo. È diventato uno dei linguaggi attraverso cui costruire KLEOS.
Nel tuo percorso il corpo non è semplicemente qualcosa da mostrare, ma diventa linguaggio, presenza, disciplina, tensione e libertà. Che rapporto hai con il tuo corpo e quanto è cambiato negli anni?
È uno studio e una scoperta continua, ed è una delle cose che trovo più affascinanti.
Oggi ho un buon rapporto con il mio corpo. Non sono mai stata particolarmente pudica nel senso comune del termine: ho i miei limiti, ovviamente, ma ho sempre visto il corpo per quello che è, un corpo. Non qualcosa da nascondere o di cui vergognarsi.
In passato ci ho litigato, più per una questione di controllo che per un problema puramente estetico. Non sono stata sempre molto gentile con me stessa e, in alcuni periodi, gli ho fatto passare parecchie situazioni di merda e l’ho messo anche seriamente alla prova.
Non mi interessa raccontarmi come una vittima, perché non mi sento tale. Mi interessa molto di più raccontare dove sono arrivata.
Oggi abbiamo un bel rapporto. Crescendo credo si capisca quanto sia importante il corpo, tutto quello che ci permette di fare, e si inizi anche a ringraziarlo.
Quanto è cambiato? Non tantissimo… a parte i tatuaggi, parecchi (ride). È sicuramente un corpo più forte, più consapevole e che sta ancora esplorando le proprie possibilità.
Pratichi sport di combattimento fin dall’età di dodici anni. Che cosa ti hanno insegnato il combattimento, l’adrenalina e la disciplina che oggi ritrovi anche davanti a una macchina fotografica?
Il combattimento è stato il mio porto sicuro. Lo è ancora oggi.
Se mi chiedi cosa mi porto davanti alla macchina fotografica, ti direi praticamente tutto: l’abitudine a occupare spazio, osare, buttarmi nelle situazioni sapendo che posso cavarmela.
Credo che un po’ del mio carattere emerga anche nelle fotografie: quella parte un po’ cazzona, sfrontata, che non ha troppa paura di esporsi.
La disciplina, invece, la ritrovo soprattutto nei progetti che sono più lontani da me come persona. Quando devo entrare in un personaggio o in un concept che non mi appartiene immediatamente, lì serve testa, focus e professionalità per riuscire a trasformarlo in qualcosa di credibile.
In apparenza combattimento e sensualità sembrano mondi molto distanti. Nel tuo lavoro, invece, sembrano convivere. Per te forza e sensualità possono essere due manifestazioni della stessa energia?
Assolutamente sì. Se vogliamo essere un po’ filosofici, direi che nascono dalla stessa fonte e sono due manifestazioni della stessa energia.
La sensualità, per definizione, è legata ai sensi, al corpo, alla materia. Il combattimento porta esattamente lì: essere presente a te stesso e a quello che succede intorno a te, uscire dalla testa e tornare completamente nel corpo.
Per me non sono quindi opposti. Cambia la forma in cui quell’energia viene espressa, ma la radice è molto simile: presenza.
Anche la pole dance è entrata nel tuo percorso, diventando una forma di espressione fatta di forza, controllo, teatralità e sensualità. Che cosa riesci a raccontare attraverso la pole che una fotografia statica non potrebbe raccontare?
La pole racconta sicuramente un rapporto diverso con lo spazio e con il tempo. In una fotografia puoi vedere un corpo in un preciso istante; nella performance puoi vedere come quel corpo arriva lì, quanta forza utilizza, come cambia un’espressione in pochi secondi, come reagisce alla musica, al silenzio e allo spazio.
Non direi che sia migliore della fotografia, è semplicemente un linguaggio diverso. Forse è più raw e, nel vero senso della parola, più sensuale, perché ti mette davanti al corpo mentre sta realmente facendo qualcosa.
Sei anche Personal Trainer certificata. Quanto conoscere tecnicamente il corpo, il movimento e la preparazione fisica influenza il modo in cui posi e costruisci una performance?
La certificazione arriva dopo la passione, il modeling e le performance, quindi per me è più un naturale sviluppo che il punto di partenza.
La cosa forse strana è che parto dall’istinto e poi lo raffino, non il contrario. Prima sento il movimento, sperimento, faccio; poi la conoscenza tecnica mi permette di capire meglio quello che sto facendo e di renderlo più armonioso e consapevole.
Quindi sì, la parte tecnica è sicuramente utile e dà progettualità, ma non è da lì che nasce il movimento.
Nel tuo lavoro convivono modeling editoriale, fine-art, body expression, posing, performance fisica e un immaginario alternative e underground. Quale di questi linguaggi senti oggi più vicino alla vera KLEOS?
Se per “vera KLEOS” intendi il progetto artistico e la sua espressione più pura, probabilmente ti direi il modeling, perché mi permette di rendere tutto molto estemporaneo e di condensare un’idea in un’immagine.
Se invece mi chiedi cosa sento più vicino a Lucrezia, direi sicuramente la performance fisica e tutto l’immaginario underground.
Comunque è un work in progress: tutti questi linguaggi concorrono, in modo diverso ma con pari importanza, alla costruzione del progetto.
La tua estetica utilizza spesso elementi come pelle, metallo, tatuaggi e atmosfere underground. Sono soltanto scelte visive oppure hanno per te anche un significato simbolico?
Sono prima di tutto elementi che appartengono a Lucrezia, quindi il loro significato viene prima della costruzione estetica di KLEOS.
Pelle, metallo, tatuaggi e immaginario underground sono spesso associati alla ribellione, al rifiuto delle regole imposte dall’alto, al pensare con la propria testa, all’essere un po’ la pecora nera. Sono cose in cui mi riconosco.
E c’è anche un aspetto umano: in quegli ambienti ho spesso trovato persone e storie molto vere, crude, imperfette. Sono le mie persone.
Per molto tempo ho cercato di prendere le distanze dalle mie radici e di costruirmi una storia alternativa per paura del giudizio, prima ancora che qualcuno mi conoscesse davvero.
Poi, a un certo punto, ho semplicemente pensato: sticazzi. Non voglio costruire la mia vita intorno al giudizio di persone così superficiali.
Quindi oggi quella parte di me non la nascondo più. La integro.
Guardando le tue fotografie si percepiscono sensualità ed erotismo, ma anche una forte ricerca artistica. Quanto è importante per te distinguere tra sensualità, provocazione ed espressione artistica?
Non sento tanto il bisogno di distinguere queste cose quanto quello di non essere ricondotta esclusivamente al cliché della modella erotica.
KLEOS è molto più di questo, e io sono molto più di questo.
Posso essere erotica, provocante e sensuale, anche semplicemente perché in quel momento voglio esserlo. E non penso che questo sia qualcosa di cui una persona debba necessariamente giustificarsi, né che debba diventare una definizione totalizzante del suo lavoro o della sua persona.
In altri momenti la sensualità può diventare uno strumento per reclamare il proprio corpo e il proprio potere; in altri ancora può esserci una ricerca puramente artistica e completamente slegata dall’erotismo.
Siamo esseri sfaccettati. Che noia, altrimenti.
Il nudo e il corpo femminile vengono ancora giudicati molto rapidamente, soprattutto sui social. Ti è mai capitato di sentirti fraintesa perché qualcuno si fermava all’immagine senza cercare di capire ciò che volevi comunicare?
È una domanda quasi retorica (ride). Certo che mi è capitato.
Purtroppo è qualcosa che mi aspetto, anche se non significa che lo ritenga giusto. Semplicemente non è una cosa che mi ha mai paralizzata davanti al lavoro: se qualcuno vuole fermarsi all’immagine, può farlo.
Io ho potere sulle mie azioni e sulle mie reazioni, non su quello che un’altra persona decide di percepire.
Alla fine mi interessa molto di più il risultato e le persone che riescono a leggere quello che sto cercando di fare.
Se cento persone fraintendono e tre, cinque o dieci capiscono davvero, quelle sono il mio pubblico.
E se quello che faccio può dare anche solo un po’ di coraggio a un’altra ragazza per mettersi in gioco, allora per me ha ancora più senso.
Quanto è importante, soprattutto negli shooting più intimi o sensuali, la fiducia tra modella e fotografo? E quali limiti non permetteresti mai a nessuno di oltrepassare?
È fondamentale. Anzi, per me non dovrebbe nemmeno essere una domanda.
Ho rifiutato shooting semplicemente perché il feeling non era quello giusto. Non significa necessariamente che ci fosse qualcosa di sbagliato dall’altra parte: a volte è una questione di sensazioni, di vibes, di fiducia.
A maggior ragione, se noto una discrepanza tra quello che viene detto e quello che viene fatto, o se mi viene proposto qualcosa che non rientra nelle mie corde, mi tiro indietro.
Mi piace chiarire tutto dall’inizio. Una volta definiti i limiti, quelli rimangono. Non esiste il “ormai siamo qui” o il “ti pago di più se…”. Il consenso e gli accordi presi prima non diventano negoziabili durante lo shooting.
Ho abbastanza esperienza del mondo da sapere anche quanto sia importante il contrario: ci sono fotografi fantastici che riescono a creare un senso di sicurezza assoluta, e proprio quella sicurezza permette di sperimentare molto di più.
Io scelgo di non fare contenuti espliciti. Non è una questione di giudizio, semplicemente non mi interessa quella direzione. Kleos Lucrezia Di Giorgio
Nel tuo immaginario entrano anche storia, archeologia e Antico Egitto, attraverso simboli, archetipi e ritualità. Da dove nasce questa passione e in che modo influenza la costruzione di KLEOS?
La passione per la storia e per l’Antico Egitto nasce quando ero piccolissima ed è stata condivisa con mia madre. Per questo, per me, è anche un modo di portare qualcosa di lei dentro il progetto, come un tributo a quella parte della mia formazione.
Crescendo, questa passione è rimasta e si è approfondita: ho studiato storia e cultura dell’Antico Egitto anche all’università.
Mi interessano soprattutto il modo in cui una civiltà costruisce simboli, rituali, immagini e archetipi capaci di sopravvivere al proprio tempo.
È questo che mi interessa portare dentro KLEOS: non una semplice estetica egizia, ma il rapporto con qualcosa di antico, simbolico e archetipico.
Il nome KLEOS ha già un suono molto evocativo. Perché lo hai scelto e che cosa rappresenta per te?
KLEOS è un nome parlante: contiene già una direzione.
Nella cultura greca antica, KLEOS è la gloria, la fama e soprattutto la memoria che rimane di una persona attraverso ciò che ha fatto e ciò che viene raccontato di lei. È un concetto legato alla possibilità di lasciare una traccia che continui a vivere oltre il presente.
È questo che mi ha colpita: non tanto la gloria in senso superficiale, quanto l’idea della memoria, della narrazione e di ciò che rimane.
Per me KLEOS rappresenta quindi passato, presente e futuro: ciò da cui veniamo, ciò che facciamo adesso e quello che decidiamo di lasciare dietro di noi.
Prima e parallelamente alla carriera artistica hai maturato esperienze nella comunicazione, negoziazione, formazione, gestione delle persone e sviluppo commerciale. Quanto quella Lucrezia più razionale e professionale aiuta la KLEOS artista?
Tantissimo (ride).
Di base sono una persona molto istintiva e la parte professionale mi ha dato una struttura enorme. Mi permette di essere efficace, di comunicare in modo meno caotico e di trasformare un’intuizione in qualcosa che possa essere realmente realizzato.
E, perché no, anche monetizzato (ride).
Credo che una delle cose che mi interessano di più sia proprio questa convivenza tra istinto e struttura: non voglio perdere il primo, ma ho imparato a dargli una forma.
Sei una persona che sembra cercare continuamente situazioni capaci di metterla alla prova: combattimento, pole, performance, fotografia. Hai bisogno dell’adrenalina anche nella vita quotidiana?
La risposta più rapida è sì (ride).
L’adrenalina è il mio antidoto preferito: è il modo più rapido che conosco per diventare lucida e, paradossalmente, è anche alla base di alcune delle storie più belle della mia vita.
Detto questo, mi sto calmando con gli anni. Non smetterò probabilmente mai di voler provare cose e situazioni ad alta adrenalina, perché continuo a riconoscermi molto in quello stato.
La vera sfida, adesso, è imparare a trovare un senso di comfort anche nella stabilità, nel senso più ampio del termine. E forse questa è una forma di adrenalina completamente diversa.
Nel tuo profilo ti definisci con una frase bellissima: “Built on instinct, adrenaline & bad ideas.” Quanto c’è davvero di te in quelle parole?
È seria e ironica allo stesso tempo, ovviamente (ride).
C’è tanto di me in quelle parole. Ma “built on” è la parte importante: sono le fondamenta, non l’intero edificio.
Il palazzo è ancora in costruzione e c’è davvero tanto altro oltre a istinto, adrenalina e idee del cazzo.
Quando sei davanti all’obiettivo, quanto prepari in anticipo pose ed espressioni e quanto invece lasci spazio all’istinto del momento?
Direi 30% preparazione e 70% istinto.
Sono una persona che impara e implementa facendo. Posso avere un’idea, un riferimento o una direzione prima dello shooting, ma poi preferisco vedere cosa succede realmente quando sono lì.
Ogni esperienza si porta dietro qualcosa che utilizzo in quella successiva: imparo, aggiusto, implemento e riparto.
Quindi, ad oggi, preparo abbastanza da sapere dove sto andando, ma lascio molto spazio a quello che succede lungo il percorso.
C’è una fotografia o una performance nella quale, guardandoti, hai pensato: “Ecco, questa sono davvero io”?
Davvero io? No.
Ci sono fotografie che si avvicinano molto, come alcuni scatti realizzati dal grandissimo Bruno Bonavia con il total leather, soprattutto quello di schiena sul blocco bianco, alcuni lavori di Paolo Pizzi, come quello davanti allo specchio, e sicuramente parecchi scatti del fantastico Andrea Pitorri, che restituiscono bene un mio lato più diretto e istintivo.
Ma anche lì vedo una versione molto filtrata di me.
Forse è proprio questo il punto: non credo di aver ancora realizzato l’immagine in cui, guardandomi, penso: “Questa sono io, completamente”.
E sinceramente non mi dispiace. Significa che c’è ancora qualcosa da cercare.
Il tuo progetto dichiara esplicitamente di voler andare oltre l’essere semplicemente riconoscibile come modella. Dove vorresti portare KLEOS nei prossimi anni?
Posso dirti che l’idea finale è molto più grande del diventare semplicemente riconoscibile come modella.
Mi piacerebbe arrivare a costruire una community in cui Lucrezia non sia “la persona al centro”, ma una parte della stessa e KLEOS sia lo stendardo che la accomuna.
Non voglio ancora raccontare troppo perché è un progetto grosso e alcune cose devono ancora prendere forma.
Diciamo che… ci sto lavorando.
Se avessi completa libertà creativa e nessun limite di budget, quale progetto realizzeresti domani?
Mi piacerebbe creare qualcosa che non sia semplicemente bello da guardare, ma in cui le persone possano entrare.
Un’esperienza immersiva che coinvolga i cinque sensi e che metta insieme più artisti, ognuno con il proprio linguaggio: corpo, movimento, fotografia, video, musica, spazio, magari anche profumi, materiali, scenografia.
Non mi interesserebbe creare semplicemente una grande produzione estetica.
Vorrei che chi entra ne uscisse diverso da come è entrato, anche solo per una sera.
Qualcosa di catartico, che faccia vivere un’esperienza e soprattutto che crei connessioni tra le persone. Kleos Lucrezia Di Giorgio
E infine: che cosa c’è di Lucrezia che KLEOS ancora non ha mostrato a nessuno?
Questa è una domanda complessa.
Sicuramente c’è una parte molto più vulnerabile che KLEOS non ha ancora mostrato. Ed è probabilmente anche quella che permette di creare i legami e il riconoscimento più autentici con le altre persone.
C’è tutta la mia storia, in realtà, che ancora non è entrata davvero nel progetto.
Ma sto lavorando anche su questo.
Diciamo che… potrebbe arrivare qualche informazione e forse qualche spoiler in inverno. Kleos Lucrezia Di Giorgio
Conclusione
Alla fine dell’incontro resta la sensazione che KLEOS sia ancora soltanto all’inizio.
Non perché manchi già un’identità — quella appare anzi molto riconoscibile — ma perché Lucrezia sembra considerare ogni fotografia, performance ed esperienza soltanto un frammento di qualcosa di più grande.
Il corpo diventa linguaggio, la sensualità non esclude la forza, l’istinto convive con una struttura estremamente razionale e persino l’adrenalina, che per anni è stata una sorta di motore personale, comincia a lasciare spazio alla scoperta di una dimensione forse più difficile: la stabilità.
E mentre KLEOS aspira a trasformarsi in una community e in un progetto capace di coinvolgere altri artisti e altri linguaggi, resta ancora una parte che Lucrezia non ha portato completamente sulla scena: quella della vulnerabilità e della propria storia personale.
Forse sarà proprio quella a rappresentare il prossimo passo.
Perché, come suggerisce il significato stesso del nome KLEOS, il punto non è soltanto essere visti oggi.
È decidere quale traccia lasciare domani.
la foto della copertina è di Bruno Bonavia
https://www.instagram.com/lucrezia.digiorgio
le foto sopra sono di Paolo Pizzi
le foto sopra sono di Bruno Bonavia
le foto sopra sono di Marco Gianfaolo
le foto sopra sono di Andrea Pitorri


































