Con il veterano della celluloide di genere Pascal Persiano (Paganini horror di Luigi Cozzi e Fermo posta Tinto Brass nella filmografia) coinvolto nei panni di uno psicanalista, è attraverso un sanguinolento prologo che prende avvio Kopis, il cui titolo fa riferimento ad un’antica arma da taglio greca.

Dopo i titoli di testa facciamo conoscenza con una Aurora Bastia che non esita a spogliarsi pur di riscuotere successo nell’universo del web e con due sue amiche dai volti di Gaia Nardozza e Beatrice Nardini: tutte e tre sboccate, amanti delle sniffate di cocaina, delle bevute di alcolici e propense a parlare soprattutto di sesso, nonché pronte a trascorrere un week-end all’insegna della trasgressione nell’abitazione fuori città lasciata occasionalmente libera dai genitori della prima, ovvero Robert Madison e Simona Vannelli.

Abitazione il cui custode è un poco rassicurante Andrea Bonella che sembra in un certo senso debitore nei confronti del personaggio incarnato da Donald O’Brien ne La casa 3 – Ghosthouse di Umberto Lenzi; mentre ad affiancare il trio di scatenate fanciulle arrivano presto gli altrettanto trasgressivi Matteo Zanotti, Luca Pianta e Niccolò Riggioni. E, chiaramente, l’arma da taglio di cui sopra è quella che un misterioso omicida utilizza per eliminare l’uno dopo l’altro i componenti della combriccola presi a copulare e cimentarsi in giochi a sfondo erotico. Quindi, è chiaro che, sceneggiato dal regista stesso Lorenzo Lepori insieme all’Antonio Tentori che vanta in curriculum script per Lucio Fulci, Joe D’Amato alias Aristide Massaccesi e Dario Argento, Kopis rappresenti per colui che si trova dietro alla macchina da presa la sperimentazione dello slasher movie l’immersione lovecraftiana di Cieco sordo muto e il proto-Avere vent’anni Al termine del sole, co-diretto da Dario Almerighi.

Un sottogenere dell’horror costituito da plot a base di fantasiose uccisioni ai danni di persone in uno spazio più o meno chiuso e che è stato portato al successo soprattutto negli anni Ottanta dai franchise di Halloween e Venerdì 13… ma, più che piuttosto edulcorati esempi d’oltreoceano, a causa dell’ambientazione, di una non indifferente componente sessuale e di una fotografia di Federico Giammattei dalla leggera dominante seppia la circa ora e venti di visione in questione richiama alla memoria determinate produzioni iberiche. Infatti, man mano che nella lenta evoluzione narrativa la lama affonda pesantemente nelle carni, non solo si respira un’atmosfera vicina a quella del Jess Franco degli anni Settanta, ma la maschera dalle fattezze femminili indossata dall’assassino rievoca quasi quella del massacratore de La danza del diavolo, diretto nel 1990 da José Ramón Larraz. Assassino di cui risulta abbastanza facile indovinare l’identità; mentre, sorvolando su una recitazione non sempre convincente (difetto comunque tipico delle piccole produzioni indipendenti), Kopis approda ad un epilogo in evidente omaggio al già citato Argento… sfoderando una necessaria critica nei confronti della dannosità dei social network e rivelandosi una godibile operazione sì citazionista, ma non priva di originalità e rientrante tra le maggiormente riuscite fatiche leporiane.

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