L’onorevole di Sciascia: la recensione di Paola Cecchini

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L’onorevole di Sciascia

(Ancona, Teatro Sperimentale, 9-13 marzo 2016)

Scritta a Racalmuto in una caldissima settimana d’agosto del 1964,  “L’onorevole” è prima commedia per il teatro di Leonardo Sciascia, già famoso dopo il successo ottenuto tre anni prima con  ‘Il giorno della civetta’. Anche se non molto rappresentata, l’opera – ‘parabola sulla meccanica del potere e sulle sue luciferine qualità’ – è rilevante per la preveggenza e lungimiranza, anche se ai nostri giorni, purtroppo, non ci si scandalizza più nel sentir parlare di connivenze tra affari, politica e criminalità organizzata. E’ importante altresì perché racchiude la sincera passione civile dell’autore, la sua vocazione di studioso di caratteri umani, la sua infatuazione per il cinema, il riferimento ‘al più grande libro sui libri mai scritto’, il ‘Don Chisciotte’ di Cervantes.

Il 9 marzo scorso ‘L’onorevole’ è approdata allo ‘Sperimentale’ di Ancona (repliche 10-13), nono appuntamento della stagione 2015-16, organizzata da ‘Marche Teatro’, il consorzio che racchiude diversi organismi teatrali della Regione Marche (Fondazione “Le Città del Teatro”, Associazione Inteatro, e Cooperativa Teatro del Canguro) e che ha ottenuto nel 2015 il riconoscimento di Teatro di Rilevante Interesse Culturale (direzione artistica di Velia Papa). Prodotta dal Teatro Biondo di Palermo (diretto da Roberto Alajmo) e da Emilia Romagna Teatro Fondazione (diretta da Pietro Valenti), la commedia è adattata da  Enzo Vetrano e Stefano Randisi che firmano anche la regia e ne sono gli interpreti (impersonando Frangipane il primo e Barbarino il secondo) assieme a Susanna Marcomeni (Assunta), Antonio Lo Presti (dr. Micciché), Giovanni Moschella (don Giovannino Scimeni) Dario Raimondi (Fofò), Aurora Falcone (Francesca Frangipane), Aurelio D’Amore (Mimì Frandipane) ,Alessio Barone (Margano). La scenografia ed i costumi – realizzati nei laboratori del Teatro Biondo – sono curati da Mela Dell’Erba.

E’ l’estate del 1947. Il professor Frangipane, colto e stimato insegnante di liceo in una città della Sicilia occidentale, si impegna in numerose ripetizioni agli studenti rimandati a settembre (3-4 turni, anche con 10 allievi alla volta) per arrotondare lo stipendio mensile. Vive modestamente ma non gli pesa affatto: è circondato dall’amore e dal rispetto della sua famiglia e dei suoi allievi. La moglie Assunta lo ammira molto e lo sostiene ogni giorno per permettergli di superare serenamente tutte le difficoltà lavorative e non.     Una sera alcuni dirigenti locali del partito di maggioranza vanno a fargli visita, assieme a Mons. Barbarino (cosa mai successa prima) e gli propongono un seggio parlamentare nelle elezioni politiche che si svolgeranno da lì a qualche mese. Il professore  si schermisce, è onorato ma molto titubante: si sente inadeguato e pensa di non avere i requisiti per adempiere ad un siffatto incarico che oltretutto lo porterebbe a trascurare affetti ed interessi personali. Mons. Barbarino gli ricorda, però, che proprio la sua onestà, la sua cultura ed i suoi conclamati ideali, ben noti a tutti, gli impongono l’onere di impegnarsi in politica per aiutare e migliorare la terra che tanto ama.

Da timido che era, Frangipane diventa in poco tempo oltremodo sicuro di sé ed anche brillante, fino a diventare spregiudicato. Anche grazie alla propria cultura, conquista un potere sempre più autorevole che lo trasforma profondamente fino a farlo scendere a numerosi compromessi ed a stringere loschi accordi con personaggi malavitosi. Smarriti completamente i valori che lo hanno accompagnato nel suo lavoro di insegnante, nonché nel suo ruolo di padre e marito, si trasforma in un ubbidiente ingranaggio di un’ infernale macchina di intrighi, tradimenti, finendo per farsi coinvolgere in losche speculazioni politico-mafiose, a cominciare dalla speculazione edilizia che tanto peso ha occupato ed occupa nelle pagine delle cronache locali italiane.

La moglie Assunta si addolora molto nel vedere il cambiamento del marito, gli oggetti sacri diventati puri e semplici elementi di arredo e si rifugia nella lettura e nello studio del ‘Don Chisciotte’ (libro preferito del marito quand’era professore) facendo propri gli ideali, il senso di giustizia e la sete di cultura del protagonista del libro di Cervantes. Tutta la famiglia è perfettamente adeguata al benessere borghese così facilmente conquistato e vive con grande disagio ed imbarazzo il comportamento di Assunta. Allora l’onorevole chiama in aiuto Mons. Barbarino affinché la convinca ad accettare un ‘periodo di riposo’ lontano da casa. Impossibile non collegare questa frase con i ‘tre mesi di villeggiatura in una casa di cura’, che Pirandello mette in bocca a Ciampa ne ‘Il berretto a sonagli’ (1916) per allontanare la moglie Beatrice Fiorica, divenuta, al pari di Assunta, fonte di fastidio e preoccupazione.

“Una satira di moralità civile, la più persuasiva e precisa in un racconto che scorre senza mai una stonatura né una forzatura”: così la definì Italo Calvino che era al tempo editor di ‘Einuadi’ e che incoraggiò la pubblicazione della commedia nella rinomata Collezione di teatro della casa editrice torinese. Secondo Vetrano e Randisi, ‘la denuncia più dolorosa di questo testo è che lo specchio e la matrice di questo disfacimento delle idee sia l’abbandono della cultura come strumento basilare della conoscenza e della formazione’. Lo spettacolo mi è piaciuto molto. All’altezza della situazione tutto il cast ed in particolare Susanna Marcomeni che ci ha abituato da tempo ad interpretazioni estremamente convincenti.

(spettacolo visto il 13 marzo ’16)

Paola Cecchini