Non perdete l’appuntamento con “La bisbetica domata” di William Shakespeare, con l’adattamento di Francesco Niccolini e la regia di Roberto Aldorasi. Lo spettacolo andrà in scena mercoledì 3 dicembre alle ore 21 al Teatrodante Carlo Monni di Campi Bisenzio (Fi).

Amanda Sandrelli, nel ruolo di Caterina, porta in vita un personaggio complesso e affascinante, che nel contesto di una società maschilista di fine Cinquecento, sogna di sposarsi per amore. Questa nuova lettura mette in risalto le dinamiche di potere e la “violenza invisibile”, offrendo al pubblico non solo un’ora e mezza di divertimento, ma anche spunti di riflessione sui ruoli sociali e gli stereotipi culturali. Le scene e i costumi di Francesco Esposito e le musiche di Elena Nico arricchiscono ulteriormente la produzione de La Contrada, regalando un’esperienza teatrale imperdibile.

INTERVISTA AD AMANDA SANDRELLI

Signora Sandrelli, la Sua interpretazione di Caterina in “La bisbetica domata” è stata lodata per aver trasformato un carattere inizialmente ribelle e indipendente in un simbolo di sottomissione attraverso la violenza. Come è stato per Lei dare vita ad un personaggio così complesso e quale messaggio spera che il pubblico riceva dalla Sua interpretazione?

La nostra versione de “La bisbetica domata”, riscritta e riadattata da Francesco Niccolini, è molto rispettosa dell’originale. Questo testo è particolarmente impegnativo: “La bisbetica domata” ha una struttura di farsa, ma al suo interno si cela una linea narrativa molto più drammatica, che riguarda il rapporto tra Petruccio e Caterina. Petruccio sottopone Caterina ad una forma di violenza psicologica e fisica, privandola di cibo e sonno, e invertendo la realtà dicendole che è giorno quando è notte e viceversa. Questo comportamento mira a piegare il suo carattere indomito. In una battuta, viene detto che questo metodo di addomesticamento suonava in un certo modo al tempo di Shakespeare, ma oggi assume una connotazione diversa. Fortunatamente, qualcosa è cambiato, anche se, purtroppo, le donne continuano a morire per mano degli uomini, spesso quando rifiutano di sottomettersi a decisioni imposte su di loro. Questo è il messaggio centrale de “La Bisbetica domata”, che risulta ancora presente nell’originale. Il nostro scopo è trasmetterlo in maniera più chiara: si può “domare” una donna come fosse un animale? Il termine “domare” implica l’uso di violenza e l’annichilimento di una persona, un concetto che, oggi più che mai, deve indurre ad una riflessione ancora più profonda.

Il nuovo adattamento di Francesco Niccolini, con la regia di Roberto Aldorasi, ha messo in risalto la “violenza invisibile” e le dinamiche di potere. In che modo crede che questa rilettura moderna della commedia shakespeariana possa contribuire al dibattito sociale sulla violenza di genere?

Il nostro spettacolo è molto leggero e divertente; segue la linea farsesca dell’originale. Tuttavia, il finale non è affatto divertente. Credo che a teatro non si debbano trasmettere messaggi diretti; si gettano piuttosto dei semi che, forse, germoglieranno. Penso che questo spettacolo riesca bene in questo intento. È fondamentale che questi semi, che siano assorbiti da un uomo o da una donna, portino a una comprensione più profonda. È importante che gli uomini capiscano che nessuno può essere posseduto e che le donne imparino a riconoscere i segnali di pericolo non appena si presentano, prima che sia troppo tardi.

Lo spettacolo ha ricevuto ampi consensi per aver svelato la cruda realtà dietro la farsa. Quali sono state le reazioni più sorprendenti del pubblico che ha assistito alla rappresentazione e come pensa che questo allestimento possa influenzare le percezioni delle relazioni di potere nel contesto attuale?

Sì, forse il pubblico rimane un po’ spiazzato dal finale perché “La bisbetica domata” è un titolo che fa pensare immediatamente a qualcosa di divertente e di comico. In realtà, lo è: ripeto, è una farsa fino alla fine. Il linguaggio e il modo di rappresentazione sono quelli, ma il finale non è affatto divertente, e questo lascia gli spettatori po’ perplessi. Tuttavia, credo che ci sia un silenzio che si taglia col coltello nell’ultima scena. Se questo accade, significa che siamo riusciti nel nostro intento: far trascorrere al pubblico un’ora e mezza molto divertente, ma lasciargli anche qualcosa che faccia riflettere. Insomma, il teatro dovrebbe essere questo: divertimento, ma anche semi di pensiero.

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