In un’epoca in cui l’arte sembra piegarsi al conformismo e l’intrattenimento rischia di diventare un vuoto contenitore di frivolezze, Morgan, con la sua consueta verve polemica e intellettuale, lancia un grido d’allarme. Nel suo prossimo libro, Anarchia Moderna, il cantautore dedica un capitolo intitolato “Del de pensare” a una riflessione profonda e provocatoria sul ruolo della canzone e dell’arte in Italia. Con una dichiarazione che è al contempo un manifesto e un atto d’accusa, Morgan denuncia lo stato di degrado culturale del nostro Paese, dove la musica, un tempo veicolo di idee e resistenza, sembra essersi ridotta a un’eco sterile di superficialità.
“C’è una guerra in corso in questi tempi. C’è un clima di guerra da anni. Da dopo il Covid, compreso il Covid, e vedere una generazione di menefreghisti, dei pensanti che cantano stupidaggini mentre vengono trucidati i bambini? No. Non mi interessa. È squallido,” tuona Morgan. Le sue parole non risparmiano nessuno: il sistema dello spettacolo italiano, secondo lui, ha perso la sua essenza, smarrendo la capacità di essere coscienza critica e portavoce di un’umanità sofferente. La canzone, che per secoli ha rappresentato un baluardo di espressione civile e libertaria, è stata svilita, ridotta a puro intrattenimento privo di intelligenza e profondità.
Morgan non si limita a criticare, ma offre un viaggio nella storia della canzone come strumento di lotta e resistenza. Da Beethoven, che inseriva canti nelle sue sinfonie per risvegliare le coscienze, a Giuseppe Verdi, il cui “Va, pensiero” divenne un inno di libertà sotto la dominazione austriaca. Passando per Ulisse Barbieri, il proto-cantautore anarchico incarcerato a sedici anni, fino a Rodolfo De Angelis, che a Napoli scriveva durante la Prima Guerra Mondiale, e Kurt Weill, che cantava contro il nazismo. La canzone, ricorda Morgan, è stata il mezzo attraverso cui gli oppressi hanno trovato voce: dagli schiavi africani deportati, che cantavano per liberarsi, ai partigiani italiani che intonavano inni mentre marciavano verso la morte per la libertà.

Il cantautore milanese cita esempi illustri: Jacques Brel, che dava speranza a un’Europa distrutta dall’Olocausto; Francesco Guccini, che conservava la memoria degli orrori; Luigi Tenco, che sperimentava traducendo canzoni in inglese per puro amore dell’arte. E poi i grandi nomi degli anni ’60 e ’70 – da Fabrizio De André a Bob Dylan, da John Lennon a Eugenio Finardi – che trasformavano la musica in un’arma di protesta sociale, raccontando le lotte operaie, il Vietnam, le BR, l’apartheid. Fino a Roger Waters, che ha fatto della guerra il cuore della sua poetica, e David Bowie, che cantava del regime cinese mentre invadeva il Tibet.
Ma oggi, secondo Morgan, questo spirito si è dissolto. “Non è intrattenimento. Non c’è nulla di piacevole nel vedere abbrutita la forma dell’arte importante che si chiama canzone,” afferma, puntando il dito contro figure come Amadeus e Carlo Conti, simboli di un sistema che ha dimenticato il valore rivoluzionario della musica. In un’Italia che sembra aver smarrito la sua vocazione artistica, Morgan denuncia un “crimine culturale” che lascia il Paese “privo di canzoni, di musica, di arte.”
La sua critica non è solo un lamento, ma un invito a riscoprire la potenza della canzone come “antidoto indistruttibile, umano, comprensibile, potente, consolatorio, rivoluzionario, terapeutico.” Morgan ci sfida a non accettare il vuoto, a non assolvere l’indifferenza, a pretendere un’arte che parli al cuore e alla mente, che sia specchio e megafono dell’umanità. In un mondo in cui le guerre, fisiche e culturali, continuano a infuriare, la canzone deve tornare a essere un’arma di resistenza, un grido di libertà, un ponte verso un futuro migliore.
Con Anarchia Moderna, Morgan non si limita a scrivere un libro: lancia una provocazione, un appello a risvegliare le coscienze. E, forse, a ricordarci che la canzone – quella vera – è ancora capace di cambiare il mondo.
Fonte: Dichiarazione di Morgan, tratta dal capitolo “Del de pensare” di Anarchia Moderna
