La casa di Jack: Matt Dillon serial killer per Lars von Trier

È vero che, a volte, il modo migliore per nascondersi sia non nascondersi affatto?

A partire dal momento in cui carica in automobile una donna cui concede anima e corpo Uma Thurman, prova a risponderci un sorprendente Matt Dillon nei panni dell’astuto serial killer Jack, immerso in un’America degli anni Settanta e del quale seguiamo le gesta attraverso cinque incidenti.

Cinque incidenti a cominciare, appunto, dall’incontro con la figura femminile appena citata, cui fanno seguito quello con Siobhan Fallon Hogan e l’entrata in scena della Sofie Gråbøl che troviamo impegnata anche a dare da mangiare ai cadaveri dei propri figli.

Una sequenza, quest’ultima, che tanto rimanda ad un brutto e sporco (ma decisamente affascinante) cinema underground cui, a cominciare da Antichrist, datato 2009, il danese Lars von Trier – qui dietro la macchina da presa – sembra aver cominciato a guardare con insistenza.  

Perché, se è facile intuire che vi fosse una certa influenza proveniente dalle pellicole estreme di Jörg Buttgereit – autore del dittico Nekromantik – sia in quel caso che nella chiacchieratissima porno-odissea Nymphomaniac, rimanendo nell’ambito della filmografia del cineasta teutonico è ancor più facile accostare La casa di Jack al suo Schramm, che raccontava, appunto, la vita di un serial killer.

Anche se, tra cric in pieno volto, strangolamenti e asportazioni di seni, a differenza del film buttgereitiano la vicenda di questo assassino che vede ogni omicidio come un’opera d’arte in sé e che sfoggia una malsana ossessione nei confronti della pulizia non solo ricorre ad occasionali spruzzate di black humour, ma gode di un forte respiro dovuto all’abbondante presenza di esterni, lì quasi del tutto assenti.

Un ammazza-innocenti che, cinematograficamente parlando, possiamo quasi considerare discendente dell’Henry Lee Lucas di Henry – Pioggia di sangue o del Ben de Il cameraman e l’assassino; man mano che la consueta camera a mano di von Trier lo segue nelle sanguinarie imprese destinate a coinvolgere una nuda Riley Keough e, infine, il misterioso Virgilio la cui voce, fuori campo, accompagna le oltre due ore e mezza di violenta e piuttosto cruda visione.

Il Virgilio che scopriamo possedere i connotati del compianto Bruno Ganz e che, nel rendere l’insieme una sorta di moderna rilettura del viaggio dantesco negli inferi, non solo ci consente di pensare che – tornando allo splatter tedesco in fotogrammi – la fase finale dell’operazione ricordi tanto quella di The burning moon di Olaf Ittenbach, ma anche e soprattutto che l’autore de L’elemento del crimine e Le onde del destino si sia ancora una volta lasciato trasportare dai propri deliri di onnipotenza.

Del resto, una volta superato il quinto incidente, ciò che scorre sullo schermo finisce per rivelarsi un piuttosto pretenzioso delirio tirato eccessivamente per le lunghe, ma che, senza alcun dubbio, non lascerà affatto delusi i fan irriducibili del regista originario di Copenhagen, comunque sempre capace di non apparire prevedibile e scontato… con tanto di colti riferimenti al pianista Glenn Gould e alle stragi di massa che hanno segnato la storia del mondo.

 

 

Francesco Lomuscio