La cordigliera dei sogni: l’ordine naturale secondo Patricio Guzmán

La geografia emozionale snuda nel cinema di finzione il moto spontaneo della natura, lo connette al rapporto tra habitat ed esseri umani, fonde i valori pittorici insieme alla potenza evocatrice delle immagini, rende i territori eletti a location necessari come gli interpreti in carne e ossa.

In ambito documentaristico la faccenda assume contorni differenti. Lo conferma La cordigliera dei sogni, l’ultima fatica del regista cileno Patricio Guzmán.

Autore di opere osannate dalla critica internazionale. Specie Nostalgia della luce, che congiunge il concetto di reminiscenza al deserto di Atacama dove sono custoditi, oltre ai reperti paleolitici, pure gli amabili resti, citando Peter Jackson, degli oppositori del regime militare, e La memoria dell’acqua. Con le isole della Patagonia chiamate a commemorare in chiave lirica ed etnografica tanto il genocidio del popolo dei nomadi marittimi – compiuto da crudeli allevatori, balenieri e cercatori d’oro intenti ad anteporre la materia allo spirito – quanto i disapparecidos. Sterminati dalla dittatura. A differenza di Red Land – Rosso d’Istria, incentrato sul coraggio dei martiri disposti a essere inghiottiti dal suolo patrio pur di non rinnegarlo sotto l’empia egida dei partigiani titini, la dinamizzazione degli eventi risulta in pratica nulla. A sostituirla provvedono nuovamente determinati stilemi. Alcuni meritevoli di una menzione a parte per la capacità d’indirizzare l’interesse degli spettatori sia nel visibile sia nell’invisibile. Traendo linfa dall’erudito lavoro di sottrazione. Altri, viceversa, infiacchiti dalle deleterie modalità esplicative. Che svelano senz’alcun dubbio l’indecisione di affidarsi solo ed esclusivamente al nitore poetico in grado di conferire agli eloquenti silenzi, al sibilo del vento, ai fluidi movimenti in avanti della macchina da presa, agli allusivi carrelli all’indietro, all’insita scoperta dell’alterità – costituita dall’ambito geologico-strutturale eletto ad avvolgente attante introspettivo – la virtù di comunicare meglio di mille ciance. Sin dall’incipit, contraddistinto dall’ipnotica lentezza del diradamento delle nubi sopra l’insuperabile spettacolo dello spartiacque per antonomasia dell’America meridionale e dall’impostata voce fuori campo di Guzmán, affiora l’impasse di un cerchiobottismo comunque abbastanza curioso.

Nonché rivelatore. Perché, mentre suggella la schiettezza dell’ispirazione di partenza, riscontrabile nel vagheggiamento dei legami di sangue e di suolo scevri dai cali di personalità d’ogni comune mortale accecato dai clan di partito, evidenzia anche l’intoppo delle pieghe programmatiche. Volte a cedere il passo, a lungo andare, ad alcune innaturali ed emblematiche forzature. Senza l’apporto della psicotecnica recitativa, che inchioda da sempre l’attenzione del pubblico dai gusti semplici, allergici ai dispendi di fosforo, restano gli spettatori scaltriti da sedurre ed entusiasmare. La missione non è una passeggiata di salute. Giacché si tratta di coinvolgere prima il cervello e, in seconda battuta, il cuore. Che secondo Woody Allen non si danno nemmeno del “tu”. La cordigliera dei sogni procede invece in direzione opposta. Congiungendo il ritorno alle origini, il gusto idillico, lo slancio immaginifico, nutrito dal fascino dell’orizzonte in questione, alla via dei sentimenti. Le storie di vita giornaliera, enfatizzate in seguito dall’uso dello slow-motion, compaiono dapprincipio nelle sequenze in metropolitana. È lecito chiedersi il motivo per cui la maggior parte dei cittadini di Santiago associno la cordigliera del titolo più all’affresco del pittore Guillermo Muñoz Vera che all’originale. Il facsimile, sebbene frutto del carattere d’ingegno creativo, troneggia sulle pareti della stazione inducendo gli avventizi iconauti ad affezionarsi allo splendore delle Ande anziché riflettere sulla progressiva crescita degli spazi e delle composite successioni d’inquadrature. Il ricorso al parere eccellente di vari esperti, dal vulcanologo affascinato dai baleni di luce in cima alle rocce eruttive alla cantante che ritiene l’impatto identitario della celebrata catena montuosa accostabile a una madre protettiva, sottrae talvolta i raccordi di montaggio allo scontato confronto con i grattacieli, i palazzi, i quartieri denominati barrio.

Lo stile di ripresa tuttavia coniuga poi l’opacità del reale al nitido miraggio dell’inversione di tendenza. La curiosità estetica, ingentilita lì per lì dall’appello etico, lascia quindi la ribalta alla scarsa gamma espressiva del contraltare urbano. Teatro di scontri cruenti, d’ingiustizie perpetrate ai danni della libertà, d’illusioni infrante. Le prospettive sghembe dell’asfalto stradale, l’effigie del quartier generale di Augusto Pinochet, i dettagli ravvicinati della moquette, con il leitmotiv dell’inane voice over, sprovvista d’appeal, sanno parecchio di predicatorio. Ed ergo di retorico. L’antidoto alla vieta melensaggine è individuato nell’omaggio al fotografo Pablo Salas. La sua certificazione, gli aneddoti sulle bobine, sui filmati, sul fermo desiderio di esibire la verità senza abbandonare il campo, guadagna nell’esperienza contestativa del referto sociologico ciò che perde nell’immediatezza delle palpitazioni per la fugace sospensione di senso. La rettifica, con gli interni che dovrebbero rimandare ai fantasmi del passato, soffre di troppi squilibri per riflettere sul serio gli stati d’animo. Scossi dai feroci modi d’agire congiunti ai mesti percorsi antropologici. La fazione di pensiero, col ritorno all’aura contemplativa, costeggia appena i fenomeni atmosferici delle nuvole iridescenti, i cristalli di ghiaccio, gli effetti arcobaleno, gli scisti, i calcari, i promontori, i tagli longitudinali e trasversali. Piegandoli a elementi pretestuosi ed enfatici. Al pari dei pistolotti edificanti. L’accostamento in filigrana dei gas lacrimogeni utilizzati dai corpi di polizia con l’annuvolamento delle Ande tradisce l’imperizia di rinunciare all’apporto degli opportuni match-cut visivi. La cordigliera dei sogni regredisce così l’approfondimento delle aree aperte ed eterne nella contingente genericità dei luoghi discussi e idealizzati.

 

 

Massimiliano Serriello