La crociata: l’invito di Louis Garrell alla tolleranza

Il dramedy transalpino La crociata di Louis Garrel è un invito alla tolleranza. Non un apologo su una battaglia combattuta per ideali ormai fuori moda. In realtà necessari in ogni epoca. Sotto qualsiasi latitudine. E nemmeno una parodia di quel tipo di battaglia.

Si può aggiungere piuttosto che la crociata di Garrel consiste nel predicare senza annoiare. Per trarre linfa dall’ingegno al riguardo dello sceneggiatore Jean-Claude Carrière. Nato in una famiglia di viticultori. Attaccato quindi alla terra. E ai valori a essa congiunti. Morto lo scorso anno. Lasciando dietro di sé parecchi rimpianti. E qualche proselito. Ivi compreso Garrel.

Tuttavia al cinema è il regista a esprimersi compiutamente. Ad avere l’ultima parola. Filtrata dalla scrittura per immagini. A Garrel della terra preme poco. Ciò che gli sta a cuore è riuscire ad anteporre al richiamo dell’autorità la necessità di cambiare le cose. Anziché conservarle. Tra le cose da cambiare c’è ovviamente l’autoritarismo dei genitori. Insieme al radicamento storico e culturale. Che per Garrel è coperto di polvere. Ed ergo va rispolverato. Garrel è un attore consapevole dei limiti della recitazione per esprimere la propria opinione senza mezzi termini. Ha deciso perciò di diventare un regista, legittimamente eleggibile ad autore, per dire la sua su parecchie cose. Nel caso preso in esame sull’autoritarismo e sulla tolleranza. Il regista per raggiungere lo scopo prefisso ex ante deve saper governare in itinere i vari elementi tecnici, espressivi ed evocativi. La fotogenia, il gioco fisionomico, il lavoro degli attori e delle attrici su se stessi e su se stesse rientrano in questi elementi. Ma non li travalicano. La propaganda patriottica, per la quale i vincoli di sangue e di suolo rappresentano priorità irrinunciabili, per Garrel è una palla al piede. Moravia la pensava più o meno nello stesso modo (“In ogni paese ci sono gruppi di buoni non pensano che al bene della gente. Ma quando i buoni di un paese non si mettono d’accordo con i buoni di un altro paese allora scoppia la guerra”). Garrel si erge dunque a buono in cabina di regia per predicare la tolleranza, oltre che ai francesi, agli spettatori italiani, inglesi, spagnoli, portoghesi, svedesi, russi, cinesi, giapponesi, africani ed eschimesi. E chi più ne ha, più ne metta. Si tratta, in definitiva, dei buoni degli altri paesi. Lo scopo è rimarcare l’importanza del mix d’immagine e immaginazione, insito nel mezzo progressista del cinema, per andare oltre la palla al piede della tradizione. Che, per Garrel, cementa l’intolleranza. Gli argomenti a sostegno della tesi sposata con zelo ed entusiasmo vanno ricercati nell’economia circolare, nell’ecologismo e nel cosmopolitismo. La trama è presto detta: Abel (Louis Garrel) e Marianne (Laetitia Casta) scoprono che il loro figlio Joseph (Joseph Engel), ad appena tredici anni, è dedito al furto. E non nelle case altrui. Bensì nella loro. E quindi nella sua.

Ciò che sottrae ai genitori non ha solo ed esclusivamente un valore sentimentale. Bensì ha un valore pure materiale. La coppia, per la quale il materialismo storico e dialettico è una sorta di religione, dapprincipio reagisce male. Poi comprende le ragioni del furto. Il progressista per Garrel è intollerante né più né meno del conservatore. Ma si sforza di più di andare oltre l’intolleranza congenita in qualunque individuo se comprende che il fine giustifica i mezzi. Sull’esempio di Machiavelli. Se esistono delle ragioni in un certo senso nobili. Vuol dire che per Garrel il conservatore, alieno all’impasse del livellamento egualitario, giacché crede nella dedizione disinteressata, ossia nell’egemonia dello spirito sulla materia, è intollerante in modo irrecuperabile. Il ridicolo involontario dovuto alla distorsione di comodo è nell’aria. Garrel lo avverte? Sì e no. Da una parte La crociata segue le mosse delle commedie di Woody Allen. Dall’altra costeggia i drammi familiari ed esistenziali di Ingmar Bergman. I movimenti di macchina a schiaffo da un soggetto all’altro nell’appartamento della coppia borghese col figlioletto ladro ma al contempo idealista richiamano, infatti, alla mente Mariti e mogli di Allen. Che rilegge ironicamente, sotto molti aspetti, Scene da un matrimonio di Bergman. A Garrel l’ironia non manca. Ma l’autoironia non la costeggia nemmeno di striscio. Ed è per questo motivo che il ridicolo involontario invalida le pieghe umoristiche del racconto. La capacità di scrivere con la luce della fotografia convince appieno; la scrittura per immagini di Garrel decisamente poco. D’immaginazione inoltre ne ha quasi zero: la ribellione di Joseph, che rifiuta gli ordini dei genitori, è messa in luce dalle pur valide ma prevedibili correzioni di fuoco; i corridoi di casa tradiscono il plagio camuffato da omaggio nei confronti di Michael Haneke in Amour ed Ettore Scola ne La famiglia; i riempitivi aggiunti non arrivano neanche alla caviglia dei Giovani Turchi della Nouvelle Vague, scopiazzati a ogni piè sospinto quantunque sottobanco. La morale della favola inoltre non è affidata alla forza significante delle immagini, che con l’ausilio di un autore con la “a” maiuscola avrebbero comunicato più delle parole, bensì alle modalità esplicative dei dialoghi.

Garrel d’altronde come regista è un autore minore ma scaltro. Che i dialoghi più significativi, a mo’ di predica, li fa pronunciare in mutandine e in reggiseno alla Casta. Comunque apprezzabile, al di là dell’intramontabile avvenenza, nel ruolo della moglie in grado di mettere il marito all’angolo con la dolcezza dell’angelo del focolare. Svelta a capire come il conformismo impedisca all’essere umano di diventare davvero umile. Le risorse del pianeta sono infinite. Gli individui invece appaiono limitati. La speranza è riposta nell’età verde. Occorre che gli adulti credano alla prole con le ali ai piedi, con la speranza nel cuore di cambiare le cose sbagliate date, però, per certe. A ben guardare alla penuria di momenti realmente fulminanti corrisponde all’inverso un pateracchio di flebili varianti umoristiche, che non cambiano granché il succo della vicenda né alzano il tiro alle soluzioni espressive. Talora capaci di cogliere nel segno. Mostrando coi toni ostentatamente lievi le illusioni psicologiche, il bisogno di seppellire l’ascia di guerra, la voglia di ballare la musica rap, gridando al mondo il proprio credo, da parte di Joseph, con il match-cut intento a mutare prospettiva per conferire al ritratto del padre dapprincipio farsesco un rilievo serioso. Da adulto consapevole della lectio magistratis impartita da un gruppo di ragazzini. Fissati con la natura, con i fiumi, con i laghi, con i luoghi etici. Che non si vedono quasi mai. Ma di cui si sente parlare di continuo. L’immagine dell’attivista Greta Thunberg, che la madre guarda e sente col tablet nel consorzio domestico ormai votato all’impegno, sa di moralistico. Se non di raccogliticcio. Forse a Garrel avrebbe giovato sapere che l’ultima crociata fu affrontata per fermare i mussulmani alle porte dell’Europa e preservare i valori ereditati dalla tradizione. La crociata di Garrel fa invece molto rumore per niente. Shake docet. Uno che l’ordine naturale delle cose, il pregio di chi non è né debitore né creditore, gli slanci dell’anima, i vincoli di sangue e di suolo, insieme alla differenza tra i luoghi comuni e i luoghi che riflettono il turbinio degli stati d’animo, infiammati pure dall’idealismo, li conosceva bene. Anzi benissimo.

 

 

Massimiliano Serriello