La cura: da Camus al Covid

Presentato in Concorso Progressive Cinema presso l’edizione 2022 della Festa del cinema di Roma, La cura è il lungometraggio attraverso cui il napoletano classe 1964 Francesco Patierno rilegge liberamente La peste di Alberto Camus.

Il celebre romanzo dello scrittore francese, infatti, viene sfruttato dal regista – cui dobbiamo, tra gli altri, Pater familias e la commedia La gente che sta bene – per spostarne l’ambientazione dall’Algeria del 1947 alla Napoli odierna e raccontare i mesi che hanno cambiato il mondo, la società e le persone.

I mesi del lockdown dovuto al Coronavirus, per la precisione, durante i quali una troupe cinematografica si trova a dover girare un film tratto proprio dal testo camusiano. Man mano che, con il titolo di apertura che compare curiosamente dopo quasi venticinque minuti di visione, troviamo in scena, tra gli altri, un inedito Francesco Mandelli drammatico nei panni quasi autobiografici di un attore e una Cristina Donadio impegnata ad incarnare la versione femminile di quello che ne La peste era un commerciante propenso a speculare sulla carenza dei beni di prima necessità.

Mentre ad Andrea Renzi spetta la parte del prefetto e, tra un Peppe Lanzetta rappresentante la Chiesa e un Antonino Iuorio in aria di nostalgia nei confronti della ex moglie, ad un sempre più bravo Francesco Di Leva – anche sceneggiatore dell’operazione insieme allo stesso Patierno e ad Andrej Longo – viene affidato il ruolo del dottore destinato ad assistere gli appestati.

Perché è l’alternarsi continuo di personaggi interpretati e vita reale del cast coinvolto nelle riprese a caratterizzare la lenta e piuttosto silenziosa evoluzione narrativa de La cura, mirato a ribadire come la solidarietà possa essere l’unico rimedio alla malattia. Lasciando oltretutto emergere i temi che hanno finito per dominare, appunto, il periodo della pandemia; dal sentimento di separazione all’immancabile eterno contrasto tra la scienza e la fede.

Con protagonisti in stato di grazia a farla da padroni… compreso un Alessandro Preziosi che, qui figlio di un pubblico ministero, si cimenta in un monologo riguardante la maniera in cui ha conosciuto la povertà dopo aver condotto una vita da ricco borghese.

 

Francesco Lomuscio