Il regista Thierry Klifa rivisita liberamente un importante caso di cronaca che in Francia suscitò enorme scalpore e venne definito come “L’affaire Bettencourt”.
E ribattezza i suoi personaggi per evitare le ire funeste degli eredi del prestigioso marchio L’Oreal nel suo nuovo film La donna più ricca del mondo.

Isabelle Huppert diventa quindi Marianne Farrere, una ricchissima ereditiera di una delle più famose multinazionali di cosmetici. Potente, invidiata e temuta da tutti, compresi i familiari, vive nel lusso sfrenato e nell’eleganza maniacale che non fanno che esaltare la sua proverbiale bellezza e il suo inarrivabile fascino. La figlia, portata in scena da Marina Fois, lavora a fianco della madre, ma vive nella sua ombra e appare come una figura introversa e insicura, peculiarità che la porta ad essere ossessionata dalla mania del controllo. Quando per un articolo su un giornale viene ingaggiato il fotografo Pierre-Alain Fantin alias Laurent Lafitte, questi provoca in Marianne una scossa che la risveglia da un torpore a cui si era rassegnata. La ricchezza è un fattore scontato, come vivere nel lusso, ma l’incontro con il fotografo dal fare smargiasso, che non osserva alcuna riverenza nei confronti della donna più ricca del mondo, fa scattare in Marianne un’attrazione verso il giovane Pierre-Alain. Il rapporto straborda in un morboso circolo di complicità e battute irriverenti che l’ambiguo fotografo non manca di fare nei riguardi soprattutto del maggiordomo di casa Jerome, ovvero Raphael Personnaz, fedelissimo soprattutto al marito della signora: il Guy Farrere che ha le fattezze di Andrè Marcon.

I familiari, ma soprattutto sua figlia Frederique, poiché ossessionata sia dalla mania del controllo che dall’ingombrante figura della madre, teme la presenza di Pierre-Alain, in particolar modo quando si accorge delle enormi donazioni elargitegli da Marianne. La donna più ricca del mondo di Thierry Klifa cerca (invano) di rispolverare anche i lati più oscuri della vicenda, compresi vecchi legami politici, rendendo la trama molto intricata, ma la connotazione e, soprattutto, la resa complessiva è quella di un feuilletton con troppe ambizioni. La scenografia spicca per l’impeccabile ricerca del particolare, come anche per gli abiti e gli accessori, inoltre la geometria delle inquadrature esalta la percezione degli spazi, sinonimo di opulenza barocca che si riflette nel fascino imperituro della Huppert. Sebbene gli interpreti principali funzionino grazie a prove attoriali di indubbio valore, con una menzione speciale che la merita Laurent Lafitte, il quale riesce a rendere insopportabile il suo personaggio, all’apparenza falso e opportunista. Colui che tutto muove, grazie anche ad una recitazione che fa della fisicità un elemento altrettanto preponderante, capace di riempire gli spazi, allegoricamente anche quelli lasciati vuoti da uno script poco ispirato.

L’impressione di fondo è che si conti molto sulle interpretazioni e poco sulla profondità di un racconto che tocca tante tematiche diluite però in tempi troppo dilatati. La conclusione è quindi una risoluzione degli eventi abbastanza piatta e priva di coinvolgimento. Si palesa il contrasto tra un’estetica di raffinata fattura e una narrazione che non riesce a catturare del tutto l’attenzione, poiché troppo superficiale. Si scandaglia poi poco il fatto che ogni personaggio abbia qualcosa da nascondere, e la posta in gioco non sono gli affetti ma un’eredità immensa a cui tutti sono interessati. L’elemento di spicco è l’amicizia tra Marianne e Pierre-Alain, la morbosità che la caratterizza e che, a tratti, assume i connotati di un’attrazione scandalosa per l’ambiguità del fotografo, ma al contempo alquanto impossibile. L’amore esistenziale di Marianne poteva essere ne La donna più ricca del mondo la gemma nascosta, ma, inserita in un plot che in superficie aveva l’intenzione di narrare lo scandalo e la disgregazione familiare, resta una tematica che si perde nel vuoto. Nel complesso, il film rimane un raffinato esercizio di stile fine a se stesso.
