Se in televisione trasmettono serie quali Love boat e I tre marmittoni e dalle radio escono suoni di hit appartenenti al decennio reaganiano il motivo è presto spiegato: La fine di Oak street si svolge negli anni Ottanta.
Gli anni Ottanta che, cinematograficamente parlando, proposero tra l’altro improvvisi e accecanti lampi notturni che anticipavano spesso l’arrivo sulla Terra di esseri provenienti da altri pianeti, come avvenne in Invaders di Tobe Hooper e, ovviamente, in E.T. – L’extraterrestre di Steven Spielberg.

Proprio come la strana luce che al di fuori della propria abitazione vedono nottetempo i componenti della famiglia qui protagonista: i Platt, ovvero i coniugi Denise e Greg e i loro giovani figli Audrey e Brian, rispettivamente interpretati da Anne Hathaway, Ewan McGregor, Maisy Stella e Christian Convery. Un quartetto che, dunque, cerca di capire cosa stia accadendo, soprattutto dal momento in cui quelle inspiegabili manifestazioni luminose cominciano ad accompagnare altrettanti inspiegabili eventi che coinvolgono il vicinato. E, sotto la produzione del J.J. Abrams cui dobbiamo Mission: impossible III e Star wars – Il risveglio della forza, la circa ora e quaranta di visione prende avvio in maniera piuttosto accattivante trascinando lo spettatore in un clima di mistero che lo pone efficacemente in attesa di scoprire cosa stia accadendo. Peccato, però, che La fine di Oak street scopra con eccessivo anticipo le carte in tavola, oltretutto senza riservare chissà quale inaspettata sorpresa. Infatti, dopo aver mostrato soltanto fugacemente la presenza di qualche probabile pericolosa creatura, rivela che non si tratta altro che di bestioni preistorici piuttosto portati per lo sterminio della razza umana. Del resto, dietro alla macchina da presa abbiamo il David Robert Mitchell che, anche autore della sceneggiatura, si è fatto conoscere nel 2014 nell’ambito della Settima arte horror grazie all’acclamato (e sopravvalutato, diciamolo) It follows.

Quindi, non mancano accenni di splatter in sequenze a base di corpi sbranati, man mano che il tutto sembra ridursi ad una sorta di Jurassic park (riecco Spielberg) tra le casette di un ridente quartiere statunitense. Ed è chiaro che La fine di Oak street intenda apparire in qualità di allegoria in salsa fantastica relativa alla crisi di coppia; ma, se da un lato non si capisce quale sia il senso dell’insieme, oltretutto complice il fatto che non venga fornita alcuna spiegazione dell’evento cosmico in corso, dall’altro non pochi sono gli aspetti che risulta impossibile giustificare perfino tirando in ballo la sospensione dell’incredulità. Potremmo citare il fatto che un T-Rex (e non solo) cammina minaccioso dietro alle sue prede senza generare alcun rumore nonostante la sua colossale stazza. Per non parlare di reazioni improbabili… come nel momento in cui, ormai appreso che rischiano di essere fagocitati dai lucertoloni, Denise e Greg si scattano una fotografia davanti a due dinosauri che fanno sesso anziché pensare a salvarsi. Magari, considerando l’abbondanza di movimento e di elaborati effetti speciali, i palati meno esigenti verranno intrattenuti a sufficienza, ma La fine di Oak street rimane in ogni caso un dimenticabile pop corn movie di cui sfugge totalmente il motivo di esistere e dal materiale narrativo non distante, in fin dei conti, da quello di una produzione Asylum.