A quattro primavere di distanza dal film d’esordio Fortuna, in cui l’atroce fatto di cronaca nera concernente l’omicidio della bambina d’appena sei anni dal nome crudelmente contraddetto nel palazzo dell’orrore dove venne scaraventata dall’ottavo piano, nel Parco Verde di Caivano, a nord di Napoli, è dispiegato in chiave onirica e simbolica ricavando linfa tanto dagli stati di allucinazione connessi ai timbri sensoriali che colgono appieno il distanziamento dall’attanagliante crudezza oggettiva che spinge l’introversa pupa a calarsi a un tiro di scoppio dall’immane tragedia nei panni d’una principessa extraterrestre in attesa di tornare nel pianeta d’origine quanto dai ribaltamenti prospettici carichi di senso attinti alla scomposizione formale dei guru dadaisti, l’estroso regista partenopeo Nicolangelo Gelormini con La gioia aggiunge a una storia altresì tragica, liberamente tratta dal caso relativo a Gloria Rosboch, dei timbri contenutistici degni di rilievo.

Timbri riscontrabili soprattutto nel passaggio dagli spazi riflessivi della periferia metropolitana, scandagliata attraverso composite ottiche dall’interazione tra interni simbolici ed esterni disturbanti, divisi in ermetici piani geometrici, alla modalità di presenza dell’ambivalente provincia. Che da una parte, sul versante favolistico, cementa i vincoli di sangue e di suolo in linea col mondo piccolo caro a Giovannino Guareschi; dall’altra, nel controcampo orrorifico, funge da cassa di risonanza degli effetti collaterali dell’influenza ambientale a maglia fitta, analoga alla controproducente iperprotettività familiare, sugli eterni Peter Pan, sulle mature donne single restie ad abbandonare il nido domestico, sulle mere fantasie di grandezza dei vanesi predoni con la goccia al naso.

L’assunto narrativo, che ha catturato l’attenzione della talentuosa ed esperta attrice di fama internazionale Valeria Golino persuadendola in seguito a cedere all’arguto concittadino Nicolangelo Gelormini sia l’onere sia l’onore di dirigere un arduo apologo sull’ennesima egemonia del cupio dissolvi sull’amor vitae in base all’evocativo rapporto tra immagine e immaginazione per indossare ad hoc i panni dimessi dell’intensa protagonista femminile, diametralmente opposta rispetto al doppio ruolo sostenuto in Fortuna nelle vesti ora della psicologia dell’ASL incapace di far breccia nei vagheggiamenti dell’innocente pargola ora dell’impotente figura materna che si avvicenda all’algida genitrice interpretata da Pina Turco, svelta anche lei ad aderire al “give and take” dello scambio dei personaggi, prende piede dalla piéce teatrale Se non sporca il mio pavimento – Un melò. Con Giuliano Scarpinato alla regia e la mitica nonché tragica vicenda di Narciso ed Eco, attinta nientepopodimeno che a Ovidio, adattata all’esplorazione dell’incompatibile storia d’amore tra due creature agli antipodi, in primis dal punto di vista anagrafico, che si sentono però ugualmente dei fantasmi invisibili agli occhi del cinico mondo. A Nicolangelo Gelormini preme comunque poco l’elegiaca attinenza moderna all’antica narrativa icastica avvezza ad appaiare meraviglia ed erudizione sulla scorta dell’ambiziosa sceneggiatura redatta a otto mani insieme a Giuliano Scarpinato, Benedetta Mori e Chiara Tribaldi. Quel che gli sta realmente a cuore risiede nel riuscire ad amalgamare l’estetica apparentemente fredda, dovuta sempre ai contrasti chiaroscurali congiunti all’identità specifica dei paesaggi limitrofi volti a condizionare il modo di agire e di reagire dell’improbabile coppia di provinciali dinanzi alla piega funesta degli eventi secondo i parametri della geografia emozionale, a braccetto coi rivelatori esami comportamentistici. L’incipit mette subito le carte in tavola: l’attitudine a scrivere con la luce per mezzo dell’apposito deep focus espone la passione dell’inquieta insegnante di francese Gioia nei confronti della Juventus. La parabola sistemata per ottenere una risoluzione nitida del televisore in previsione dell’imminente partita di calcio, il coinvolgimento dell’anziana mamma, la passività del padre malato, il riverbero del gol della “Signora” sulla lente degli occhiali della goffa professoressa liceale, le vecchie fotografie appese alle pareti consentono alla palpitazione sportiva, ed ergo alla spettacolarizzazione della visione nel salotto di casa dell’atteso match affrontato dai giocatori bianconeri, di spogliare il riferimento d’ascendenza fantozziana dei cascami caricaturali anteponendo all’immediatezza del racconto la concezione della triste routine esistenziale di stampo neorealista assoggetta a fugaci ed effimere fonti di tonificante beatitudine.

L’ampio ed esaustivo ricorso agli spiazzanti movimenti di macchina da destra a sinistra, al montaggio alternato, alla valenza metaforica dei vari luoghi, collocati palmo a palmo alla medesima stregua degli indicativi semitoni, col giovane manipolatore Alessio che durante la lezione privata spinge delicatamente sù gli occhiali tenuti a metà naso dall’impacciata Gioia, rientrano nei binari, tutto sommato d’ordinaria amministrazione, dell’opera d’introspezione abituata a distinguersi dalle melense soap opera unicamente in virtù dell’ormai abusata contaminazione dei generi. L’inclinazione mordace a far ridere amaramente, con Alessio travestito da donna in un sordido spettacolo periferico che richiama deliberatamente alla mente l’invertito ed empio Friedrich Bruckmann in calze a rete di Helmut Berger mentre pesca nel torbido scimmiottando ne La caduta degli dei dell’inarrivabile Luchino Visconti l’effigie muliebre della Lola-Lola dell’iconica Marlene Dietrich, si va programmaticamente ad annettere all’esasperazione dei sentimenti in ballo, esacerbati dalla frivolezza dell’incosciente Carla che indirizza il sangue del suo sangue all’iniqua egemonia della materia sullo spirito, collocandone l’intrinseca marginalità frammista alla labilità morale nel logoro novero dei thriller a tema. Limitati dall’infecondo esercizio calligrafico. Sopperito alla bell’e meglio dal rigore clinico del clima oppressivo. Non esente, in ogni caso, dall’impasse di trascinare step by step la simmetria rigorosa delle inquadrature disturbanti nell’enfasi di maniera della psicopatologia. Ad andare oltre i limiti dei segni d’ammicco sottobanco, degli scontati scatti luciferini, dello slowmotion, inutilmente a caccia della risposta empatica degli spettatori avvertiti, del richiamo citazionistico, affidato alle arcinote massime di Rimbaud in lingua transalpina (“Qu’elle vienne, la saison/ Où les cœurs s’aiment” – “Ah che giunga il tempo in cui i cuori si innamorano”) , provvede la fragranza dell’originalità. Ravvisabile inizialmente nell’idea di sospensione delle dinamiche disfunzionali d’una relazione tossica allo sbaraglio con l’arrampicamento sugli alberi secolari del bosco. Alieno alla prigionia privata/sociale degli appartamenti angusti, delle malinconiche piazze e dei soliti bar sotto i portici piemontesi.

L’implicita sfida alla forza di gravità, che converte l’illusione in disillusione, cede opportunamente la ribalta in un secondo tempo alla boa sospesa nell’ex fabbrica FIAT del Lingotto di Torino, emblema dell’innocenza perduta da Alessio vendendo l’anima al diavolo mediante la lasciva mercificazione del proprio corpo, al carezzevole non-luogo del favolistico ippodromo, col murales della compianta Monica Vitti sullo sfondo dell’impervia curva automobilistica, sino ad arrivare, dopo la sordità dell’infame gesto dettato dal bieco interesse tramite la rimozione del suono omicida concepita sull’esempio recente di John Krasinski nell’horror/sci-fi A quiet place – Un posto tranquillo, al fatidico pozzo-cisterna. Nel quale l’occultamento, compiuto dal greve maneggione di turno, precede l’ondeggiamento sancito dalla serafica calma speculare della sequenza subacquea. Ispirata alla scena cult del celebre noir La morte che corre sul fiume di Charles Laughton. Nondimeno a meritare una lode incondizionata è la reiterazione culminante della boa roteante con l’installazione site-specific dell’artista tedesco Julius von Bismarck che rimanda alla Dea del Mare dell’antica Grecia. Delegata a trascendere, sulla scia del rimpianto del nomen omen tradito dalla fuorviante voluttà di riscatto, la deleteria accidia delle idee prese in prestito dai nani sulle spalle dei giganti. Lo spettacolo principale della regìa, servendosi appunto dello spettacolo subalterno della recitazione, comunque impreziosita dai toccanti trapassi di tono dell’alacre Golino alias Gioia e dell’avvenente ed eterea Jasmine Trinca negli indumenti succinti dell’opportunista genitrice di Alessio col focus dell’espressione facciale di entrambe in continuo divenire, raggiunge lo zenith dell’autorialità dei maiuscoli modelli. La gioia consente de facto a Nicolangelo Gelormini di ghermire egregiamente sul crinale della disperazione il mix tra azione e contemplazione ed estendere alla collocazione dei fertili silenzi la trasfigurazione della crudezza oggettiva in sensibilità soggettiva. Ad appannaggio degli autentici guru della fabbrica dei sogni che parcellizzano i raccapriccianti dettagli degli incubi a occhi aperti per conferire al concetto di Bene e Male l’archetipo filmico della suprema poesia dei misteriosi posti. Tesi dal principio all’epilogo fino allo spasimo. Con le indimenticabili fluttuazioni (ri)condotte, a mo d’imperituro monito, dall’acqua all’aria.

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