Torna in auge nelle sale commerciali, a quattro mesi di distanza dalla presentazione in concorso alla ottantaduesima edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, l’affermatissima cifra stilistica, vorticosa ed evocativa, dell’applaudito regista napoletano Paolo Sorrentino. Deciso con La grazia ad affrancarsi dall’impasse di proselito, ai limiti dell’infecondo scopiazzo, del nume tutelare Federico Fellini.
Del resto, con buona pace del genuino carattere d’ingegno creativo legato all’acume di determinare una coinvolgente teatralità ed esibire i dettagli fuori dall’ordinario dell’aura contemplativa in chiave inusualmente dinamica in conformità agli avvolgenti movimenti di macchina, La grande bellezza attingeva a piene mani a La dolce vita, tralignando però l’estro necessario ad approfondire il simbolismo esistenziale connesso alla decadenza morale della Città Eterna nel mero effetto didascalico dell’inane opulenza illustrativa.

Youth – La giovinezza prendeva spunto dall’inobliabile 8½, senza mai eguagliarne l’epidermico sdoppiamento tra sogno e realtà che snuda il bisogno di compiere bilanci dolorosi pur di rinascere dalle proprie ceneri al pari d’un’Araba Fenice. È stata la mano di Dio strizzava l’occhio ad Amarcord, per poi anteporre l’opprimente ridondanza dell’arazzo narrativo nell’ovvio trapasso dalla gioia dei vincoli di sangue allo strazio del lutto all’alchimia magica in grado di convertire l’uggiosa complessità reminiscenziale in fulgida levità. Partenhope richiamava deliberatamente alla mente, oltre Morte a Venezia di Luchino Visconti, tanto Roma quanto La città delle donne dell’inesauribile Fellini, sforzandosi di attribuire a Napoli lo stesso fascino magnetico dell’immersivo viaggio interiore nell’allegorica Caput Mundi. L’ultima fatica sorrentiniana risulta de facto scevra dalla deleteria pigrizia delle idee prese in prestito. Ed è già un viatico degno di rilievo. Il punto però è capire come l’attitudine a concepire ed esporre la forza significante degli ambienti carichi di senso alla medesima stregua d’emblematici palcoscenici, in cui la componente contenutistica dei topói tematici tirati in ballo ne La grazia si va ad amalgamare all’arcinoto virtuosismo formale, giovi sul serio all’autonomia dell’autore partenopeo. Stufo di essere equiparato dai detrattori, seppur in netta minoranza rispetto ai cospicui sostenitori, agli accidiosi nani sulle spalle dei giganti. L’effigie iniziale del cielo azzurro, dipinto con i colori (bianco, verde e rosso) della nostra bandiera nazionale dal fumo dei jet dell’Aeronautica Militare italiana non basta certo a scongiurare l’incognita malaugurata che la forma prevalga sul contenuto. Nemmeno la rielaborazione immediatamente successiva delle immagini ricorrenti care a Sorrentino, ravvisabili nel solenne Cambio della Guardia dei Corazzieri a cavallo in Piazza del Quirinale presenziato da copione dal Presidente della Repubblica Mariano De Santis, soprannominato “Cemento armato” per la rigidità dell’aplomb alieno ai cedimenti emotivi, benché sulla scorta delle tecniche di straniamento intente a suggellare l’interazione tra alienazione ed estraniazione nascosta dietro la veste solenne, basta ad andare al sodo eludendo fronzoli od orpelli vari dei triti e ritriti preamboli. La questione cruciale, sotto il punto di vista del racconto al servizio degli spettatori allergici ai dispendi di fosforo, risiede nelle due richieste di grazia e nella legge sull’eutanasia in perenne stand-by. Col rischio di rimanerci sine die una volta scaduto il mandato presidenziale.

Sul versante introspettivo, per la felicità delle platee maggiormente avvertite, il bandolo della matassa da sbrogliare è delegato alle crepe che emergono sin dalle prime battute sulla corazza dell’uomo di legge divenuto capo, talora refrattario, dello Stato Italiano. La fragilità congiunta all’apparente sensazione di stabilità, dovuta ai trascorsi da esperto giurista tutto d’un pezzo lungi da lasciare qualsivoglia faccenda spinosa in sospeso, ricava linfa dall’indubbia presenza scenica dell’attore feticcio Toni Servillo. Che buca lo schermo servendosi del linguaggio del corpo e della voce per aderire alla solitudine del Presidente della Repubblica rimasto inconsolabilmente vedovo. Benché si confermi, ancor più, orfano della memorabile grinta recitativa sorretta da Sorrentino nell’esordio in cabina di regia con L’uomo in più. Impersonando un orgoglioso cantante confidenziale caduto nel dimenticatoio. L’egemonia di una performance apparentemente misurata sulla compiaciuta tentazione dell’iperbole cela dunque la vanagloria di sostituire l’intensità psicologica ed eminentemente umana smarrita strada facendo con la scontata nevrosi repressa destinata ad affiorare step by step. I siparietti domestici con Anna Ferzetti, che interpreta in modo piuttosto scolastico la figlia giurista che accusa il padre Presidente della Repubblica di concedersi troppe pause di riflessione invece di vincere gli indugi e identificare un autentico percorso di redenzione nelle due richieste di grazia indirizzategli sancendo pure l’auspicata regolamentazione dell’eutanasia attiva, menano il can per l’aia. La pesantezza della noia di piombo, che regna sovrana insieme allo scalpitante ridicolo involontario nella sequenza in cui il Presidente del Portogallo cade a terra a causa della pioggia scrosciante dinanzi all’impassibilità della guardia schierata nel cortile d’onore rialzandosi sulla scia dell’ampolloso slow motion, cede talvolta il posto ad alcune gradevoli gag d’alleggerimento. Garantite dalla critica d’arte Cocco Valori, amica per la pelle dell’immusonito Presidente, alla quale la prodiga Milvia Marigliano garantisce l’idonea mancanza di filtri tipica della spassosa figura di fianco avversa ai vacui convenevoli. Peccato che anche la sua brillante irriverenza debba pagar dazio palmo a palmo al tetro diktat del taedium vitae. Esacerbato dai vetusti stilemi mélo. Lontani, sia in prassi sia in spirito, dagli enigmi farseschi zeppi di dolci miraggi. Regrediti a programmatici interludi strumentali che durano dalla sera alla mattina.

Il valore terapeutico dell’umorismo affidato alle punture di spillo del Papa nero, contrario all’eutanasia, i segni d’ammicco dispiegati per ottenere le risposte empatiche del pubblico di poche pretese, l’imminente conclusione di un ciclo di potere e responsabilità sancita dal didascalico carrello all’indietro, l’incertezza del futuro esplorata dai solleciti movimenti di macchina in avanti risentono quindi del sovrappiù di patetismo che serpeggia dall’inizio alla fine. Raggiungendo lo zenith nell’agonia del cavallo Elvis. Simbolo dell’ultima gatta da pelare per il Presidente della Repubblica nonché del tentativo di unire il sacro al profano sublimando i momenti epifanici privi dell’opportuna rinascita cognitiva. A dispetto della predominanza del canto tradizionale degli alpini, contraddistinto dal prevedibile crescendo, sul tormentone della musica rap che dovrebbe stabilire l’antidoto contro l’inevitabile decorso del Presidente della Repubblica. Confortato dalla schiettezza del corazziere chiamato ad assicurarne l’incolumità. Stimolato dalla comprensiva direttrice della rivista Vogue ad aprire il cuore alla fragranza della sincerità. Commosso dalla canzone classica intonata tramite Skype dal figlio compositore rapper in odore di riscatto a Montreal. Lo scambievole epilogo, con l’innesto del surrealismo che equipara la catartica commozione all’assenza di peso dentro una navicella spaziale citata ex ante di quando in quando e l’obiezione sacrosanta affidata alla battuta perentoria, franca di cerimonie, della verace critica d’arte in omaggio all’esigenza dell’antiretorica di rifuggire dall’enfasi di maniera, tradisce i chiari limiti del cerchiobottismo di Sorrentino. Che sposa la tragedia alla comicità, la ritualità alla spontaneità, l’apologo sull’amore perduto ai tocchi di provocazione, l’introversione individuale all’emanazione sociale. Trasformando la maschera scettica del disincantato Presidente della Repubblica nell’autodeterminazione conclusiva dell’ormai ex capo di Stato incantato dalla degnazione concessa dall’incarico ricoperto in zona Cesarini. Con il risultato di saltare di palo in frasca. Dall’esplorazione intimista del tran tran giornaliero in Quirinale nel ricordo della consorte scomparsa, preferendo ai dialoghi torrenziali i silenzi eloquenti, alla sfida alle convenzioni. Cementata dallo storcimento ironico. Dal bisogno di trascendere l’ordine manifesto. Dalla voluttà di erigere l’insufficiente illustrazione dei compositi tratti distintivi, che stentano – così – ad arricchire l’esperienza frammentaria dell’intero collage, ad ammaliante impatto sensoriale d’una visione stregonesca. La grazia, procedendo di conseguenza per associazioni elementari ed elucubrazioni mentali a corto di coerenza autoriale, sacrifica la polpa degli esami comportamentistici ed etici a vantaggio della gelatina dei lampanti nodi che vengono al pettine.
