Dopo l’inversione di tendenza portata a effetto sul versante stilistico ed espressivo con Race for glory: Audi vs. Lancia, ribaltando l’egemonia della contemplazione sul dinamismo dell’azione per privilegiare l’alto tasso adrenalinico connesso alla sensazione di “fight-or-flight” (attacca o fuggi) all’abituale atmosfera noir imperniata sul conflitto interiore tra empietà ed etica, l’esperto regista nostrano Stefano Mordini torna ad appaiare la geografia emozionale all’attagliante tensione mentale carica di senso.

L’adattamento per il grande schermo del libro thrilling La lezione di Marco Franzoso, che delinea ed esplora in chiave letteraria la reazione dell’esausta Elisabetta, avvocato in gonnella dalla schiettezza cristallina, dinanzi all’aggressione psicologica costituita dallo stalkeraggio dell’ex assistito Angelo Walder, diviene un’occasione per riuscire ad approfondire ulteriormente il marchio di fabbrica, col paesaggio riflessivo assurto a implicito ed ermetico specchio dell’anima dei personaggi, conferendo altrettanta forza significante all’interazione tra musica diegetica ed extradiegetica per ghermire appieno la concentrazione ossessiva necessaria per non cadere nella rete manipolatrice concepita sulla scorta d’una narcisistica ebbrezza di dominio a distanza. Covato palmo a palmo nell’arco degli anni prima di venire a galla.

In antitesi, dal punto di vista della messa in scena dell’ossessione, all’azione frenetica trasformata agli occhi dal pubblico allergico ai dispendi di fosforo in un’esperienza viscerale. Cementata dal celere taglio delle inquadrature allo scopo di catturare con l’apposito montaggio a incastro l’emblematica relazione spaziale tra le auto da corsa e i piloti. Sin dall’incipit, al termine del processo in cui la vittima di abuso sessuale scagiona il vanesio professore Angelo, al pari delle decisive interpolazioni in merito alle dinamiche relazionali, con Elisabetta reduce da una relazione tossica messa a tacere con la condanna per stalkeraggio ai danni del partner avvezzo alla recriminazione e il docente scevro a differenza di quel che succede nel romanzo da qualsivoglia condanna penale grazie alla richiesta del rito abbreviato, emergono le reiterate parole d’una canzone che dapprincipio funge alla bell’e meglio da spia dei nervi tesi sino allo spasimo di Elisabetta. Mentre in seguito acquista maggior rilievo. Per distinguere nitidamente l’ipervigilanza della paranoia, che rischia sennò di regredire in modo inesorabile nella percezione delirante, dalla lucida contemplazione del reale in grado di riconoscere alla perfezione negli elementi segnaletici disseminati man mano i riscontri oggettivi dei destabilizzanti messaggi sublimali. Frutto del carattere d’ingegno creativo, impiegato per biechi scopi, d’uno stalker paziente ed erudito. Deciso dai tempi della laurea in legge conseguita dall’attonita Elisabetta ad agguantare la vittima designata una volta distortele ad arte le relazioni sociali. L’alterazione della sensazione del pericolo che aleggia nell’aria chiama in causa gli stilemi della geografia emozionale. Che riverbera da copione la fibrillazione degli stati d’animo e determina la reazione alla piega sinistra degli eventi. Nondimeno nelle modalità di presenza della città di Trieste, eletta ad attante narrativo conforme agli spazi attivi delle trame che tengono pure le platee avvertite sui carboni ardenti, affiora l’incognita deleteria del tedio di piombo.

L’effigie dell’architettura austro-ungarica, delle strade, delle vie, del porto visto ora da vicino ora da lontano, attraverso l’angolazione dall’alto del sentiero panoramico che conduce al bosco dove si trova la casa di campagna in cui Elisabetta stacca altresì la spina dallo stress lavorativo, stenta a tenere desta l’attenzione d’ogni spettatore. Colto e incolto. La drastica prevalenza dell’aura contemplativa sullo stato d’attesa angosciosa dei thriller di poche pretese autoriali, muniti però di parecchie frecce al proprio arco riguardo l’apprensione di presa immediata, scevra dai rompicapo degli ardui giochi mentali che provocano sbadigli sguagliati invece di tenere incollati sulle poltrone i seguaci delle parabole allucinate, sembra tradire l’impasse del classico tallone d’Achille. A dispetto dell’attendibile spaccato del microcosmo degli avvocati, dei nababbi in cerca d’un collegio di difesa coi fiocchi per mettere a tacere i sordidi intrallazzi, delle figure di fianco delegate a porre l’accento sui calappi tesi dal docente dedito alla persecuzione dapprincipio silente. A sopperire allo scoglio del timbro povero d’azione, sebbene ricco d’indizi cosparsi con cura certosina, provvede il sibilo costante del vento. Che aggiunge all’invisibile, ed ergo alla rediviva curiosità suscitata dal mistero ivi congiunto, ciò che Stefano Mordini toglie sistematicamente al visibile in cabina di regìa. Per eludere il rischio di pagare dazio all’ovvietà degli arcinoti apologhi sui casi di persecuzione. La reazione di Elisabetta rischierebbe di cadere nella risaputa correlazione tra virtuosismo estetizzante ed esercizio calligrafico se Matilda De Angelis nel ruolo dell’avvocato che rinuncia alla mania del controllo nella solitudine del riparo domestico in mezzo al cupo ordine naturale delle cose, ascoltando la musica rock con le cuffie dell’ipad in testa per sfogare l’angoscia accumulata mediante lo scuotimento vibrante del corpo, dalla testa agli arti, non fornisse una prova recitativa pronta, nel momento del bisogno, a garantire al climax decisivo l’inusitato connubio di azione e contemplazione. I segni d’ammicco dei richiami citazionistici, impliciti ed espliciti, costituiscono comunque un ulteriore motivo d’interesse per i proseliti della cultura postmoderna.

Contribuendo a rimediare daccapo ad alcuni cascami soporiferi a corto delle soluzioni inattese che spianano la strada alla suspense. Gli echi di Un borghese piccolo piccolo, con Elisabetta che immobilizza su una sedia il docente lestofante sulla falsariga dell’inobliabile padre affamato di giustizia interpretato da Alberto Sordi con l’assassino dell’amato figlio, si vanno ad amalgamare ai rimandi piuttosto celati a Il silenzio degli innocenti ed evidenti a La nave dei folli. Stefano Accorsi, al contrario dell’alacre ed energica Matilda De Angelis che compendia nel suo sofferto ma grintoso personaggio sia la vittima senza peli sulla lingua, Sarah Tobias, sia l’avvenente ed elegante procuratrice Kathryn Murphy del film d’impegno civile tinto di giallo Sotto accusa, risulta sprovvisto nei panni dello stalker letterato del carisma recitativo dei mostri sacri d’oltreoceano emulati sottobanco. Il gioco intellettuale del puzzle si caccia anch’esso nella tana del lupo col confronto a distanza dei numi tutelari. Attinti chi in filigrana, chi in flagrante. Alla medesima stregua del concorso recato all’altalenante scrittura per immagini dall’avvicendarsi d’interni assillanti ed esterni evocativi. L’intensità elegiaca del paesaggio, degli spazi e dei luoghi fatica perciò a unire ad hoc la crudezza oggettiva della vicenda alla sensibilità soggettiva di Stefano Mordini. La capacità di scrivere con la luce punta infatti eccessivamente sui toni cupi e grigi. Trasformando gli agognati spiragli di catartico scintillio in carezzevoli chimere che avrebbero giovato al trapasso dalla visione parziale all’introspezione integrale. La reazione alla manipolazione trae invece linfa nell’epilogo dal prodigo lavoro di sottrazione. Che garantisce all’epilogo programmaticamente sospeso de La lezione il ghiribizzo concernente una possibile prosecuzione. Formuliamo l’augurio, al di là di qualsivoglia ipotetica serializzazione, che Stefano Mordini recuperi dietro la macchina da presa il previo acume per mettere – Celentano docet – una carezza nel pugno ed emanare in un horror spurio, baciato sul serio dalla musa dell’imprevisto, l’anelito trascinante dell’orgogliosa reazione fisica alla vile prevaricazione cerebrale.

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