Il teatro, quando incontra la grande musica, si trasforma in un rito ancestrale capace di parlare a ogni generazione. È questo il cuore pulsante della nuova produzione dell’Ass. Cult. FOXTROT GOLF, che debutta ufficialmente venerdì 6 febbraio nello storico scenario del Teatro Sannazaro di Napoli, per poi proseguire in un’attesa tournée nazionale.Questa “fiaba sonora”, nata nel 1936 dal genio di Sergej Prokofiev, rivive oggi sotto una luce nuova grazie a un’alchimia artistica che vede protagonisti due nomi d’eccellenza dello spettacolo italiano: l’attore Enrico Lo Verso e il regista Francesco Branchetti. Assistere a questo allestimento significa immergersi in un gioco raffinato. La regia di Branchetti non si limita a coordinare i tempi, ma crea una danza visiva dove le luci disegnano atmosfere magiche, restituendo alla natura la sua forza primordiale. Al centro, la presenza magnetica di Enrico Lo Verso: la sua voce non è semplice narrazione, ma diventa essa stessa uno strumento aggiunto, capace di dialogue con i timbri dell’Orchestra Filarmonica. C’è malinconia, comicità e quella “disarmante semplicità” che ci riporta al naturale ciclo della vita. Un’opera che incanta i bambini e commuove gli adulti, ricordandoci che ogni personaggio che incontriamo abita già dentro di noi, tradotto in musica. Un inizio di tournée che promette di lasciare un segno profondo nel panorama teatrale contemporaneo. Ho avuto il piacere di dialogare con i due protagonisti per approfondire questo viaggio incantato.
Maria Cuono: Enrico, la tua carriera è segnata da collaborazioni con giganti del cinema come Gianni Amelio e Ridley Scott. In che modo l’esperienza sul set cinematografico ha influenzato il tuo approccio fisico e vocale sul palcoscenico teatrale?
ENRICO: Piuttosto è stato il contrario, perché ho iniziato con uno spettacolo di teatro che era “Volevamo essere gli U2” con Umberto Marino che era autore e regista e con lui ho capito quale sarebbe stato il mio metodo di recitazione e di costruzione del lavoro, poi ho avuto la fortuna di lavorare subito dopo con Gianni Amelio che mi ha permesso di lavorare allo stesso modo anche perché anche lui è un autore contemporaneo, vivente e con lui ho avuto la possibilità di lavorare sul testo anche di modificarlo di trovare nuove direzioni, nuove indicazioni e nuovi obiettivi e da lì in poi ho capito che non esistono regole, cioè non esistono obblighi quando stai al teatro, devi seguire l’istinto, cercare di capire quello che può funzionare e l’unico faro è il rispetto del pubblico.
M.C.: Francesco, tu hai una lunghissima esperienza nel dirigere grandi classici e testi contemporanei, oltre ad essere tu stesso un attore. Cosa cerchi in un’opera quando decidi di metterla in scena e qual è il filo conduttore delle tue scelte artistiche?
FRANCESCO: Di solito quando decido di mettere in scena un testo l’idea mi è venuta molti anni prima ed è sempre l’incontro con un attore a farmi prendere la decisione di portarlo in scena in questo caso l’incontro con Enrico ha partorito la decisione di portare in scena Pierino e il lupo.
M.C.: Debuttare a Napoli, al Teatro Sannazaro, aggiunge un’emozione particolare a questo progetto? Come pensate che il pubblico partenopeo accoglierà questa fiaba?
ENRICO: è un bellissimo teatro e avendo tantissimo pubblico in tutta Italia, finalmente torno a Napoli, sono contentissimo di farlo al Sannazaro che è un teatro in cui sono stato da spettatore più volte
FRANCESCO: È sempre una grande emozione andare in scena e soprattutto con una prima Nazionale al teatro Sannazaro per cui si devo dire che l’emozione è tanta.
M.C.: Enrico, in questa fiaba ogni personaggio è un suono. Come si rapporta la tua voce con i timbri dell’orchestra? Cerchi di “imitare” musicalmente i personaggi o preferisci mantenere un distacco narrativo?
ENRICO: Se fossi in grado di farlo non so cosa sarei…tutti i personaggi hanno dei suoni e anche dei colori e bisogna cercare di interpretarli, ogni pittore, ogni musicista l’interpreta a modo suo e anche un attore poi alla fine scoprirà che colori e che suoni è riuscito a mettere nel personaggio.
M.C.: Francesco, come hai costruito questo equilibrio millimetrico tra l’azione scenica dell’attore e la partitura di Prokofiev? Qual è stata la sfida più grande nel dirigere anche l’atmosfera creata dall’orchestra?
FRANCESCO: ho cercato di farlo attraverso le mie lunghe spiegazioni del testo e dell’ opera e anche del periodo storico in cui è stata concepita da Prokofiev; ho tentato di avvicinare musicisti e interpreti all’atmosfera dell’epoca, all’atmosfera che volevo venisse ricreata nello spettacolo e soprattutto ho tentato di avvicinarli allo spirito della storia e della fiaba che stiamo raccontando.
M.C.: In un’epoca dominata dal virtuale, quanto è importante per Enrico Lo Verso oggi tornare alla “disarmante semplicità” di una fiaba del 1936 per parlare al pubblico di oggi?
ENRICO: Il Teatro e anche il Cinema, dovrebbe essere il luogo della sottrazione per denudare tutti noi da tutte le strutture che ci mettiamo addosso e quindi benvenuta l’apparente semplicità di una fiaba.
M.C.: Per concludere, un pensiero da Francesco. Che valore aggiunto dà l’unione tra la parola recitata dal vivo e la musica sinfonica nel panorama culturale contemporaneo?
FRANCESCO: A mio avviso hanno entrambe un’importanza clamorosa e in un’epoca come la nostra ancora di più, epoca appunto dove ogni momento poetico creativo e artistico assume un’importanza capitale, in contrapposizione ad una società come la nostra che sembra combattere ogni forma di poesia, di grazia e di candore.
